Ci troviamo a prendere parola dopo i fatti di sabato e dei giorni seguenti poiché riteniamo che si sia superato un limite invalicabile.
Scegliamo di farlo come donne del Movimento per il Diritto all’Abitare, in quanto, in nome dell’antifascismo e del transfemminismo, si è cercato attivamente di compromettere anche la nostra agibilità in una piazza come quella per Valerio Verbano.
Il Movimento per il Diritto all’Abitare, da decenni, vede le donne e le libere soggettività meticce in prima linea non solo per difendere le occupazioni in cui sono impegnate per rivendicare il diritto alla casa e alla dignità, ma nelle lotte più generali cui hanno dato un apporto attivo, contribuendo a tenere aperti gli spazi di confronto e di conflitto in questa città anche nei momenti più complicati attraversati collettivamente negli scorsi anni.

E lo facciamo essendoci confrontate, oltre che con le sfide all’interno delle nostre abitazioni, con la violenza istituzionale, con quella economica, con quella di genere, con quella dei confini e della guerra ai poveri. Fronteggiando ogni giorno, direttamente sulla nostra viva pelle, il livello di aggressione che una società e un sistema politico profondamente machisti, patriarcali e razzisti mettono in campo sui nostri corpi e sui nostri spazi.
Mentre il governo pone sotto ulteriore attacco attiviste e attivisti, spazi sociali e abitativi, donne e libere soggettività, qualcun3 appropriandosi (a quale titolo?) dell’antifascismo e del transfemminismo ha scelto di individuare, anche dentro lo spazio politico del Movimento per il Diritto all’Abitare, i “nemici” con cui regolare i conti, trasformandoli in strumenti identitari per cacciare dalle piazze, con metodi vistosamente machisti, le persone ritenute non appartenenti al proprio gruppo, al proprio quartiere, alla propria “fazione” antifascista e transfemminista. Riducendo, di fatto, queste lotte a un contenitore identitario che ci appare privo di contenuti- se ne analizziamo la declinazione e le pratiche- su cui costruire ipotesi politiche, elettorali e finanche economiche.
Dobbiamo dunque accettare, o anche solo immaginare, che qualcun3 possa decidere a chi concedere il patentino delle lotte che, a nostro avviso, strumentalizza?
Non prendiamo lezioni di transfemminismo da chi riduce l’intersezionalità a un puro discorso, anziché praticarla come metodo per riarticolare il genere con la dimensione della classe e della razza.
Non accettiamo che salgano in cattedra soggettività che nel corso degli anni hanno bussato alle porte delle nostre occupazioni non per proporre percorsi di solidarietà condivisa, ma progetti finanziati da offrire sotto forma di sportelli e corsi alle “utenti”.
Modalità che riproducono logiche moralizzanti, esotizzazione dei corpi e infantilizzazione delle donne, delle persone migranti e non che vivono nelle occupazioni. Progetti che hanno costituito, invece, un reddito per le donne bianche che li scrivono, lasciando però ancora una volta in ombra la possibilità di autentiche alleanze intersezionali, che possono nascere solo dalle pratiche quotidiane condivise.
Tornando a quanto successo negli scorsi giorni, rivendicare una pratica “transfemminista” che crea isolamento e persino aggressione nei confronti del Movimento per il Diritto all’Abitare, delle compagne e delle donne che si trovavano dentro uno spezzone organizzato, nel giorno in cui tutta la città è scesa in piazza per rendere collettivamente omaggio alla memoria di Valerio Verbano, per noi è inconcepibile quanto contrario ai principi di inclusione, rispetto e sicurezza per tutte e per tutti che riteniamo propri del transfemminismo.
Chi ha scelto di appropriarsi monopolisticamente dell’antifascismo e del transfemminismo come un marchio registrato, e finanche come strumento per legittimare aggressioni fisiche alle singole persone, giovani e meno giovani, nonché a uno spezzone intero, ha prodotto uno strappo difficilmente ricucibile.
Con questa lettera vogliamo aprire un confronto al riguardo e ribadire il nostro posizionamento, anche in vista delle piazze in costruzione contro il DDL Bongiorno e per l’8 marzo, nelle quali ci sentiamo libere di partecipare con i nostri corpi e con il nostro punto di vista politico di classe.
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