Il piccolo Comune abruzzese di Valle Castellana ha rilevato il controllo di un distributore di benzina che stava chiudendo, e che quindi ora è sotto il totale controllo pubblico (del Comune). Risultato: non dovendo conseguire alcun profitto, il distributore di benzina comunale può permettersi di abbassare il costo del carburante di 10-20 centesimi.
Nicola Fratoianni, leader di AVS, ha dichiarato “è tempo di ripensare a un ritorno al controllo pubblico di tutte le reti infrastrutturali e dei servizi strategici del paese. Energia e acqua tornino sotto il controllo pubblico”. La proposta ha iniziato a far piangere i consueti estremisti liberali come Luigi Marattin, con la solita solfa secondo cui “la sinistra non capisce l’economia”, “il pubblico non può permettersi di fare prezzi inferiori al privato”, et cetera.
Ora: è senza dubbio vero che lo Stato, in generale e a maggior ragione in un’economia complessa e interconnessa come quella contemporanea, non ha il potere di manipolare i prezzi come vuole.
Lo Stato, infatti, nel gestire un’azienda pubblica, si trova di fronte agli stessi costi che ha un’azienda privata, ad esempio:
– stipendio degli amministratori
– stipendio del personale
– costo dell’energia
– interessi sul debito eventualmente contratto
– ammortamenti vari per la sostituzione dei macchinari
– ammortamenti vari per l’acquisto di nuovi immobili alla fine del ciclo di utilizzo di quelli esistenti
– accantonamenti per rischi
– costo delle assicurazioni
– accantonamenti per investimenti futuri
– spese per ricerca & sviluppo
– spese legali eventuali
– (et cetera)
Tutti questi costi fissi, costi variabili, e costi gestionali vari (ammortamenti, accantonamenti, ecc.) costituiscono un ammontare totale sulla cui base viene calcolato il prezzo unitario dei beni prodotti o del servizio erogato (come ad esempio il litro di benzina del distributore): un prezzo unitario che non può essere inferiore a tale somma di costi unitari, altrimenti l’azienda opera in perdita.
Tuttavia, nel caso di azienda pubblica al 100%, e soprattutto nel caso in cui l’azienda sia proprietaria delle varie aziende della filiera implicata (nel nostro caso in esame: estrazione delle risorse fossili, raffinazione, stoccaggio, trasporto, distribuzione finale, più eventualmente le compagnie assicurative relative ai vari pezzi della filiera), lo Stato può evitare di caricare nel prezzo finale all’utente la “remunerazione del capitale investito”, che è il prezzo fatto pagare all’utente finale per il semplice fatto che esiste la proprietà privata dell’azienda.
In altri termini: oltre ai costi fissi, variabili e gestionali, un’azienda privata fa pagare all’utente finale un sovrapprezzo legato al fatto che “chi ci ha messo i soldi” vuole far pagare al consumatore il fatto stesso di averci messo i soldi – la teoria economica liberale giustifica questo con la tesi della remunerazione del rischio dell’investimento. Ma se non c’è nessun privato che “rischia” il proprio capitale, non c’è neppure alcuna necessità di remunerarlo. A maggior ragione nei settori fondamentali che stanno alla base del funzionamento della società, come il settore dell’energia, dove il rischio imprenditoriale è minimo e dove le spese per ricerca e innovazione possono essere effettuate e giustificate sulla base dell’interesse generale ad avere un’economia meno impattante sull’ambiente ed energeticamente più efficiente.
All’atto pratico, quindi, esiste una minoranza della società che possiede capitale finanziario e produttivo e fa pagare alla società una sorta di tassa generale per il fatto che “rende produttivo” il capitale. Il punto è che, dal punto di vista del sistema economico e della società, tale remunerazione della proprietà privata potrebbe tranquillamente non esistere: nel caso in oggetto, uno Stato proprietario al 100% dell’azienda pubblica che distribuisce il carburante può garantire ai consumatori un prezzo del litro di benzina pari al totale dei costi sostenuti, senza doverlo sovraccaricare di alcuna trattenuta derivante dalla necessità di garantire un profitto per la proprietà privata.
E attenzione: in particolari situazioni di inflazione, potrebbe addirittura decidere di garantire un prezzo inferiore al totale dei costi, scaricando le perdite su altre aziende pubbliche eventualmente in attivo (come fanno le holding private in ogni bilancio di esercizio), oppure scaricando i costi sulla parte di popolazione più ricca attraverso la tassazione generale fortemente progressiva ( = i fondi derivanti dalla tassazione andrebbero a coprire le perdite).
E quanti più pezzi della filiera, dalla produzione alla distribuzione finale, sono al 100% nelle mani pubbliche, tanto più il costo finale del bene e del servizio è vicino al totale dei costi, senza il prelievo della “tassa capitalistica” e cioè della remunerazione della proprietà privata!
Nella società capitalistica di mercato una minoranza sociale, i capitalisti, impone un costo alla società, una sorta di “tassa capitalistica”, che deriva dal puro e semplice fatto che possiede la proprietà privata del capitale finanziario e produttivo. La società e l’economia potrebbero tranquillamente funzionare senza questa proprietà privata e senza questa tassa capitalistica che è la remunerazione della proprietà privata.
Anche senza spingerci alla versione più radicale del socialismo – proprietà pubblica di tutti i pezzi dell’economia – risulta di puro e semplice interesse pubblico generale che i settori principali, che hanno a che fare con le esigenze di funzionamento basilari della società, e cioè energia, trasporti, sanità, istruzione, siano sottoposti alla proprietà e al controllo pubblico.
ENI è di proprietà statale al 33%, mentre al 67% è in mano a privati: nazionalizzare al 100% ENI, a maggior ragione di fronte all’inflazione che consente persino elevati “extraprofitti” ai privati, è diventato un interesse generale non più rimandabile del popolo italiano.
* da Facebook
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