Quanto accaduto a Torino non può essere archiviato come un problema di ordine pubblico né come una gestione sbagliata della piazza. È il prodotto coerente di una linea politica precisa, assunta e rivendicata dall’attuale governo. La repressione del conflitto sociale non è una deviazione, ma uno strumento ordinario di governo.
La storia recente insegna che quando un corteo viene spezzato, respinto o caricato, il caos non è un effetto collaterale ma una conseguenza prevedibile. Chi governa l’ordine pubblico lo sa. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi lo sa. Ed è proprio su questa consapevolezza che si costruisce una strategia: produrre disordine per poi utilizzarlo come giustificazione della violenza istituzionale e come base per ulteriori strette repressive.
Il racconto pubblico si è chiuso immediatamente dentro un frame utile al governo: “gli scontri”. Una parola che cancella tutto il resto. Spariscono i lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo, i manifestanti feriti, le persone lasciate a terra, i soccorsi ostacolati, la paura utilizzata come tecnica deliberata di controllo della piazza. Resta solo una narrazione funzionale alla criminalizzazione del dissenso e all’assoluzione preventiva delle responsabilità politiche.
Questa linea repressiva non è episodica. È iscritta nei provvedimenti adottati dal governo Meloni fin dal suo insediamento. Dal decreto Cutro, che ha rafforzato l’apparato securitario e colpito i migranti, al decreto Caivano, che ha esteso logiche punitive e carcerarie anche ai minori, fino ai più recenti disegni di legge sulla sicurezza, che ampliano i reati legati alla protesta, irrigidiscono le pene e rafforzano i poteri di polizia. È una produzione normativa che ha un obiettivo chiaro: colpire il conflitto sociale e scoraggiare la mobilitazione.
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio fornisce la copertura ideologica a questa torsione, normalizzando l’uso della repressione e riducendo le garanzie, mentre il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini continua a invocare “pugno duro” e militarizzazione come risposta universale a problemi sociali che il governo non intende affrontare sul piano materiale. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni rivendica apertamente questa linea, presentandola come difesa dell’ordine e della legalità.
Ma non c’è nulla di neutro in tutto questo. La repressione avanza mentre arretrano i diritti. Mentre si investe in polizia, blindati e apparati di controllo, vengono tagliati o svuotati il welfare, la sanità pubblica, la scuola, le politiche abitative. Alla crisi sociale si risponde non con redistribuzione e giustizia, ma con controllo e paura. È la gestione autoritaria della crisi capitalistica.
Genova 2001 non è un fantasma del passato, ma un precedente mai affrontato fino in fondo. Diaz, Bolzaneto e l’omicidio di Carlo Giuliani non furono incidenti, ma l’esito di una concezione dello Stato che considera il dissenso una minaccia da reprimere. Quella concezione non è mai stata smantellata. Oggi viene riproposta, aggiornata e legittimata da un governo che ha fatto della sicurezza il proprio asse politico.
Torino non è un’eccezione. È un passaggio dentro un disegno più ampio. Ridurla a una giornata di scontri significa accettare la narrazione del governo e rinunciare a individuare le responsabilità di chi ha scelto la repressione come risposta sistematica alle rivendicazioni sociali. Significa accettare che la violenza istituzionale venga presentata come necessaria e inevitabile.
La criminalizzazione dei movimenti serve a questo: svuotare le piazze, isolare il conflitto, spezzare le solidarietà, preparare il terreno a nuovi dispositivi repressivi. Genova ha mostrato dove porta questa strada. Torino ci dice che questo governo ha deciso di percorrerla fino in fondo.
Per questo Torino non è solo Torino. È un segnale politico che va letto e denunciato per quello che è: un ulteriore passo verso una torsione autoritaria che colpisce chi lotta e protegge chi comanda.
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