È come un incidente stradale: incrocio fatale, un morto. Il macronismo muore all’incrocio che lo attendeva da tutta l’eternità: l’incrocio tra la strada del capitale e la strada del popolo. Qui il capitale si presenta nella sua forma pura, la forma del denaro che fa denaro, senza mediazione: la forma del capitale finanziario. Di fronte: il fuoco.
Il Financial Times, che ha il senso della sintesi di cui mancano tutti i media francesi embedded, titola di buon’ora: «La Francia tra il mercato obbligazionario e le barricate». Ecco, ci siamo: al dunque.
Quattro decenni di marciume neoliberista stanno arrivando a maturazione, in questo momento di crisi terminale, il punto del collisione tra due principi di sovranità incompatibili: da un lato, la rivendicazione di sovranità dei mercati finanziari, che pretendono di avere potere su tutte le politiche pubbliche, di conformarle secondo i loro desideri, di uccidere sul nascere quelle che non gradiscono; dall’altro la sovranità del popolo.
Il macronismo è il partito della prima sovranità contro la seconda: choose France, please the markets — per il resto, CRS, occhi cavati, mutilazioni.
È stato necessario attendere il 2017 perché il capitale facesse eleggere un uomo del capitale e perché tutto apparisse in piena luce: la politica per il capitale, e solo per il capitale. Prima, tutto era stato più o meno ben coperto, da tergiversazioni residue, timidezze imbarazzate, esitazioni, talvolta persino ritirate. Con Macron, tutto è diventato chiaro.
Non è fortuito che la crisi del debito sovrano scoppi contemporaneamente alla crisi politica (smettiamo di parlare di crisi «sociale»): sono fenomeni di entrata in fase caratteristici degli ordini globali che vanno verso la loro rovina, quando tutti i loro processi interni si sincronizzano, esprimendo l’arrivo al punto critico delle contraddizioni fondamentali della matrice. La matrice ha creato da sé la propria impasse — la sua impasse totale.
- Sacralizzare i mercati finanziari, applaudire al loro dominio integrale sulle politiche economiche, rallegrarsi del loro ruolo di cani da guardia dell’ordine neoliberista: lontani, astratti, incomprensibili, fuori dalla portata di qualsiasi movimento di contestazione – perfetti.
- Istituire la Legge fiscale: né i ricchi né il capitale saranno tassati.
- Vedere di conseguenza il deficit allargarsi immancabilmente, il debito gonfiarsi parimenti.
- Invocare Il Debito (auto-creato), i Mercati (deliberatamente installati al posto di comando) per iniziare il saccheggio: tagliare, impoverire, privatizzare, mercificare.
- Trasformare il popolo contestatore in nemico, domarlo a colpi di armi da guerra. Fino al giorno in cui…
Fino al giorno in cui NO. Non più.
Allora, il bunker che l’ordine dei ricchi pensava di essersi costruito si rovescia nella sua fatalità: l’esplosione terminale della matrice. Poiché l’ultima variabile di aggiustamento, quella su cui aveva puntato tutto, la variabile della servitù volontaria, è appena saltata. Il Quotidiano della Borghesia, Le Monde, è afflitto dal fatto che Lecornu sia «afflitto» – dalla «sovrapposizione delle crisi».
Si comprende l’afflizione di tutta questa gente, situata esattamente all’incrocio tra la “burocrazia chiacchierona” (il governo dei nocivi) e la “morocrazia” (il governo degli imbecilli): quando non distruggono, non capiscono nulla. La loro impasse è totale.
L’equazione è senza soluzione, non c’è più alcuna via d’uscita. Il popolo è uscito dalla camicia di forza e vi ha fatto entrare Lecornu. Su ingiunzione, lo sventurato deve annunciare un piano di risanamento budgetario nel momento in cui l’intero paese si solleva per fargli capire che NO, questa volta non più.
Immensa nemesi: non si tratta più di Parcoursup qui, di dis-indicizzazione delle pensioni là, di APL altrove. Si tratta di tutto.
Nessun potere può nulla quando è tutto che viene messo in questione. Cioè quando si rialza la sovranità primitiva del popolo, negata dalla sovranità usurpatrice del capitale e dei mercati. Questa gigantomachia doveva pur finire per aver luogo. Eccoci.
Da un Tutto all’altro
Il povero Lecornu non ha però ancora visto nulla. Come tutti i “morocrati” dei media, pensa che «la crisi finanziaria» sia la crisi del debito pubblico. E ciò solo perché il ciclone finanziario, quello vero, quello dei debiti privati, dell’IA, del private credit e del private equity, dei debiti delle famiglie, non è ancora arrivato, non finisce di rinforzarsi.
Devasterà la finanza statunitense, quindi tutta la finanza mondiale neoliberizzata. Banche e compagnie di assicurazione andranno al suolo, bisognerà salvarle. Un’altra volta. A colpi di denaro pubblico. Salvarle in questo momento. In ogni caso, la recessione che seguirà sarà micidiale. I deficit esploderanno. Ah no, non si deve: i mercati. Lecornu finirà in cura del sonno.
Perché è il Tutto.
Il Tutto è anche un’apertura storica. Sotto il corpo fisico della gioventù, stupefacente sotto ogni aspetto, la sovranità popolare vi si sta gettando.
Conosciamo l’unica risposta dell’ordine borghese: terrorizzare. Ma queste «soluzioni» hanno solo un tempo. E soprattutto una portata limitata, se tutto precipita. Il tutto di tutto ciò che è insopportabile — licei, università, diesel, alimentazione, salari, pompieri, sanità, servizi pubblici, pensioni —, e il tutto di tutti coloro che non possono più sopportare l’insopportabile.
Errore fatale del macronismo: tutto è martingala del suo rovesciamento poiché tutto è il numero. Dietro la punta di lancia dei liceali, i grandi battaglioni cominciano a scalpitare.
È la martingala perché quando tutto entra in scena, il terrore cambia campo. La “rivolta di Nahel“, di cui il movimento attuale è in larga misura erede, aveva visto la polizia sfiorare il punto di rottura: troppe spie rosse sul grande tabellone della sala di crisi al ministero dell’interno, troppi focolai in troppi luoghi sul territorio, impossibile seguire tutto — allora il Raid, allora la BRI, follie di un potere già alle corde.
Non aspettiamo più ora che, dominando un’Intersindacale votata al fallimento, la classe operaia nei suoi bastioni entri in scena: raffinatori, trasporti, netturbini. Ovunque picchetti, ovunque blocchi: il Tutto — ma il nostro.
Da un Tutto all’altro: il Tutto della sollevazione contro il Tutto della crisi borghese. Polizia sopraffatta, polizia inseguita, o costretta ad estremi che porteranno l’odio contro di essa a livelli in cui la paura è trasmutata in desiderio di vendetta.
Immagini per la storia
Qualunque cosa accada ormai, questo potere ha perso. In dieci anni, il macronismo ha letteralmente distrutto il paese. Affonda nella vergogna e nel disgusto. A lungo abbiamo atteso il momento di presentargli il conto. Eccolo. Già da ora, oltre a essere moralmente abbassato, è simbolicamente vinto.
Nessun movimento in Francia dal Maggio ’68 ha prodotto una tale densità di immagini. TikTok è diventato il canale della vitalità, dell’invenzione e della creatività: quando non si trema di rabbia davanti ai video di violenze poliziesche, si piange dal ridere, o si piange semplicemente tanto è bello.
Chi l’avrebbe mai creduto: TikTok, il canale di Simone Weil ritornata, «gioia pura». Un potere tirannico non può vincere contro questo. Qui dei liceali cantano «Emmenez-moi» di Aznavour e la sua miseria al sole, dall’altra battaglie di aura sotto il naso dei teppisti, altrove squali e dinosauri: non si sa più dove guardare.
Una radio ci trasporta al blocco dell’… École Alsacienne [un liceo per i figli dell’élite, ndr]. Pensiamo di aver sentito male. Un autista dei mezzi di soccorso, ci viene raccontato, sta discutendo con una signora benestante del quartiere, avvolta in una pelliccia (sic). La donna in pelliccia: «Li sostengo». In sottofondo, si sente la fine de «L’Internazionale» intonata a squarciagola. Solo periodi di crisi estrema producono scene così assurde, così esilaranti.
E poi Bally: entrato nella storia iconica mondiale in un colpo solo. Bisognava vedere martedì scorso la «colonna Bally» risalire il corteo sul lato del boulevard al passo di corsa con falcate cadenzate, sotto le urla di entusiasmo. Bally trasformato in manga — le sue metamorfosi non sono prossime a fermarsi.
E di fronte? Nuñez [ministro dell’interno, ndr], il suo cranio rasato che ne ricorda altri, il suo rifiuto di ogni scusa, i suoi incoraggiamenti reiterati a una polizia massacratrice. E poi? E poi è tutto. Il disastro simbolico è totale. Non ci si riprende da tali congiunzioni di immagini.
Il Tutto, dunque, è l’arrivo al suo parossismo di una configurazione dello Stato borghese che si vedeva profilarsi già da tempo: ridotto a due ministeri. Il ministero del bilancio e il ministero dell’interno. O, per dirla altrimenti: il ministero degli amici (esentati dalle imposte) e il ministero dei nemici (all’interno).
Il primo che è ormai preso alla gola dall’impasse economica neoliberista, e il secondo che ormai ha ogni potere. Non è più che un raggruppamento di bruti sadici — e a tutti i livelli, questa è davvero la novità del macronismo. Nemmeno Pasqua, nemmeno Pandraud, nemmeno Sarkozy, nemmeno Hortefeux, loro sapevano fermarsi. Lallement [prefetto di Parigi durante i Gilets Jaunes, ndr] e Nuñez no.
Allora i bruti godono nel picchiare, nel cavare occhi, nel mutilare, nello strangolare ragazze o nel palpeggiarle. Viviamo un’epoca in cui la polizia controlla i cartelli. Ci si chiede quale campanello possa agitarsi in una testa di CRS per decidere se quello sì quello no. Chi dà istruzioni simili?
La violenza sessuale delle custodie è sconcertante. La polizia non è più che un corpo degenerato, e fatto di degenerati. È vero infine che ci sono zone di non-diritto nel paese: il ministero dell’interno, i commissariati.
Questo è lo spasmo orribile dei poteri che volgono al termine. Macron, sovrano di paccottiglia e giocattolo in mano a forze storiche che lo superano da ogni parte, è arrivato al potere per compiere il neoliberismo — cioè per farlo finire.
E rovesciato da chi? Da dei ragazzini – una vergogna abissale in più del fallimento storico.
Una ragazza nera chiude la partita in una frase: «Non capisco perché ci dicono di non rivoltarci quando abbiamo letteralmente in programma solo gente che si rivolta, Arthur Rimbaud al bac di francese, La Boétie, abbiamo Olympe de Gouge e poi si stupiscono che ci rivoltiamo».
Di colpo i “morocrati” dei canali all-news, vecchi, bianchi, borghesi — cretini –, ridicolizzati. E soprattutto: l’insondabile ipocrisia della cultura borghese esposta in piena luce, che non fa nulla né di ciò che legge né di ciò che vede né di ciò che pretende venerare: che celebra per imbalsamare e neutralizzare. E che solo dei giovani, dal fondo della loro integrità, possono riscoprire.
Tra la valanga di foto destinate a entrare nella storia, una si distinguerà senza dubbio. Vi si vede un bambino, seduto per terra contro un furgone, ammanettato, dominato dai due bruti che l’hanno arrestato. Tutto è scuro nella foto, l’inquadratura rende scura la strada, il veicolo di polizia è scuro, i due bruti con il casco sono lo scuro dello scuro.
Ma una macchia di luce irradia, salta letteralmente dall’immagine: il volto di questo bambino che guarda l’obiettivo. È bello come un Rembrandt.
L’intero periodo è diventato melodrammatico – e non è un rimprovero da fargli. Melodrammatico: tutto in polarità accusate — per così dire, da Rembrandt a Hugo. C’è la lotta che è la vita e la borghesia che è la morte.
* da Le Monde Diplomatique
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