1. Il presidente come diversivo psichiatrico
L’esegesi clinica della presidenza Trump abusa da tempo di tassonomie psichiatriche mutuate dal Manuale Diagnostico e Statistico. Si teorizzano spettri del Cluster B. Si ipotizzano quadri di sociopatia funzionale. Narcisismo maligno. Demenza.
Queste diagnosi approssimative (in assenza del paziente) generano una teologia laica tesa a isolare il “mostro”, mondando simultaneamente gli apparati istituzionali. La presunta eziologia cerebrale imputata al leader occulta l’azione aberrante dell’esecutivo (che probabilmente è molto peggiore del “mostro”.
Ridurre l’escalation militare al sintomo di una degenerazione frontotemporale permette alla dottrina del realismo offensivo americano di operare indisturbata. Fissare il male nel soma del vertice vuol dire “obliterare” la continuità espansionistica di Washington. Un alibi giornalistico rassicurante. Un fallimento totale sul piano dell’indagine materiale.
2. Trump patafisico
Durante un’intervista a Fox News, il presidente riceve una domanda precisa sulle condizioni di sopravvivenza della popolazione iraniana sotto potenziale attacco militare. La questione riguarda l’approvvigionamento di risorse primarie.
Invece di fornire una giustificazione strategica, il leader devia brutalmente la conversazione. Inizia a rievocare il ricordo di un pasto consumato molto tempo prima. Subito dopo indirizza un apprezzamento estetico alla giornalista che lo sta interrogando.
Questo passaggio esibisce ciò che la psichiatria definisce deragliamento formale del pensiero, noto anche come tangenzialità. Manca del tutto il nesso associativo tra lo stimolo ricevuto e la verbalizzazione prodotta. Il capo di Stato sostituisce l’evidenza empirica del conflitto armato con il capriccio del proprio flusso di coscienza. Muta l’interlocuzione ufficiale in una esclusiva fonte di rifornimento narcisistico.
Questa situazione può essere letta in due modi simultanei. Simili alterazioni dell’eloquio rafforzano ovviamente il sospetto medico circa un logoramento fattuale delle funzioni esecutive superiori. Tali facoltà risiedono nei lobi frontali e sono deputate al mantenimento dell’attenzione focalizzata.
Però esiste anche un secondo livello di lettura altrettanto possibile. Un simile disturbo della comunicazione produce un dividendo tattico inestimabile all’interno della guerra dell’informazione. Che sia simulato o reale poco importa.
La tangenzialità è anche un metodo di controllo politico. Inondare la sfera pubblica con libere associazioni mentali genera un sovraccarico cognitivo su scala nazionale. Costringe le agenzie di stampa a concentrarsi sull’anomalia comportamentale, portandole ad abbandonare l’esame rigoroso delle conseguenze geopolitiche e dunque abbandonare la domanda iniziale.
La fuga delle idee da sintomo neurologico “magicamente” si trasforma in un formidabile mezzo di distrazione. L’analista perde l’appiglio fattuale, ritrovandosi a decifrare il vuoto logico.
3. Il pantheon diagnostico
Il ritratto pubblico di Trump, presso numerosi osservatori, si muove entro alcune costanti. Grandiosità, impulsività. bisogno di ammirazione. vendicatività. disprezzo verso il limite. scarsa empatia, linguaggio impoverito. ripetitività. difficoltà crescente a sostenere un pensiero lineare.
Ciascuna di queste linee viene poi collocata dentro famiglie nosologiche diverse. La più celebre è quella del narcisismo maligno, formula che consente di tenere insieme egocentrismo estremo, aggressività, tratti antisociali e gusto della sopraffazione. Intorno a questa etichetta si sono aggregati altri sospetti: demenza frontotemporale, decadimento dei lobi frontali, confabulazione, incapacità di inibizione.
Nessuno sa se Trump soffra di una di queste patologie o si limiti a simularle (in modo convincente, non c’è dubbio), ma il punto è un altro. La prospettiva analitica va capovolta. L’esistenza palese del disturbo implica anche l’attività di entità terze incaricate di estrarne un profitto geopolitico. Il complesso militare-industriale e le agenzie di intelligence parassiterebbero le patologie del presidente.
Un uomo da solo, dentro lo studio ovale, può ben poco. Le burocrazie di Washington selezionano il vantaggio tattico celato dietro le intemperanze verbali del vertice. Se il comandante in capo esibisce la sociopatia, lo Stato profondo la capitalizza. La malattia si converte in un formidabile moltiplicatore di forza, trasformando il leader instabile in uno strumento perfetto (lo abbiamo già visto con Biden), capace di eseguire e mascherare direttive elaborate decenni prima dai teorici del realismo offensivo americano.
4. L’incoerenza come metodo
Dal 28 febbraio in poi Trump ha fornito una sequenza quasi scolastica di dichiarazioni incompatibili tra loro. Guerra rapida. vittoria imminente. vittoria già ottenuta. necessità di altre settimane. nessun limite di tempo. fine del conflitto quando lo sentirà nelle ossa. pausa negoziale.
Un primo livello di lettura parla di disorganizzazione mentale e di pensiero binario incapace di reggere la continuità strategica. Ci sta, non sembra impossibile.
Ma un secondo livello di lettura, più utilitarista, ci mostra una funzione precisa. L’incoerenza costruisce paura e lascia l’avversario senza un orizzonte stabile, un interlocutore credibile ed ha anche l’utilità, non risibile, di consentire al leader di rivendicare sempre e in qualunque momento di aver avuto ragione. Se la guerra dura due giorni, aveva previsto due giorni. Se dura due mesi, aveva previsto che serviva più tempo. Se l’obiettivo cambia, il racconto cambia con esso.
La vittoria, in questo schema, non è un problema militare, ma un caos organizzato di eventi, dove, nel frattempo, alla fin fine gli USA e Trump perdono di credibilità, ma nell’immediato hanno enormi vantaggi economici. Hanno il Venezuela, chiudono Hormuz e diventano i primi esportatori di gas e petrolio a prezzi triplicati…
5. Il presidente non è il sistema
Fissiamo l’estensione materiale del potere esecutivo. Il vertice della Casa Bianca dispone dell’arsenale atomico. Altera i mercati valutari con una firma. Egli agisce tuttavia dentro un perimetro di ferro tracciato dai centri di pianificazione del Pentagono. Subisce le direttive del complesso militare-industriale e le pressioni delle agenzie di spionaggio.
Attribuire l’intera catena di comando a una mente malata significa assolvere la macchina egemonica. Derubricare l’interventismo armato a psicosi del leader fornisce una scappatoia ai commentatori accademici. Evitano in questo modo l’indagine sulle reali necessità dell’imperialismo statunitense.
Il presidente degli Stati Uniti dispone di molti poteri, sia chiaro. Può far bombardare un paese, alterare i mercati, intimidire gli alleati, piegare il dibattito, produrre danni globali in poche ore. Eppure il presidente americano non coincide con un dittatore assoluto che inventa da solo la direzione della storia. Attorno a lui esistono apparati militari, intelligence, lobbies, reti energetiche, finanza, burocrazie della sicurezza, partner stranieri, complesso industriale, centri di pianificazione, gruppi ideologici, staff di filtraggio e di traduzione.
Ridurre tutto a Trump significa alleggerire il peso della struttura. È la versione psicologica della deresponsabilizzazione imperiale. L’impero viene rappresentato come sano in partenza, temporaneamente sequestrato da una personalità tossica. Una consolazione per liberali stanchi e per commentatori che preferiscono la patologia del singolo alla fisiologia della macchina.
6. L’ipotesi dell’attore che recita il folle
Non dobbiamo trascurare l’ipotesi della follia come algoritmo negoziale. Il presidente interiorizza i fondamenti della Teoria dei Giochi e della brinkmanship. Il vertice governativo fa proprio il postulato centrale della Teoria dei Giochi applicata alla deterrenza. Simula il collasso della facoltà di raziocinio per scardinare il calcolo utilitaristico della nazione rivale. L’esibizione pubblica del disturbo psichiatrico assume i contorni di una tattica coercitiva esatta.
Thomas Schelling definì questo paradosso la razionalità dell’irrazionalità. Indossando la fisionomia dell’agente instabile, il leader espande enormemente il rischio di annientamento reciproco percepito dalle diplomazie avversarie.
La prassi della brinkmanship si alimenta proprio di una finta perdita di controllo sulle catene di comando. Condurre la crisi sull’orlo del baratro termonucleare o convenzionale obbliga il nemico alla concessione preventiva. L’imprevedibilità smette di costituire un difetto caratteriale. Diviene lo strumento supremo del ricatto internazionale.
L’applicazione su scala globale della Teoria del Pazzo di matrice nixoniana serve a rendere verosimile il ricorso alle opzioni militari estreme. Il bluff produce effetti materiali a una sola condizione dirimente. L’insania ostentata deve apparire clinicamente inoppugnabile.
Quindi da un lato Trump di suo ha caratteristiche di instabilità (le aveva anche in precedenza, prima che gli americani lo votassero), ma su queste caratteristiche, se usate bene dall’apparato ci si può costruire sopra. La finzione utilitaristica incontra un temperamento naturalmente incline all’abolizione dei freni inibitori. Risulta impossibile sbrogliare con il bisturi il cinismo della pianificazione a tavolino dal puro deficit sociopatico.
La messinscena dell’attore sregolato funziona in modo micidiale proprio perché asseconda un’anomalia psichica preesistente. L’astuzia dei dipartimenti della Difesa e l’impulsività del singolo individuo convergono in un’unica, letale forza d’urto. L’utilità strategica e la devianza personale si fondono in modo inestricabile.
7. La guerra all’Iran come convergenza di apparati
L’idea che la guerra sia il puro prodotto del capriccio personale convince poco. Un conflitto di questa scala presuppone preparazione, convergenze, interessi, nodi logistici, catene decisionali, coperture diplomatiche, flussi informativi, obiettivi energetici e militari. Il presidente imprime il ritmo. La macchina fornisce la continuità.
È in questo intreccio che bisogna collocare l’azione americana. La patologia individuale da sola rimane inerme. Un’offensiva intercontinentale di simile magnitudo esige la mobilitazione preventiva del Comando Centrale degli Stati Uniti. Presuppone intese burocratiche sotterranee e una formidabile capacità di calcolo balistico. L’evento va rigorosamente letto come la saldatura esatta tra l’acting out del vertice e l’espansionismo pianificato dalla Difesa.
Donald Trump estremizza una traiettoria di contenimento che i teorici dell’egemonia globale consideravano inevitabile. La sua sociopatia funge da catalizzatore violento su un disegno preesistente. L’amministrazione esecutiva eredita l’avversario mediorientale da decenni di postulati geostrategici. Si limita a fornirgli l’innesco irrazionale utile a validare di fronte al mondo un attacco preventivo altrimenti indifendibile.
Sono decenni che vogliono cancellare l’Iran, Trump, con le sue “caratteristiche” psichiche risulta perfetto per il compito. E soprattutto è quasi sicuramente ricattato da Israele.
8. Israele come regista strategico parziale
Il governo di Tel Aviv considera l’arsenale iraniano una minaccia esistenziale. Ha consolidato a Washington una rete di pressione capace di orientare i finanziamenti esteri e definire l’agenda sicuritaria americana. Assegnare a Israele la regia dell’operazione possiede una valenza analitica solida.
Il saggio di Mearsheimer e Walt sull’influenza della lobby israeliana dimostra la capacità di indirizzare le priorità di Capitol Hill. La tesi rischia di sfaldarsi se esclude la dottrina del realismo offensivo propria degli Stati Uniti. L’impero persegue l’egemonia nel Levante per il controllo esclusivo delle rotte energetiche. Esistono alleanze radicate e reciprocità di intenti.
Israele ha lavorato per anni, decenni, alla costruzione della minaccia iraniana come asse centrale della sicurezza occidentale ed ha strumenti di pressione molto superiori a quelli di quasi ogni altro alleato. Ha una capacità di penetrazione narrativa, congressuale tramite ricatti e infiltrazioni di ogni tipo.
9. Ricatto, dossier, zone d’ombra
Il problema non è soltanto la quantità, cioè le volte in cui il nome di Trump compare nei file di Epstein. Il problema è la struttura del materiale. I documenti pubblici mescolano flight logs, rubriche, email, articoli allegati, foto, appunti dell’FBI, segnalazioni prive di verifica, testimonianze indirette, accuse non corroborate, scarti d’archivio e frammenti di relazione sociale.
Trump appartiene pienamente all’universo relazionale di Epstein e vi appartiene da posizione alta e documentata, al di là degli strategici omissis.
Inoltre la gestione politica della diffusione dei file ha avuto un tratto apertamente difensivo, come se il problema principale non fosse la verità giudiziaria ma il contenimento del danno politico.
Un uomo con questo livello di esposizione archivistica è per definizione vulnerabile. Anche senza immaginare un comando occulto centralizzato (che probabilmente c’è), basta molto meno per produrre subordinazione. Basterebbe la coscienza di essere ricattabile, la paura di nuove emersioni, la necessità di protezione reciproca, la dipendenza da apparati amici, la disponibilità a compiacere chi custodisce informazioni, filiere, accessi, canali.
In politica estera questo tipo di vulnerabilità non ha bisogno di apparire in forma teatrale. Gli basta esistere. Se consideriamo che la guerra all’Iran serve ad Israele per compiere il suo progetto escatologico e politico, Trump sembra l’individuo perfetto da ricattare e usare a piacimento, magari puntando proprio sulle sue caratteristiche “psichiatriche” e su un ricatto ben congegnato.
10. Il sovrano escatologico
Una frazione considerevole dell’appoggio logistico deriva dal sionismo cristiano e dalle correnti dispensazionaliste. Il prestigio del vertice americano risulta indecifrabile se separato dal fanatismo messianico che permea la sua amministrazione.
All’interno dell’evangelismo radicale e del sionismo cristiano, il leader subisce una trasfigurazione teologica assoluta. Assume i connotati di un nuovo Ciro. Un monarca laico selezionato dall’alto per forzare il volere provvidenziale, impugnando il comando militare al fine di accelerare le profezie e sbarrare le frontiere d’Israele.
Altre correnti settarie alimentano una visione esplicitamente sanguinaria. Profilano un condottiero mandato sulla terra per scardinare l’epoca presente e imporre una spietata purificazione.
Questa investitura escatologica comporta un beneficio politico formidabile. Immunizza il decisore dal comune vaglio etico. Il vizio privato viene assolto dall’urto di una vocazione superiore. L’incoerenza verbale perde lo stigma del deficit cognitivo per certificare l’autenticità della chiamata.
Tale sovrapposizione tra potere esecutivo e radicalismo religioso (voglio ricordare chi siede a capo della difesa negli USA: Pete Hegseth) si istituzionalizza nei gangli stessi della Casa Bianca. L’esecutivo ha incardinato un ufficio per la fede direttamente nell’Ala Ovest, trasformando la devozione in un dipartimento governativo.
Intorno alla scrivania presidenziale si consumano regolari funzioni di culto a favore di telecamera. Predicatori televisivi e membri dello staff si stringono in cerchio per imporre le mani sul capo dello Stato. Invocano la protezione celeste sui bombardamenti in corso e reclamano la benedizione sulle truppe dispiegate. Il delirio mistico fornisce un drappeggio infallibile all’interventismo armato.
L’impero veste i panni del redentore per coprire il calcolo predatorio della propria espansione balistica.
* da https://laviniamarchetti.substack.com/
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