Da anni il Venezuela è il bersaglio di un’operazione sistematica di delegittimazione costruita non sui fatti, ma su un arsenale di narrazioni tossiche utili a giustificare ciò che non potrebbe mai essere giustificato con strumenti democratici: una guerra ibrida, un assedio economico e la pretesa di decidere dall’esterno chi debba governare un popolo sovrano.
Nicolás Maduro non ha bisogno di avvocati d’ufficio: ha un titolo di legittimità più forte di qualunque “sentenza mediatica” emessa dai talk show occidentali: il voto popolare, espresso in elezioni riconosciute come democratiche dagli osservatori internazionali. Noi stessi (io personalmente con Rita Martufi coordinatrice del CESTES e il direttore di FarodiRoma, Salvatore Izzo) con tanti altri studiosi e militanti antimperialisti, eravamo tra gli osservatori delle ultime due elezioni presidenziali, e abbiamo potuto verificare con i nostri occhi la partecipazione di massa, la pluralità delle forze in campo, l’assenza di condizioni che potessero configurare un processo elettorale manipolato.
Eppure, il sistema mediatico globale ha scelto un’altra strada: le accuse di brogli elettorali ripetuti come un mantra e mai dimostrati; una presunta dittatura agitata come clava retorica, mentre in Venezuela la maggioranza dei grandi quotidiani e delle televisioni è apertamente anti-chavista, circostanza incompatibile con qualunque definizione seria di regime che “tacita l’opposizione”; la narrazione del tutto falsa del narcotraffico di Stato attribuito come stigma infamante, nonostante autorevoli figure delle istituzioni italiane e internazionali abbiano pubblicamente sottolineato la mancanza di riscontri oggettivi, tra cui Pino Arlacchi, già Vicesegretario Generale ONU, e il Procuratore di Napoli Nicola Gratteri, che del narcotraffico ha fatto materia di indagini vere, non di propaganda.
Questa macchina della diffamazione geopolitica non nasce dal caso, ma da un disegno: trasformare un governo sgradito agli interessi economici transnazionali in un “mostro pubblico”, per legittimare la spoliazione delle immense ricchezze minerarie del Paese e l’interferenza esterna negli affari venezuelani.
È la stessa logica che negli anni ’70 ispirò in Italia il famigerato teorema Calogero, un castello accusatorio costruito su interpretazioni ideologiche anziché su prove, poi rivelatosi un clamoroso fallimento giudiziario. Un metodo che, con declinazioni nuove, oggi riemerge come teorema del terrorismo mediatico globale: non serve più dimostrare la colpa, basta non essere allineati al sistema dominante per essere dipinti come antidemocratici, “stati canaglia”, terroristi, criminali, così da giustificare sanzioni, isolamento, persecuzione politica.
Oggi quel teorema non colpisce solo Maduro: si espande come categoria internazionale, utilizzato per delegittimare chiunque si opponga all’imperialismo predatorio, chi difende la Palestina, chi sostiene la sovranità venezuelana, chi contesta la doppia morale occidentale.
L’obiettivo non è informare: è creare confusione, rassegnazione, disorientamento, dividere la solidarietà internazionale, spingere settori della sinistra a dichiarare “sono tutti uguali”, neutralizzando la capacità di riconoscere dove stia l’aggressore e dove l’aggredito.
Noi non accettiamo questa equivalenza.
Condanniamo senza esitazione l’uso politico delle fake news come strumento di guerra.
Rifiutiamo l’idea che un Presidente eletto dal suo popolo possa essere sequestrato simbolicamente prima ancora che fisicamente, trascinato davanti a tribunali di Paesi che non hanno alcuna legittimità a processarlo per le scelte politiche interne a uno Stato sovrano.
Sul banco degli imputati della Storia – legittimamente – dovrebbero stare non i governi che le subiscono ma le dottrine dell’imperialismo che generano sanzioni, assedi, destabilizzazioni, campagne di odio, e i leader che tutto questo concretizzano in politiche che causano emarginazione e sofferenze, come nel caso dei migranti non accolti e non integrati, o fomentano odio e attacchi militari, come accaduto il 3 gennaio ai danni del Venezuela.
Il Venezuela non è un errore di percorso: è un laboratorio di resistenza. E proprio per questo viene attaccato prima con le menzogne, poi con le minacce, poi con l’economia, per più come è accaduto l’ altro ieri arrivare alle armi.
Ma la verità ha un vizio che nessuna propaganda riesce a estirpare: torna, resiste, si organizza, e quando incontra i popoli diventa invincibile.
I rivoluzionari hanno sempre saputo rispondere al terrorismo di Stato, che fosse armato o comunicazionale. Hanno fronteggiato i tentativi di golpe con fervore militante, difendendo spazi di verità rivoluzionaria e costruendo socialità reale.
Come accade nelle comunas chaviste delle metropoli: luoghi di resistenza e autodeterminazione dove vivono intere comunità, famiglie contadine, emigrati, poveri che non si arrendono alla logica dell’esclusione. Un blocco sociale ampio e unito, composto da studenti, operai, sottoproletari, popolo in movimento, con un solo obiettivo: trasformare la verità rivoluzionaria in forza politica organizzata.
Ancora oggi la mia generazione non ha rinunciato all’antimperialismo, all’anticapitalismo, all’antifascismo. L’orizzonte resta quello dei popoli in lotta per l’indipendenza, la dignità e la libertà. Il socialismo e l’utopia del comunismo rimangono la direzione, non il ricordo.
Il mondo di oggi non ha più alibi: le false alternative riformiste, le maschere keynesiane, le correzioni apparenti del sistema si sono dileguate perché compatibili con l’architettura delle menzogne capitalistiche. Non esiste cambiamento reale dentro il perimetro della menzogna.
La storia ha dato ragione a chi è rimasto coerente: anticapitalista nella sostanza, rivoluzionario nella verità. Perché la verità, quando è autentica, non può che essere rivoluzionaria.
Per questo sabato scenderemo in piazza in tutta Italia, con la più grande manifestazione a Roma, insieme alle forze popolari, sindacali, giovanili e con i nostri amici palestinesi che hanno scelto la dignità invece del silenzio.
Non solo per difendere un uomo innocente, ma per difendere un principio: la sovranità dei popoli non si processa. Non si sanziona. Non si rapisce.
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Gianni
Su quanto sta succedendo al Venezuela, sull’aggressione USA, sulle menzogne raccontate e sull’impunità del potere può essere illuminante conoscere un fatto poco noto (come altri simili): “il massacro di Balangiga”, occorso più di cento anni fa nelle Filippine. Un buon resoconto si può leggere qui http://www.ogigia.altervista.org/Portale/articoli/58-ingiustizie/1006-1899-il-genocidio-dei-filippini-da-parte-dell-occupazione-statunitense.
Si leggano le dichiarazioni del presidente USA del tempo, il comportamento dei militari americani e la risposta del presidente filippino e si traggano le dovute considerazioni. Sullo stesso argomento si veda anche il “massacro del cratere Moro”.