Nelle ultime ore abbiamo assistito a un fatto che scuote i pilastri del diritto internazionale e della convivenza tra Stati: gli Stati Uniti hanno lanciato un attacco militare su larga scala contro il Venezuela e, secondo l’annuncio del presidente Donald Trump, hanno rapito il presidente Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores, trasferendoli fuori dal paese. Trump ha proclamato l’operazione come un successo militare e ha annunciato che i due verranno processati negli Stati Uniti per accuse penali, incluse quelle di narcotraffico e terrorismo, che nello stato di New York prevedono pene molto pesanti fino a quella capitale.
Le immagini e i racconti che provengono da Caracas – boati nella notte, esplosioni udite in molte zone della capitale, colonne di fumo e paura tra la popolazione – disegnano un quadro drammatico e inaccettabile: un intervento militare diretto di uno Stato sovrano contro un altro Stato sovrano, senza alcuna dichiarazione di guerra o mandato ONU, con bombardamenti su infrastrutture, basi militari e obiettivi istituzionali.
Il governo venezuelano ha definito l’azione una “gravissima aggressione militare” e ha dichiarato lo stato di emergenza, mobilitando la popolazione a resistere contro quella che considera un’invasione illegittima. Non si tratta affatto di una “operazione mirata” contro narcotrafficanti o di pressioni diplomatiche: è una violazione palese della sovranità nazionale, un precedente inquietante che spinge l’ordine internazionale verso la legge del più forte.
Dal punto di vista giuridico, la scena è altrettanto sconcertante. Rapire e trasferire un capo di Stato mentre è in carica, senza il consenso dell’autorità nazionale né di organismi multilaterali, deve configurarsi come rapimento di leader stranieri, in violazione delle norme basilari del diritto internazionale e degli stessi principi costituzionali statunitensi che richiedono il coinvolgimento del Congresso per atti di guerra.
Le reazioni globali sono state immediate e contrastanti: paesi come Russia, Iran, Cina e Cuba hanno condannato, pur con sfumature diverse, l’intervento come un’aggressione imperiale e una chiara violazione delle leggi internazionali, mentre altri, come purtroppo il nostro con una orrida dichiarazione di Giorgia Meloni, si sono schierati a favore della rimozione di Maduro, dipingendola falsamente come liberazione da un regime autoritario.
Le Autorità italiane hanno invitato i nostri connazionali in Venezuela a restare in casa e a non spostarsi in un clima di estrema incertezza, mentre autorità diplomatiche stanno monitorando la situazione per garantire la sicurezza dei cittadini.
È profondamente inquietante che, nel 2026, una potenza globale si arroghi il diritto di intervenire militarmente nella politica interna di un altro paese senza alcuna legittimazione multilaterale o consenso internazionale, dichiarando come fosse normale la destituzione e il trasferimento forzato di un capo di stato su territorio straniero.
Questa operazione non solo ridefinisce il concetto di sovranità nazionale, ma apre la porta a una nuova epoca in cui l’uso della forza non è più l’extrema ratio in risposta a una minaccia reale e imminente, ma uno strumento di pressione politica, economica e strategica. Se davvero gli Stati Uniti vogliono combattere il narcotraffico o difendere la sicurezza dei propri cittadini, lo devono fare nel rispetto delle leggi internazionali, non con atti che ricordano vecchie dottrine imperialiste come la Dottrina Monroe, che ha storicamente giustificato interventi unilaterali nelle Americhe.
La pace, il rispetto della sovranità e la soluzione diplomatica dei conflitti devono rimanere l’orizzonte fondamentale delle relazioni internazionali, non slogan di facciata branditi a copertura di un’aggressione militare che destabilizza un’intera regione. Se la comunità internazionale non si ferma a riflettere sulle implicazioni di questa escalation, il mondo rischia di scivolare in un pericoloso ritorno alla legge del più forte, con gravi conseguenze per la sicurezza globale e la stabilità dei popoli.
Il movente economico
Dietro l’attacco militare ordinato dal presidente Trump si staglia un interesse poderoso per le immense ricchezze naturali del paese sudamericano. Dietro la retorica del narcotraffico, si intravede una corsa alle risorse che potrebbe trasformare il Venezuela da Stato indipendente a oggetto di sfruttamento geostrategico.
Il Venezuela è un concentrato di ricchezze naturali tra i più impressionanti del pianeta. Innanzitutto, possiede le più vaste riserve di petrolio del mondo, stimate in oltre 300 miliardi di barili, concentrate soprattutto nella cosiddetta Faja Petrolífera del Bacino dell’Orinoco. Questo enorme giacimento, potenzialmente più grande di molte altre riserve globali, rappresenta un asset strategico cruciale per qualsiasi potenza energetica.
Ma la ricchezza venezuelana non si ferma al petrolio. Le vaste risorse minerarie del sottosuolo includono oro, diamanti, ferro, bauxite, gas naturale, carbone e una lunga lista di metalli e minerali critici per l’industria moderna. Secondo le stime più recenti, lo Stato controlla grandi giacimenti di ferro, oro, bauxite e altri minerali estratti tradizionalmente dall’economia nazionale.
Queste risorse non sono solo materie prime di valore economico. Nel mondo contemporaneo, minerali come coltan, litio, terre rare e altri elementi usati nelle tecnologie digitali, nelle batterie, nei semiconduttori e nei sistemi militari avanzati sono ormai strategici per la competitività economica e militare delle potenze. Chi controlla queste risorse detiene un vantaggio enorme nella produzione di tecnologia, energia e armamenti del futur
Non sorprende dunque che la narrativa ufficiale di Washington, presenti l’operazione in Venezuela come una lotta contro il narcotraffico o una missione di giustizia, esercitando parallelamente pressioni su esportazioni di petrolio e sanzioni contro le compagnie che riescono ancora a commerciare crude venezuelana. L’obiettivo reale potrebbe essere più ampio: garantire per sé o per le proprie aziende l’accesso diretto alle risorse naturali di un paese il cui sottosuolo vale più dei suoi confini geografici.
Se gli Stati Uniti o altre potenze esterne riusciranno a completare la loro offensiva e a imporsi in Venezuela per controllo diretto o indiretto delle risorse, le conseguenze sarebbero profonde. L’ intento è ridefinire l’assetto geoeconomico e geopolitico di un’intera regione. Il rischio è che il Venezuela venga trasformato in un protettorato di sfruttamento delle risorse, come molte nazioni africane e latinoamericane hanno già sperimentato in passato.
In un mondo in cui le materie prime strategiche sono la chiave non solo dell’economia, ma della tecnologia e della difesa, il controllo di petrolio, oro, coltan e altri minerali venezuelani non può essere considerato un semplice effetto collaterale di operazioni militari e pressioni politiche. È, piuttosto, la posta in gioco più alta: la conquista silenziosa di un patrimonio naturale che appartiene a un popolo intero.
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