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Le mele marciano

Nel dibattito pubblico, mediatico e istituzionale italiano, l’emersione di reati di estrema gravità commessi da appartenenti alle forze dell’ordine e di polizia penitenziaria viene invariabilmente incanalata all’interno di una precisa distopia narrativa che si intreccia irreparabilmente, da anni, con la retorica della “mela marcia”.

Questa formula linguistica e concettuale, ampiamente utilizzata dai vertici ministeriali e dalle gerarchie militari, postula che le violenze, gli abusi di potere, la corruzione e le torture siano il prodotto esclusivo di devianze individuali, isolate e imprevedibili.

Tale postulato assume l’esistenza di un corpo istituzionale sano, inattaccabile nella sua essenza democratica, occasionalmente infettato da singoli elementi patologici che, una volta individuati ed espulsi, restituiscono l’organismo alla sua originaria purezza.

Tuttavia, un’analisi empirica, sociologica e giuridica rigorosa, basata sulle evidenze investigative e processuali degli ultimi anni, smentisce categoricamente questa ipotesi auto-assolutoria. Le fonti documentali, le inchieste della magistratura e le analisi prodotte dalla dottrina e dalle organizzazioni per i diritti umani dimostrano in maniera inequivocabile l’esistenza di un problema strutturale e non individuale.

In questo paradigma, l’abuso di potere non rappresenta un’eccezione o un malfunzionamento accidentale, ma si configura come una prassi operativa tollerata, protetta da un impenetrabile muro di omertà istituzionale e tacitamente avallata da una classe politica subalterna.

Come evidenziato dall’analisi del caso Cinturrino, definire un poliziotto pluridecorato e leader di un manipolo di agenti come un’anomalia isolata permette di evitare riforme necessarie. Anzi, conferma la natura ambigua e totalizzante del potere quando, dopo questo caso, si è andati avanti con lo “scudo penale” che molto probabilmente avrebbe permesso a Cinturrino e colleghi di farla franca, magari passando da eroi. Tale narrazione rassicura l’opinione pubblica sul fatto che le istituzioni “stiano bene”.

Tuttavia, la sociologia del potere di polizia evidenzia come la formazione avvenga spesso sul campo tramite il condizionamento dei colleghi anziani, trasmettendo l’idea che l’agente sia al di sopra della legge. Questo meccanismo è stato visibile sia a Piacenza che a Verona, dove il silenzio dei colleghi non era certo dovuto a paura, ma a un’accettazione culturale della violenza come routine di mestiere. La tendenza istituzionale a premiare funzionari condannati per violazioni dei diritti umani rafforza ulteriormente l’idea che l’illegalità non pregiudichi la carriera e che anzi spesso sia una scorciatoia.

Facciamo esempi concreti, sono molti di più, ma ho preso quelli che hanno avuto rilevanza mediatica e che costituiscono una certa gravità.

La trasformazione della caserma in base operativa: i casi di Piacenza e Aulla

Il superamento della dimensione individuale della devianza è plasticamente rappresentato dal sequestro della Caserma Levante di Piacenza nel luglio 2020. L’operazione “Odysseus” ha scoperchiato un sistema in cui l’intero presidio dell’Arma dei Carabinieri era stato trasformato nel quartier generale di un sodalizio dedito allo spaccio di stupefacenti, all’estorsione e alla tortura. In questo contesto, non si trattava di un singolo militare infedele, ma di un gruppo operativo coeso che, sotto la guida dell’appuntato Giuseppe Montella, gestiva il territorio con metodi predatori.

La natura organizzata delle violenze alla Levante costituiva un rituale di affermazione del potere sul territorio. I fermati venivano malmenati e umiliati, mentre i verbali di arresto venivano metodicamente falsificati per coprire le illegalità commesse. L’analisi delle intercettazioni ha rivelato un linguaggio che mutuava codici comportamentali dalle organizzazioni criminali, dove l’unico militare che manifestava dubbi veniva etichettato come “infame”, a dimostrazione di come la solidarietà di corpo fosse stata deviata verso una protezione del gruppo.

Simmetricamente, la caserma di Aulla ha mostrato dinamiche di devianza collettiva altrettanto allarmanti. La condanna in primo grado di 22 carabinieri per un totale di 70 anni di carcere testimonia la vastità del coinvolgimento istituzionale. Le accuse, che spaziano dalle lesioni alla violenza sessuale fino al sequestro di persona, descrivono un clima di terrore in cui i cittadini venivano minacciati con la pistola in bocca o “gonfiati come zampogne” durante i fermi. Anche in questo caso, la scomparsa della droga sequestrata e l’alterazione dei verbali erano pratiche ricorrenti, possibili solo grazie a un sistema di complicità che coinvolgeva gran parte del personale della stazione.

Carmelo Cinturrino e il dominio territoriale a Rogoredo

L’inchiesta sull’omicidio di Abderrahim Mansouri nell’area di Rogoredo a Milano, avvenuto nel gennaio 2026, offre uno spaccato inquietante sulla figura dell’agente Carmelo Cinturrino, soprannominato “Thor”. Cinturrino era un assistente capo pluridecorato la cui esperienza gli permetteva di condizionare pesantemente i colleghi più giovani. Dietro questa facciata di efficienza operativa, gli inquirenti hanno ricostruito un lucroso sistema di estorsione ai danni degli spacciatori locali, ai quali veniva imposto il pagamento di un “pizzo” quotidiano per poter operare indisturbati.

L’omicidio di Mansouri, descritto come un’esecuzione “a freddo”, è stato seguito da un immediato tentativo di inquinamento probatorio. Cinturrino avrebbe piazzato una pistola finta accanto al corpo della vittima per simulare una legittima difesa, contando sulla complicità di quattro colleghi che hanno inizialmente sottoscritto verbali mendaci. L’analisi del DNA ha successivamente confermato che sull’arma erano presenti solo le sue tracce, smontando la versione ufficiale e rivelando come il silenzio dei colleghi sia un pilastro fondamentale per l’impunità. La dinamica dimostra che l’autorità carismatica all’interno di un commissariato può annullare i freni inibitori legali del gruppo operativo.

La violenza di apparato negli istituti di pena: Santa Maria Capua Vetere e Torino

Il fenomeno della devianza non risparmia la polizia penitenziaria, dove l’isolamento degli istituti favorisce l’emergere di pratiche brutali. Il pestaggio avvenuto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere il 6 aprile 2020 è stato definito dal GIP una “orribile mattanza”. In questo caso, la premeditazione è evidente: oltre 100 agenti hanno organizzato una “operazione pulizia” che ha visto decine di detenuti fatti inginocchiare e picchiati per ore con manganelli, calci e pugni.

La gravità del caso risiede non solo nella violenza fisica, ma nel costante tentativo di occultamento. Dopo il pestaggio, sono state redatte false informative per giustificare l’azione e isolare i detenuti che avrebbero potuto denunciare l’accaduto. La successiva promozione di Antonio Fullone, principale imputato, a capo della formazione della polizia penitenziaria, è stata interpretata come un segnale di persistente impunità istituzionale.

Anche a Torino, la condanna di sette agenti della penitenziaria per tortura nel 2026 conferma la pervasività del fenomeno. Gli episodi includevano schiaffi, pugni e umiliazioni verbali ricorrenti. La sentenza ha riconosciuto la sussistenza del delitto di tortura, sottolineando le difficoltà nel rompere il clima di omertà tipico dei luoghi di detenzione.

Abusi sui soggetti vulnerabili nella questura di Verona

Un ulteriore caso di violenza di corpo è emerso nella Questura di Verona, dove un’inchiesta avviata nel 2022 ha portato all’arresto di un ispettore e quattro agenti, coinvolgendo complessivamente 18 indagati. Le persone fermate, quasi esclusivamente soggetti vulnerabili come senza fissa dimora o migranti, venivano sottoposte a pestaggi, umiliazioni e all’uso ingiustificato di spray al peperoncino.

Le intercettazioni ambientali hanno catturato frasi emblematiche del clima interno, evidenziando come la violenza fosse considerata una pratica di routine. Il fatto che 18 agenti siano stati indagati suggerisce che le violenze avvenissero sotto gli occhi di molti colleghi che hanno preferito non denunciare, confermando la tesi della complicità omertosa diffusa. Inoltre, alcuni indagati sono accusati di peculato per aver sottratto denaro e sigarette alle vittime durante i controlli.

Predazione e corruzione: i casi Coin e l’inchiesta “Sciacallo”

La devianza nelle forze dell’ordine si manifesta anche attraverso forme di criminalità economica e predatoria che coinvolgono ufficiali di diversi gradi. L’indagine sui furti alla Coin di Roma Termini nel 2026 ha portato all’incriminazione di 21 esponenti tra Polfer e Carabinieri. Il gruppo avrebbe orchestrato furti continuati per un valore di 184 mila euro, sfruttando la propria posizione di controllo per agire indisturbati.

Un quadro ancora più allarmante emerge dall’inchiesta “Sciacallo”, che ha rivelato un’associazione finalizzata al traffico di droga gestita da tre agenti della Polizia di Stato a Roma. Il sistema era basato sul sequestro parziale degli stupefacenti: i poliziotti dichiaravano nei verbali solo una parte della droga, consegnando il restante quantitativo a spacciatori compiacenti in cambio di denaro. Gli agenti fornivano inoltre notizie riservate su corrieri rivali per favorire il gruppo criminale partner, dimostrando un’integrazione profonda tra apparati di sicurezza e narcotraffico.

Il caso Hasib Omerovic: tra irruzioni illegali e torture a Primavalle

Il caso di Hasib Omerovic, il trentaseienne disabile sordomuto precipitato dalla finestra della sua abitazione nel luglio 2022, rappresenta un compendio di abusi di autorità e successivi depistaggi. Gli agenti sono entrati nell’appartamento senza alcun mandato, forzando la porta della stanza in cui Omerovic si era rifugiato. L’ispettore Andrea Pellegrini avrebbe infierito sull’uomo con schiaffi e minacce, portandolo in uno stato di terrore tale da indurlo al lancio dalla finestra per sfuggire alla violenza.

Il seguito della vicenda ha mostrato i tipici meccanismi di protezione interna: altri quattro poliziotti sono stati indagati per aver omesso di indicare le condotte violente del collega nei rapporti ufficiali, mentre tentativi di falsa informazione al pubblico ministero hanno coinvolto anche un’ispettrice superiore. Il patteggiamento di un agente presente ai fatti ha ulteriormente confermato l’illegalità dell’irruzione e la gravità dei comportamenti tenuti all’interno dell’abitazione.

Il quadro normativo e i fattori di protezione dell’impunità

L’analisi dei singoli casi non può prescindere dalla valutazione delle condizioni che favoriscono la devianza. L’Italia sconta una cronica mancanza di trasparenza operativa, essendo uno dei pochi paesi europei a non aver introdotto i codici identificativi per gli agenti. L’assenza di tali codici rende estremamente difficile l’individuazione delle responsabilità individuali durante azioni collettive, favorendo l’anonimato.

Inoltre, il recente Decreto Sicurezza 2025 (Legge n. 80/2025) ha introdotto norme che rischiano di accentuare lo squilibrio tra potere di polizia e garanzie individuali. L’introduzione del reato di rivolta penitenziaria (Art. 415-bis c.p.), che punisce fino a 8 anni anche la resistenza passiva, è stata criticata come una risposta puramente repressiva. Contemporaneamente, l’inasprimento delle pene per la resistenza a pubblico ufficiale specificamente contro le forze di polizia crea un regime di tutela privilegiato che può essere percepito come uno scudo contro il controllo democratico.

Analisi delle novità introdotte dal decreto sicurezza 2025 e 2026

Il panorama normativo recente evidenzia una chiara tendenza verso l’espansione dei poteri coercitivi senza un corrispondente aumento della trasparenza.

Aggravanti per violenza/resistenza (Art. 19): Inasprimento delle pene per atti contro agenti, puniti più severamente rispetto ad altri funzionari pubblici.

Arresto in flagranza differita (Art. 2025): Estensione della misura fino a 48 ore dal fatto sulla base di documentazione video, riducendo l’immediatezza della tutela giurisdizionale.

Porto d’armi facilitato (Art. 28): Autorizzazione per gli agenti a portare armi diverse da quelle d’ordinanza senza necessità di licenza privata.

 

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