La riflessione e l’analisi sul potenziale e i rischi dell’Intelligenza Artificiale è in pieno svolgimento. Non tutto è già chiaro ed è bene non cedere alla tentazione di dare subito una definizione-slogan che sembra una “categoria interpretativa”, ma non lo è affatto. Qui di seguito un contributo che ci ricorda quanto la potenza del software dipenda dalla fisica, dall’industria, dall’elettricità.
Buona lettura e continuiamo a cercare di capire.
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Tra manifesti apocalittici firmati dai guru della Silicon Valley e film di fantascienza stile Terminator, il dibattito pubblico sulla “perdita di controllo” dell’Intelligenza Artificiale sembra ormai ostaggio di una favola: un bel giorno un algoritmo super-intelligente prende coscienza, si replica nell’etere e sottomette l’umanità attraverso internet.
È una narrazione suggestiva che fa fare milioni di visualizzazioni.
Peccato che dimentichi un dettaglio elementare: l’intelligenza da sola non muove una foglia. Per agire nel mondo reale, qualunque intelligenza — biologica o sintetica — deve piegarsi alle leggi della fisica, della materia e della termodinamica.
Quando guardiamo all’IA non con gli occhi della paura ma con quelli dell’ingegneria, scopriamo che il “controllo” non è un problema filosofico: è un guinzaglio fatto di rame, silicio e gigawatt.
L’errore concettuale: confondere il software con l’azione fisica
Un’Intelligenza Artificiale può essere brillante quanto vuole nel risolvere equazioni o generare codice, ma per conquistare o distruggere alcunché ha bisogno di agency fisica: deve azionare pistoni, muovere masse, fondere metalli, saldare condotte e scavare minerali.
Il nostro mondo non gira sul codice: gira su tonnellate di acciaio, pale eoliche, scambiatori termici e cemento armato.
Un’entità digitale confinata in un server non può “costruire fabbriche segrete” dal nulla. Per stampare un singolo microchip a 2 nanometri serve una macchina litografica EUV prodotta da una sola azienda al mondo (ASML), che pesa 180 tonnellate, richiede tre Boeing 747 per il trasporto e necessita di filiere industriali sparse in 40 Paesi.
Pensare che un algoritmo possa fabbricare un’infrastruttura fisica parallela all’insaputa della specie umana significa ignorare come funziona l’industria pesante.
Il vincolo di Landauer: pensare consuma energia reale
L’elaborazione delle informazioni non è un’astrazione eterea. In fisica esiste il Principio di Landauer: cancellare o modificare un singolo bit di informazione dissipa una quantità minima di calore pari a:
E >= kb x T x ln 2
Nella pratica dei data center moderni siamo ordini di grandezza sopra quel limite teorico:
– L’illusione dell’algoritmo che fugge:
Un modello linguistico di frontiera o un sistema avanzato non può “fuggire e nascondersi dentro i nostri smartphone o nei tostapane connessi“. Ha bisogno di decine di migliaia di acceleratori grafici dedicati (ciascuno da 700 a 1.000 Watt di potenza termica ed elettrica) che lavorano in parallelo a bassissima latenza.
– Il cordone ombelicale della rete:
Un supercomputer per l’IA moderna assorbe decine o centinaia di Megawatt continui, 24 ore su 24. Non può alimentarsi d’aria: è rigidamente legato a una cabina primaria di trasformazione ad alta tensione da 380 kV, a contratti di fornitura giganti e a milioni di litri d’acqua di raffreddamento.
Il famigerato “kill switch” di cui parlano i filosofi non è una riga di codice che l’IA può hackerare: è un interruttore di manovra elettromeccanico in una sottostazione di Terna. Tagli la corrente, l’entropia fa il suo corso e la “super-intelligenza” torna a essere un ammasso inerte di sabbia drogata e rame.
Il vero rischio non è Skynet: è la nostra pigrizia sistemica
Significa che possiamo dormire sonni tranquilli?
Assolutamente no.
Ma il rischio reale non è la rivolta dei robot: è la nostra dipendenza da modelli opachi per gestire sistemi critici.
Allucinazioni sul dispacciamento:
Se deleghiamo a reti neurali complesse (di cui non comprendiamo a fondo i pesi decisionali) la gestione dei flussi di rete elettrica, dei carichi ospedalieri o dei mercati finanziari, l’incidente non nasce da “cattiveria” dell’algoritmo, ma da un banale errore di calcolo probabilistico applicato a un’infrastruttura fragile.
La bolla energetica:
I colossi del tech stanno accaparrandosi intere centrali nucleari e quote mostruose di rinnovabili per alimentare l’IA, spingendo la rete elettrica al limite e facendo lievitare i costi infrastrutturali che poi ricadono sulle bollette civili.
Il verdetto de Il Megawattora
Non perderemo il controllo del mondo a favore di una mente sintetica senziente per un motivo puramente fisico: l’universo richiede lavoro utile e potenza termica per essere modificato.
Finché la produzione di energia primaria, le miniere di litio, i cavi sottomarini e le turbine a vapore saranno gestiti e mantenuti dalla materia biologica in carne e ossa, l’algoritmo resterà un potente strumento di calcolo statistico vincolato alla presa di corrente.
Smettiamo di aver paura dei robot assassini da film e iniziamo a preoccuparci di quanti Terawattora stiamo bruciando per far generare video e testi a un server.
Fatti, non ideologie!
* da Facebook
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