Per decenni una sola frase ha protetto buona parte dei dotti, degli accademici e di coloro che avevano seguito e potere decisionale. Una protezione perfetta dal proprio passato: “non lo sapevamo”. La ripetevano i professori, i medici, gli avvocati, e anche i buoni padri di famiglia che avevano vissuto a pochi chilometri dai camini.
Quella frase oggi è morta. Un genocidio ci arriva sui telefoni mentre accade, ripreso anche dalle vittime un istante prima che le uccidano. L’ignoranza non è più disponibile. Chi cercava riparo nel non sapere ha dovuto trovarsene uno nuovo, e lo ha trovato soprattutto nella parola “complessità”, nell’equidistanza, nelle “due versioni” della Storia.
Eppure a parlare di genocidio a Gaza non sono soltanto attivisti o commentatori, lo hanno fatto Amnesty International, Human Rights Watch per gli atti di genocidio, B’Tselem, Physicians for Human Rights Israel, la Commissione d’inchiesta ONU, la Relatrice speciale ONU, l’International Association of Genocide Scholars, il Lemkin Institute, Genocide Watch, FIDH, Euro Med Monitor, MSF e diverse organizzazioni palestinesi per i diritti umani. Intanto il procedimento principale davanti alla Corte internazionale di giustizia resta aperto.
La “complessità”
Quindi quale complessità ci sarebbe a vedere, solo vedere, leggere, ciò che accade?
La complessità invocata in queste settimane è un meccanismo di difesa, e nella clinica si chiama intellettualizzazione. Davanti a un fatto insopportabile la mente lo converte in un problema interessante. Sposta l’emozione sul piano del ragionamento e si mette in salvo.
Il malato che riceve una diagnosi tremenda e si lancia a discutere di percentuali di sopravvivenza, studia la malattia a livello molecolare, compie, in piccolo, lo stesso gesto di certi intellettuali davanti a un popolo affamato e trucidato. Converte l’orrore in una conversazione raffinata e specialistica. Discutono di versioni e di contesto, e così tengono lontana l’unica cosa che la storia chiede loro: prendere posizione, prendere coscienza di cosa accade. La finezza serve a non sentire.
Il “dubbio”
Il dubbio merita lo stesso sguardo. Esiste un piacere segreto nell’essere l’uomo ragionevole, quello che non si lascia trascinare, che vede sempre l’altra faccia. È un piacere narcisistico, e davanti a una strage diventa qualcosa di etimologicamente osceno.
Lo spettacolo del massacro offre al ragionevole un palcoscenico per la propria misura, e i morti gli servono da materiale. Tiene la questione aperta mentre le prove abbondano, perché chiuderla lo priverebbe del ruolo. Finché dubita, resta il più intelligente della stanza. Concludere lo abbasserebbe alla statura comune di chiunque possieda due occhi e un poco di cuore.
Questo non è il dubbio cartesiano, che aveva uno scopo preciso, tendeva a qualcosa, alla conoscenza, alle chiare e distinte percezioni. No, questo dubbio qui è fine a se stesso e serve a non esporsi, per paura.
Il “diniego”
Il diniego va più a fondo, perché non lavora sull’informazione. Lavora su quello che ne facciamo dopo averla ricevuta. Il famoso: “lo so benissimo, eppure…”. Lo so benissimo, eppure continuo a vivere come se la cosa non mi appartenesse. Le immagini, anziché aprire questo muro, lo alimentano.
Una sola fotografia, un tempo, muoveva il mondo. Il bambino curdo riverso sulla sabbia di una spiaggia turca fermò l’Europa per tre giorni, nel 2015. Tre giorni. Poi la fotografia successiva, e quella dopo, fino all’oppio dei popoli.
Il flusso continuo addormenta la coscienza meglio di qualsiasi silenzio, perché le regala la sensazione di aver visto, e dunque di sapere, mentre la dispensa dall’agire. Chi guarda tutto e non muove un dito si è costruito un punto cieco sopra la cosa che non può permettersi di vedere.
L’“ignavia”
L’ignavia, infine, è la più camuffata, perché si traveste da virtù. Dante conosceva questa specie e la collocò prima ancora dell’inferno vero, nel vestibolo, accanto agli angeli che non furono né fedeli né ribelli. Anime vissute senza infamia e senza lode, condannate a rincorrere per l’eternità un’insegna che non sceglie mai una direzione, punte da mosche e vespe, il loro sangue raccolto ai piedi da vermi fastidiosi.
Il poeta non spende per loro neppure una riga di pietà, li congeda con un “non ragioniam di lor” e passa oltre.
Sette secoli più tardi un giovane rivoluzionario, che il fascismo avrebbe spezzato, nel corpo, ma non nell’anima, in carcere, scriveva di odiare gli indifferenti, perché l’indifferenza è il peso morto della storia, la zavorra legata alla caviglia di chiunque provi a spostarla. Vivere, per lui, voleva dire prendere parte. Chi oggi fa sfoggio della propria equidistanza dovrebbe rileggere quelle pagine prima di salire su un palco a confessare il proprio imbarazzo.
Il peso. La responsabilità
Tutto questo ha un peso maggiore quando ad “abbracciare” questi meccanismi è chi possiede un seguito, una competenza, addirittura un “potere”. In questo campo la psicologia diventa sociale.
Norbert Elias ha mostrato come funzionava la società di corte. Il cortigiano sopravviveva affinando le maniere e misurando le parole sul gradimento del sovrano, finché la prudenza si trasformava in eleganza, delicatezza e queste aprivano la carriera.
Lo scrittore celebre che ha bisogno del festival e dell’abbraccio della stampa amica è un cortigiano che ignora di esserlo. La sua equidistanza è una recita di sopravvivenza travestita da pensiero, raffinata proprio perché ne va della sua collocazione. Chiama indipendenza la docilità verso chi lo invita.
Il tradimento dei chierici, oggi, ha la faccia gentile di chi si rifiuta di scegliere, e si fa applaudire dai potenti per il proprio equilibrio.
Il fanatico di un tempo era riconoscibile da lontano. Costui no.
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