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Fioravanti, Mambro, Moretti e il doppio standard

Premesso: non sono un manettaro. Come si dice, un giustizialista. Non godo a vedere donne e uomini dietro le sbarre. Credo che la riparazione del danno, anche del più grave, debba avvenire attraverso percorsi di riabilitazione, non di castigo a vita. La pena, se ha un senso, è questo. Non l’ergastolo dell’anima.

Ma c’è una condizione. La legge dovrebbe pesare allo stesso modo su chiunque. Se cambia peso a seconda del nome, della storia o delle convenienze, smette di essere giustizia e diventa qualcos’altro.

Prendiamo due casi emblematici, anche se profondamente diversi tra loro e non sovrapponibili per natura e contesto: la strage alla stazione di Bologna e il sequestro Moro. Utili, però, se si guarda a un solo aspetto: il trattamento riservato ai condannati.

Quarantasei anni dopo l’esplosione che squarciò la stazione di Bologna alle 10:25 del 2 agosto 1980, i condannati – Valerio Fioravanti e Francesca Mambro – camminano da tempo liberi per le strade d’Italia. Nonostante otto ergastoli per lui, nove per lei. Con la condanna per la strage, a Francesca Mambro vengono attribuiti novantasei omicidi, a Fioravanti quasi altrettanti.

Eppure, nel 1998 Francesca Mambro ottiene la semilibertà: esce di giorno, rientra la sera, lavora nella sede del Partito Radicale. Nel 2002 passa alla detenzione domiciliare speciale. Nel 2008 le viene concessa la libertà condizionale. Cinque anni dopo, nel settembre 2013, la pena si estingue: è libera. Tutto cancellato.

Fioravanti, ventisei anni dentro. Attenuanti, buona condotta. Stesso iter della Mambro. Nel 2009 anche lui è fuori. Libero. Com’è possibile? La legge prevede che, una volta concessa la libertà condizionale, il condannato sia sottoposto a un periodo di prova di cinque anni. Se in questo periodo non commette reati e rispetta le prescrizioni, la pena si estingue automaticamente.

Poi c’è Mario Moretti. Per la pubblicistica è il capo delle Brigate Rosse. L’uomo che ha diretto il sequestro di Aldo Moro. Milano, 4 aprile 1981: l’uomo più ricercato d’Italia s’impiglia nella rete.

Nel 1983 arrivano le condanne: sei ergastoli. Lui non collabora. Non si pente. Non canta. Non tradisce. Scrive libri, concede interviste, ma non abbassa la testa. Riconosce però la fine della lotta armata. Nel 1997 arriva la semilibertà: dorme in cella, lavora fuori. Aiuta in una cooperativa. Lavora in una RSA a Brescia. Si mescola tra i vivi.

Fioravanti e Mambro: liberi. Moretti: ancora in semilibertà. Ed è qui che nasce la domanda. Perché percorsi giudiziari apparentemente fondati sugli stessi istituti producono esiti che, nell’immaginario collettivo, appaiono così lontani?

La risposta non può essere affidata agli slogan. Va cercata nelle norme applicate, nelle decisioni dei tribunali. Ma resta un’impressione difficile da ignorare.

La verità è che il sistema penale, in Italia, ha sempre guardato la direzione della tua pistola. Chi hai colpito, ma soprattutto perché. Ha chiesto per chi hai lavorato prima: se per un’idea o per una rete di potere occulta. Ha annusato l’odore che portavi addosso: attacco allo Stato o Stato deviato?

E allora quella libertà concessa a Fioravanti e Mambro non è più solo un atto di “garantismo”. Ha i tratti di una liberazione politica. Appare come una mano che lava l’altra. Perché chi sa troppo, chi ha servito, chi ha eseguito, non si lascia marcire in galera.

È il Tribunale di sorveglianza a valutare se un condannato abbia maturato i requisiti per accedere alla semilibertà, alla liberazione condizionale e agli altri benefici previsti dalla legge. Ed è proprio qui che nasce un interrogativo difficile da eludere: perché Fioravanti e Mambro hanno riconquistato la piena libertà, mentre Mario Moretti, dopo 45 anni, è ancora in regime di semilibertà?

È questa la percezione di un doppio standard. Due percorsi giudiziari segnati dall’ergastolo, due esiti profondamente diversi, che continuano inevitabilmente a far riflettere e ad alimentare intrecci osceni.

* da Facebook

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