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Torino, partecipazione e vecchi teoremi

Non sono gli scontri che fanno paura al potere, se mai forniscono alimento alla stretta repressiva, con la precisazione che i pacchetti sicurezza si susseguono imperterriti e l’ultimo era già pronto. È la partecipazione a far paura.

Cinquantamila persone ad un corteo per difendere gli spazi sociali, lanciato da un centro sociale, Askatasuna, con un progetto politico radicale, fanno paura a chi vuole una massa silente e obbediente. Come hanno fatto paura le enormi mobilitazioni per la Palestina, o le assemblee dense di progettualità del 17 a Torino e del 24-25 a Bologna, che raccontano di alternative, pratiche e teoriche, radicate nei territori.

È la partecipazione, consapevole, determinata, conflittuale e pacifica, trasversale e convergente, che si vuole colpire: è questa che mette in crisi la narrazione univoca e dominante del potere.
Non è solo il “classico” discorso: gli scontri oscurano la manifestazione, è un passo in più. Si è iniziato colpendo le modalità di partecipazione (il reato di blocco stradale, le aggravanti ad hoc per le manifestazioni contro le grandi opere) e ora ad essere attaccato è direttamente il diritto di manifestare.

Senza negarlo apertamente, ma delegittimando chi lo esercita e intimidendolo con la minaccia di sanzioni. È il fascismo che si insinua per vie legali, mantenendo le forme e svuotandole, riformandole e stravolgendole (riforma della giustizia, progetto di premierato).

E torna un vecchio teorema: il concorso morale. E qui siamo a un passo ulteriore, esplicitato dall’«area grigia» evocata dalla procuratrice generale di Torino Musti. Il bersaglio, questa volta, non sono solo i manifestanti in senso ampio (e tantomeno chi ha ingaggiato scontri con la polizia), ma in specie chi prende parola nello spazio pubblico, docenti, sindacalisti, intellettuali, giornalisti, politici. I nuovi nemici dello Stato, uno Stato che si fa regime e non democrazia come partecipazione ed eguaglianza.

È il seguito del processo che vede punire, oltre chi occupa, chi si intromette e coopera, o che criminalizza la solidarietà verso i migranti; oggi ad essere «criminali» sono coloro che difendono la libertà di manifestazione del pensiero, il diritto di riunione, di critica, di protesta, il dissenso, il conflitto, letture alternative, la complessità rispetto alla semplificazione binaria della guerra. Con una lettura schiacciata sulla violenza si vuole delegittimare il conflitto che non è violenza ma momento di riconoscimento dell’altro e di trasformazione, è agire per l’emancipazione contro il dominio.

Non è scontro fisico ma stare da una parte, per opporre al conflitto vinto dall’alto eguaglianza, pace, giustizia sociale e ambientale; certo, prospettive contrastanti con una democrazia che si vuole, ossimoricamente, trasformare in identitaria, razzista, strumento di sorveglianza delle eccedenze.

E veniamo alla violenza. I reati compiuti saranno perseguiti dalla magistratura (non spetta alla presidente del Consiglio indicare i capi di imputazione), auspicabilmente secondo il principio della legge uguale per tutti (senza scudi, alias, privilegi penali, per le forze di polizia). È una premessa classica ma è d’uopo aggiungere, stanti i contenuti dei vari decreti sicurezza, in attuazione di leggi rispettose della Costituzione, della garanzia dei diritti e dei principi costituzionali in materia penale.

Ragionando di violenza politica o sociale (in forme incomparabili a quelle degli anni Settanta evocati), manca sempre una parte, la prospettiva della complessità: non si tratta di inserirsi in una zona grigia, ma di riflettere, tentando di comprendere cause, intenti (di entrambe le parti coinvolte), contesti. Nulla di nebuloso, semplicemente l’orizzonte limpido, quello dello Costituzione; a partire dalla tanto decantata sicurezza, la cui primaria declinazione è come sociale, come inclusione politica, non come ordine pubblico.

Quindi, è facile annotare come la riduzione della violenza agli scontri di piazza (ovviamente contemplata solo lato manifestanti) sia un refrain utile per occultare la violenza della diseguaglianza sociale, della necropolitica nei confronti dei migranti, dello svuotamento della democrazia.

Resta, infine, certo, che nei movimenti è necessario confrontarsi sulle modalità di stare in piazza, di agire un «si parte insieme e si torna insieme» che sia rispetto reciproco, che sia coerente con il contesto e gli obiettivi (si vis pacem para pacem). La forza non è nello scontro fisico, ma nella determinazione pacifica di essere in piazza in tante e tanti, una partecipazione da declinare ogni giorno.

*  da il manifesto

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