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Peter Thiel, la dottrina sociopatica delle tecno-élite /1

Apro il vocabolario alla lettera S. Scorro fino a sociopatico. Leggo: Sociopatico: persona affetta da un grave disturbo del comportamento sociale; tende a ignorare le regole e le leggi, non prova senso di colpa per il male inflitto agli altri e manipola o sfrutta le persone.

Ecco, all’ingrosso, il profilo psicologico di Peter Thiel, l’uomo che ha messo per iscritto l’ideologia del nuovo potere incarnato dalle tecno-oligarchie. Ne parliamo perché è sbarcato in queste ore a Roma per tenere quattro conferenze sull’Anticristo. Incontri privati, ma anche ultra-segreti: partecipanti selezionati e anonimi, luogo del ritrovo sconosciuto.

C’è una frase che riassume l’impianto mentale da cui parte tutto:

«Non credo più che libertà e democrazia siano compatibili.»

Non è un paradosso accademico. È il mattone che regge un edificio intero: élite economiche in cabina di comando, istituzioni ridotte a scenografia, consenso popolare trattato come disturbo. Per Thiel, libertà significa unicamente proprietà, capacità d’investimento, possesso di infrastrutture. La Democrazia, costituita da persone senza capitale e minoranze, va rimossa.

L’universo politico di Thiel nasce negli anni di Stanford, fra metà anni ’80 e primi anni ’90. In quell’ambiente scrive, insieme a David O. Sacks, un testo che diventa un riferimento per la destra universitaria: The Diversity Myth. All’interno si trova una convinzione costante: pluralismo culturale e rivendicazioni sociali minano l’ordine. Servono élite forti, istituti esclusivi, gerarchie nette.

È qui che emergono i due assi portanti della sua visione: la massa produce instabilità, la selezione produce ordine. Thiel guarda ai movimenti studenteschi e vede caos. Guarda ai campus multietnici e vede un “sistema” fragile. Guarda ai corsi di scienze sociali e vede propaganda.

La soluzione? Scolpire una società dove chi detiene capitale decide tutto.

Nel tempo arrivano frasi sempre più nette. Una su tutte: «Il problema del voto universale è l’accesso al potere di persone ostili alla libertà economica.»

La conclusione è evidente: per Thiel, un sistema politico basato sul suffragio di massa rischia di frenare innovazione, investimenti, autorità imprenditoriale. Da qui la sua crociata contro l’istruzione generalizzata. Non a caso afferma: «La maggior parte delle persone non dovrebbe andare all’università.»

L’idea è semplice: troppe lauree generano spirito critico, discussione, pretese di diritti. A ogni analisi sociopolitica si sostituisce un principio: chi controlla capitali e piattaforme deve guidare il Paese. Gli altri devono seguire.

Nel suo libro più noto, Zero to One, Thiel introduce un concetto che diventa architrave dell’America Party:

«Capitalismo e concorrenza sono incompatibili.» Questa frase ribalta un secolo di retorica liberale. Secondo Thiel l’impresa ideale non deve competere: deve dominare. Un produttore unico governa prezzi, mercati, lavoro, innovazione. In pratica, un monopolio stabile rende l’economia più efficiente ed elimina conflitti.

Per lui il monopolio non è un incidente industriale: è la forma naturale del potere. E il salto dalla sfera economica a quella politica è breve: un’unica forza politica compatta vale più di sistemi pluralisti attraversati da mille spinte.

La crisi come occasione. In varie interviste Thiel formula una tesi che oggi appare profetica: «Il declino dell’Occidente è un’occasione per strutturare nuove istituzioni.»

Non parla di riforme lente, parla di rottura. Ogni frattura nella società – pandemia, instabilità economica, shock culturali – apre spazi che gruppi di élite ben organizzati possono colmare. E’ un piano operativo.

Secondo questa logica, la crisi non va evitata: va amministrata, sfruttata, orientata. Un Paese in affanno diventa terreno fertile per soggetti che dispongono di capitali, infrastrutture digitali e una narrazione pronta.

È esattamente ciò che succede negli Stati Uniti: un’onda populista che sembra spontanea, ma in realtà incrocia il mondo di Thiel, Vance, e altre figure legate alla nuova destra economica.

Quando nel 2016 Thiel sale sul palco della Convention Repubblicana per sostenere Trump, mette il timbro sul nuovo corso: «Trump rappresenta una ribellione contro una leadership di livello basso.»

Attenzione: non parla di popolo contro potere. Parla di élite emergenti contro élite decadenti. Per Thiel, Trump è un ariete che permette a un nuovo gruppo dirigente – quello legato alla Silicon Valley più aggressiva e alle finanze identitarie – di entrare nella sala di comando.

Qui compare la logica dell’America Party: un fronte che unisce nazionalismo economico, tecno-autoritarismo, guerra culturale permanente. Non serve un partito tradizionale. Serve una rete: capitali, piattaforme, candidati, algoritmi.

Thiel lo sintetizza con una frase secca:

«Non sto finanziando candidati: sto finanziando il futuro.»

Un futuro scritto da imprenditori, investitori, piattaforme di sorveglianza. Peter Thiel non urla. Non twitta in modo compulsivo. Non lancia meme né slogan. Lavora sotto traccia e guadagna montagne di dollari con la sua Palantir. (Ne parleremo in un secondo episodio)

Recap finale. Il suo modello di “Capitalismo sociopatico” si fonda su:

libertà come dominio dei proprietari,

democrazia ridotta a rito marginale,

crisi come passaggio utile,

monopolio come ordine naturale,

élite selezionate come motore della Storia.

L’oligarchia MAGA non è un mito.

È già all’opera.

 (prima parte)

* da Facebook

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