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A Colleferro/Valle del Sacco è corsa ai terreni per fare i Data Center

La transizione digitale, con il suo corredo di promesse legate al Cloud, all’Intelligenza Artificiale e all’elaborazione di calcoli complessi, sta ridisegnando la geografia economica del pianeta. Nessuno, dotato di realismo, può oggi negare l’utilità sociale, scientifica e infrastrutturale di queste tecnologie. L’archiviazione sicura dei dati sanitari, la gestione robotica industriale, i modelli predittivi universitari e la finanza algoritmica necessitano, per loro stessa natura, di “centrali di calcolo”: i Data Center.

Tuttavia, quando lo sviluppo tecnologico si scontra con la pianificazione territoriale in aree storicamente fragili, il rischio di trasformare un’opportunità in una nuova servitù industriale diventa drammaticamente concreto.

Il caso di Colleferro, recentemente al centro di un acceso dibattito pubblico, rappresenta il perfetto paradigma di questa tensione strutturale. Il comprensorio di Colleferro e l’intera Valle del Sacco non sono territori qualunque, sono aree che portano ancora addosso i segni e le ferite profonde di un Novecento industriale pesante, chimico e manifatturiero, che ha lasciato in dote una complessa eredità ambientale e sanitaria.

È in questo contesto che si inserisce il progetto per la realizzazione di un mega Data Center Hyperscale da 150 Megawatt (MW). Sebbene i promotori dell’opera e le amministrazioni locali enfatizzino i protocolli “Net-Zero”, l’adozione di sistemi di raffreddamento a circuito chiuso per azzerare il consumo idrico, la produzione di energia elettrica di riserva “pulita e transitoria”, l’integrazione di parchi fotovoltaici in loco e mille altri aspetti da analizzare con occhi non distratti, si sommano all’impatto volumetrico e strutturale di un campus di oltre 70 ettari che riapre inevitabilmente una cicatrice mai rimarginata. Il territorio ha già dato, in termini di consumo di suolo e pressione ecologica, e non può continuare a subire l’assalto di mega-strutture “imposte” dall’alto senza una riflessione profonda sulla propria reale vocazione.

Ma c’è un elemento ancora più insidioso che sta emergendo all’ombra del progetto di Colleferro, un fenomeno speculativo che valica i confini della cittadina laziale per infettare i comuni limitrofi dell’hinterland romano e frusinate . È la comparsa dei cosiddetti “cacciatori di silicio”. Questo termine non definisce i pionieri dell’innovazione o gli ingegneri del cloud, bensì una nuova e aggressiva categoria di speculatori finanziari e immobiliari internazionali.

Il loro modus operandi è tanto semplice quanto scientifico: individuare terreni industriali o agricoli in prossimità delle grandi dorsali fotoniche a fibra ottica e delle linee elettriche ad alta tensione gestite da Terna, e presentare richieste di fornitura energetica macroscopiche, che in alcuni casi sfiorano o superano la cifra monstre di 1 Gigawatt (GW). La realtà tecnica ed economica dietro queste richieste da 500 MW o 1.000 MW è, nella maggior parte dei casi, un colossale bluff.

Questi intermediari non possiedono le competenze, le strutture e nemmeno l’intenzione reale di costruire server o addestrare modelli di Intelligenza Artificiale.

Il loro vero obiettivo è la pura speculazione cartolare ed elettrica: bloccare e “prenotare” la capacità di potenza presso Terna e ottenere dal Comune una variante urbanistica favorevole sul terreno.

In un mercato globale saturato dalla richiesta di infrastrutture per l’IA dal valore miliardario, un pezzo di carta che certifichi la proprietà di un lotto di terreno già dotato di un’autorizzazione per un allaccio elettrico di grande portata vale oro.

Quel pacchetto preconfezionato viene poi rivenduto a prezzi astronomici ai veri giganti del tech (i grandi fondi d’investimento e gli Hyperscaler americani o asiatici), generando profitti milionari per gli intermediari senza che sul territorio sia stato versato un solo bando di reale sviluppo sociale.

Questo assalto disordinato sta generando un pericoloso effetto domino e basti pensare che un campus di nuova generazione e soprattutto se il Data Center è Hyperscale, supera facilmente i 2 o 3 miliardi di dollari di investimento singolo.

Attratti dal miraggio dei capitali digitali, diversi comuni del vicinato Colleferrino sono oggi interessati da richieste di insediamento per impianti da 150 – 300 o 500 MW.

Si assiste così a una sorta di anarchia pianificatoria guidata esclusivamente dagli interessi dei mercati finanziari, dove i confini amministrativi vengono scavalcati e le reali esigenze delle comunità locali vengono messe in secondo piano.

Per comprendere l’assurdità di queste cifre, basti pensare che il picco massimo di potenza elettrica utilizzato per alimentare l’intera ed enorme area metropolitana di Roma nei pomeriggi estivi più caldi, si attesta su cifre inferiori a quella che interesserebbe tutti i Data Center ipotizzati nel Lazio o in pochi chilometri quadrati lungo l’asse Roma-Napoli.

Si rischierebbe non solo di devastare definitivamente il paesaggio agrario e industriale residuo, ma di mettere in crisi la stabilità stessa della rete elettrica nazionale di trasmissione.

L’opposizione a questa deriva, manifestata con forza nell’assemblea pubblica dai comitati e dai cittadini, non nasce dunque da un rifiuto ideologico o luddistico della tecnologia. Al contrario, essa si fonda sulla necessità di scindere l’utilità indiscutibile della rivoluzione digitale dalle logiche della speculazione edilizia e finanziaria a breve termine.

I Data Center sono infrastrutture vitali per il futuro del Paese, ma la loro dislocazione e la loro dimensione non possono essere dettate dall’avidità dei “cacciatori di silicio”. Lo sviluppo tecnologico deve essere governato attraverso una pianificazione democratica, rigorosa e centralizzata, che valuti l’impatto cumulativo delle strutture, tuteli i territori già fragili e imponga ritorni sociali trasparenti e duraturi per la cittadinanza.

La Valle del Sacco ha bisogno di bonifiche, di innovazione sostenibile e di lavoro stabile, non di trasformarsi in una prateria di cemento tecnologico al servizio della finanza speculativa globale.

* Comitato Alternativa Sostenibile

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