Menu

Il boicottaggio contro Israele funziona. Chiedete a Teva

Quindicimila sterline. Era la somma concordata fra Teva UK, filiale britannica della multinazionale farmaceutica israeliana, e il Royal College of Pharmacy, che è l’organismo professionale che rappresenta circa 34.000 farmacisti nel Regno Unito. In cambio, l’azienda avrebbe potuto esporre il proprio marchio in quattro iniziative del College, compreso il congresso annuale del prossimo 6 novembre.

Per chi sa come vanno le cose nel mondo farmaceutico, non è tanto il mettere uno stand o del materiale pubblicitario, ma la rispettabilità che deriva dall’essere lì, con il proprio marchio, in qualità di partner commerciale di un’istituzione sanitaria.

A un certo punto qualcuno ha avuto l’ardire di leggere il nome dello sponsor nelle locandine e di chiedere conto. Da questo è nata una lettera aperta sottoscritta da oltre mille persone, fra farmacisti e altri professionisti della salute, che ha costretto il College a riesaminare l’accordo.

Il 9 ottobre è arrivata la cancellazione della sponsorizzazione del congresso, con effetto immediato. (The Pharmacist, 9 ottobre 2026)

Quindicimila sterline. Niente. Questi soldi ci parlano della facilità con cui il prestigio professionale può finire associato agli interessi economici di chi può permettersi di finanziarlo.

Mi spiego meglio. In modo diretto. Se ha abbastanza soldi, e qui ne servivano davvero pochi, attraverso un accordo commerciale una multinazionale ottiene accesso a una comunità di professionisti e può associare il proprio nome alla loro autorevolezza.

Chiunque lavori in ambito sanitario sa bene che la credibilità di un collegio o di un laboratorio deriva dal lavoro dei suoi iscritti e dalla fiducia dei pazienti. Immaginate di lavorare una vita per un’istituzione dove mettete il vostro nome e poi quell’istituto finisce fra le condizioni accessorie di un contratto pubblicitario, disponibile per una cifra che, considerando il fatturato di un gigante farmaceutico, ha anche qualcosa di offensivo.

Ma parliamo di Teva. L’azienda israeliana ha un passato giudiziario – sarò prudente – quantomeno turbolento, il che avrebbe dovuto suggerire una certa prudenza da parte di chi ha preso i soldi, anche prima della lettera dei farmacisti.

Ad esempio, il 31 ottobre 2024 (non 50 anni fa!) la Commissione europea le ha inflitto una sanzione di 462,6 milioni di euro per abuso di posizione dominante nel mercato dei medicinali contro la sclerosi multipla. Secondo l’autorità europea, infatti, l’azienda aveva sfruttato le procedure brevettuali per ostacolare la concorrenza al Copaxone e diffuso informazioni fuorvianti su un prodotto rivale, ostacolandone l’ingresso nel mercato. Una condotta che riguarda direttamente il rapporto fra interessi industriali e accesso alle cure.

Negli Stati Uniti, nell’agosto 2023, Teva Pharmaceuticals USA aveva ammesso la partecipazione a intese anticoncorrenziali sui prezzi di alcuni medicinali generici, accettando una sanzione penale di 225 milioni di dollari. Medicinali destinati a persone seriamente malate, sia chiaro. (Commissione europea, 31 ottobre 2024; Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, 21 agosto 2023)

Adesso veniamo alla Palestina, che costituisce la ragione politica della protesta. Il 26 ottobre 2023, poche settimane dopo l’inizio dell’offensiva israeliana su Gaza, Teva pubblicava sul proprio sito un comunicato intitolato “Teva per Israele”.

L’azienda si presentava come società farmaceutica e sanitaria «nazionale» israeliana e raccontava di avere predisposto, nelle proprie cinque sedi nel paese, punti di raccolta di materiali destinati alle famiglie evacuate e alle forze di sicurezza. Circa una tonnellata e mezzo di beni, fra abbigliamento e prodotti per l’igiene, raccolti dai dipendenti e affidati all’organizzazione Pitchon Lev.

Il quotidiano israeliano Ynet, descrivendo l’iniziativa, precisò che i materiali raccolti comprendevano attrezzature destinate ai soldati dell’IDF. Chiaramente l’assistenza alle famiglie israeliane sfollate dopo il 7 ottobre corrisponde a un’esigenza umanitaria, ma il sostegno materiale ai soldati dell’esercito israeliano è molto diverso.

Teva ha deciso di mettere le proprie sedi e capacità organizzative a disposizione delle forze armate, proprio durante l’offensiva che stava devastando Gaza. Il materiale destinato ai militari contribuisce al loro sostentamento e alla loro operatività quotidiana, indipendentemente dalla sua natura strettamente bellica. Questa è stata una scelta aziendale, assunta pubblicamente e rivendicata con orgoglio.

Un’impresa farmaceutica privata, non di stato, ha deciso di partecipare all’assistenza materiale di un esercito le cui operazioni sono state accompagnate dalla distruzione dell’assistenza sanitaria palestinese. E vorrebbe che i professionisti della salute considerassero “irrilevante” tale decisione quando ne valutano l’ammissibilità come sponsor.

Del resto, il rapporto fra Teva e le forze armate israeliane ha precedenti. L’inchiesta di Declassified UK ha documentato la partecipazione dell’azienda, negli anni precedenti, al programma israeliano Adopt a Battalion, attraverso il quale le imprese sostengono economicamente il benessere dei soldati appartenenti a unità combattenti.

La stessa iniziativa è descritta nelle pubblicazioni ufficiali dell’esercito israeliano. A ciò si aggiungono i programmi di sostegno psicologico rivolti anche ai militari. Il rapporto fra attività farmaceutica e sostegno all’esercito appartiene dunque alla storia delle scelte aziendali di Teva. (Declassified UK, The Israeli firm aiding the NHS and IDF; IDF, programma Adopt a Battalion)

Nel frattempo, a Gaza, l’Organizzazione mondiale della sanità documentava una devastazione sanitaria di proporzioni spaventose. Al 24 settembre 2026, diciannove dei trentasei ospedali della Striscia conservavano una capacità operativa soltanto parziale. Dall’ottobre 2023 sono stati uccisi oltre 1.700 operatori sanitari. Farmacisti compresi. Persone che esercitavano la stessa professione di coloro ai quali Teva intendeva presentarsi come partner commerciale in Gran Bretagna.

Facciamo un riepilogo. Un’organizzazione professionale impegnata a difendere la salute pubblica accetta di associare il proprio nome a un’impresa che ha dichiarato di sostenere materialmente anche le forze di sicurezza di uno Stato impegnato in un genocidio durante il quale ospedali e personale sanitario palestinese hanno subito una distruzione documentata.

I professionisti britannici hanno giustamente protestato contro questo rapporto, ma resta da spiegare quale genere di istruttoria fosse stata compiuta prima di accettare lo sponsor e per quale ragione siano dovuti intervenire gli iscritti.

Il Royal College of Nursing, che rappresenta oltre mezzo milione di infermieri britannici, aveva già interrotto la propria collaborazione commerciale con Teva dopo le proteste di Nurses for Palestine e di altre organizzazioni. Anche in quel caso la decisione è seguita a un esame delle attività dell’azienda e delle vicende giudiziarie che la riguardavano.

Due istituzioni sanitarie, nel giro di poche settimane, hanno dunque rinunciato ai rapporti commerciali con la multinazionale. Una conseguenza concreta della mobilitazione professionale, assai istruttiva per chi considera il boicottaggio solo qualcosa di simbolico. (The Guardian, 2 ottobre 2026)

La replica di Teva, tuttavia, è il particolare che preferisco. L’azienda si è dichiarata “delusa” e ha sostenuto che l’assistenza sanitaria funziona meglio quando rimane concentrata sui pazienti anziché essere «politicizzata».

Il solito meccanismo proiettivo israeliano. Una dichiarazione alquanto sinistra, pronunciata da una multinazionale che ha accettato accordi milionari con la giustizia americana per condotte anticoncorrenziali concernenti medicinali essenziali. Per Teva, a quanto pare, la politica compare solo se un farmacista comincia a interrogarsi sugli interessi economici dello sponsor. Fino a quel momento il denaro appartiene alla sfera incontaminata della medicina.

Il precedente ucraino

Nel marzo 2022, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, la Royal Pharmaceutical Society, dalla quale è nato l’attuale College, annunciò di avere disinvestito la maggior parte delle proprie attività direttamente collegate alla Russia e di voler completare il ritiro. La presidente Claire Anderson condannò pubblicamente l’invasione.

Quindi quando si trattò di Russia, l’organizzazione aveva già riconosciuto la rilevanza politica delle proprie scelte finanziarie. Quale criterio consente di ritenere eticamente incompatibile un investimento in Russia e di accogliere, quattro anni dopo, la sponsorizzazione di una multinazionale israeliana al proprio congresso? (Pharmacy Magazine, 9 marzo 2022)

Mi piacerebbe che qualcuno rivolgesse questa domanda anche ai nostri ordini professionali, alle associazioni scientifiche e ai loro consigli direttivi. Soprattutto a quelli che tengono appassionate conferenze sull’indipendenza della ricerca, salvo poi considerare le sponsorizzazioni un innocuo capitolo del bilancio.

Lo sanno, e lo sanno bene. Lo sa chiunque lavori in ambito sanitario: il finanziamento privato può incidere sulla selezione degli argomenti discussi, sulla visibilità concessa a determinate imprese e sulla reputazione pubblica di chi paga. Ovviamente nessun farmacista britannico, con questa protesta, ha chiesto ai malati di rinunciare ai farmaci necessari.

Il 9 ottobre il Royal College of Pharmacy ha cancellato la sponsorizzazione del proprio congresso. Ha espresso apprezzamento, attraverso il consueto linguaggio istituzionale, per le ulteriori verifiche che avevano consentito di individuare possibili incompatibilità con i suoi valori.

Curioso, non trovate, che per ricordare quei valori al College si siano dovuti mobilitare i suoi iscritti, mentre per la Russia non ce ne fu bisogno. Ricordo ancora che per quindicimila sterline Teva avrebbe avuto il suo posto al congresso.

- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO

Ultima modifica: stampa
‹

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *