Per anni le classi dominanti – si badi bene: dominanti e non dirigenti – hanno posto le classi popolari sotto una doppia pressa che le schiacciava, con un movimento sia dall’alto che dal basso.
Dall’alto la cappa ideologica della “fine della Storia” e quindi la necessità di accettare l’ordine neoliberista imposto dalla cosiddetta “globalizzazione capitalista” dopo l’implosione dell’URSS. La fine dell’Unione Sovietica e la scomparsa di quel “campo socialista”, che dall’inizio della Guerra Fredda era stato il principale nemico dell’imperialismo, ha significato la perdita – nel bene e nel male – di ciò che dava profondità strategica al movimento operaio e comunista qui nell’Occidente, così come agli attori del processo di decolonizzazione e per l’autodeterminazione dei popoli del Tricontinente.
Una sconfitta politica delle prime esperienze di transizione socialista nella storia dell’umanità, dopo l’effimera esperienza della Comune parigina, che però non risolveva le contraddizioni del modo di produzione capitalista in una fase che sembrava trionfante. ma in realtà si è dimostrata solo una parentesi tra la crisi sistemica apertasi nella prima metà degli anni Settanta del secolo scorso e quella di oggi.
La crisi ha assunto varie forme nel corso degli anni, e si sono stratificate fino a diventare una specie di mattone immangiabile per parti sempre più numerose della popolazione mondiale, a cominciare da quelle che hanno scelto di intraprendere percorsi di “sganciamento” dall’Occidente, conquistando a volte avanzamenti notevoli.
Se il “comunismo del Novecento” è stato in parte sconfitto, il “capitalismo del XXI secolo” ha però fallito in toto.
Un fallimento che nella percezione delle classi subalterne, compreso il “ceto medio riflessivo” in via di proletarizzazione, è apparso sulle prime più una “debacle morale” della civiltà capitalista, incapace di affrontare sul serio l’emergenza climatica, l’espandersi dei conflitti armati, un genocidio in diretta – quello contro il popolo palestinese, mentre si prepara quello di Cuba. Ma ora si evidenzia l’incapacità di redistribuire almeno un minimo quella ricchezza sempre più appropriata da un ristrettissima cerchia di persone e delle “classi altissime” che le supportano.
La spinta dal basso della stessa pressa, particolarmente poderosa per i ceti popolari in Italia, si è manifestata con la stagnazione dei salari e redditi, ovvero con drastico abbassamento del potere d’acquisto che non ha pari nel continente europeo e ormai al di sotto dei livelli sopravvivenza, in un contesto di perdurante stagnazione economica e inflazione galoppante.
Questa pressione ha reso più vulnerabili vaste aree delle classi lavoratrici, sempre più working poor, ed ha “criminalizzato” crescenti porzioni di “subalterni” ridotti nelle condizioni di veri e propri scarti umani senza alcun diritto, se non quello di chiedere l’elemosina ad una qualche istituzione ecclesiastica o prostituirsi con una clientela politica.
Questa doppia pressa ora s’è rotta: le condizioni di vita sono invivibili e quindi “fisicamente” inaccettabili. Per porvi rimedio c’è solo la ribellione nell’azione collettiva.
Per alcune porzioni di questo magma sociale in ebollizione, ancora privo di esperienza del conflitto e di organizzazioni in grado tenere nel tempo, la rabbia si esprime con gli strumenti immediati di chi non viene mai ascoltato.
Ogni tanto, anche in questo Paese, avvengono dei cambiamenti così repentini da spiazzare tutti e spazzar via le incrostazioni ideologiche che hanno fatto apparire un assetto temporaneo, risultato di un processo storico complicato, come qualcosa di “naturale” e immutabile: la convinzione che nulla possa cambiare e quindi non valga la pena lottare.
Diverse parti sociali si presentano ora venendo comprese, senza più poter essere tacciate di “corporativismo”, perché alla base delle differenti incazzature ci sono le stesse ragioni; non semplici “chiacchiere da bar”, ma la spiegazione del perché della propria azione concreta.
Avviene quando un blocco sociale prende forma e si avvia un processo di ricomposizione su una serie di obiettivi comuni, e si articola, riconnettendo i frammenti di quello che appariva ridotto a mucillagine sociale.
Nonostante la forza degli interessi oggettivi, convergenti, la connessione delle lotte non avviene spontaneamente. Serve un connettore politico-organizzativo che può essere l’insieme delle esperienze organizzate attive nei vari settori della lotta di classe. Un connettore che, al di là degli individuali terminali reali già organizzati, si pone come contenitore inclusivo della rabbia sociale diffusa.
Che sappia insomma proporre un momento costituente, in cui i vari rivoli in piena affluiscono in un fiume che non può più essere contenuto in argini autoritari ed esonda nella società nel suo complesso, per continuare il suo percorso.
La possibilità concreta esiste. Un blocco politico-sindacale combattivo e indipendente, facendo perno sullo sciopero generale del 30 ottobre, si può costituire a partire dalla capacità concreta di fermare il paese e porsi come alternativa organizzata, capitalizzando i percorsi su cui si è fatta le ossa.
Quando questo processo è in corso, come in questo momento, le decisioni politiche serie difficilmente vengono lasciate ai comunicatori da strapazzo in perenne campagna elettorale, ossia l’intero arco della “rappresentanza politica parlamentare”. Neanche a coloro che si trovano ad avere in mano l’esecutivo – come l’attuale centro-destra meloniano.
In questi casi entra in gioco quel che si suole chiamare Deep State, perché il governo non appare in grado di governare un bel nulla. viso che gli “abili manovratori” sono piuttosto scarsi e altrettanto lo sono le briciole che il “comitato d’affari” della borghesia europea a Bruxelles potrebbe concedere.
Ne abbiamo avuto un esempio lo scorso anno, con le oceaniche manifestazioni contro la complicità del nostro governo con il genocidio del popolo palestinese, in appoggio alla Global Sumud Flottilla.
Ora la situazione però è ben più delicata perché l’asse delle iniziative di lotta sono i bisogni sociali primari, direttamente contro le politiche di riarmo. Tutto il continente europeo è in rivolta per le stesse ragioni, dal Portogallo alla Grecia. Ovunque si è rotto il tabù dell’impossibilità dell’azione collettiva.
Nulla è facile. Veniamo da anni di sostanziale pace sociale, con le formazioni del “campo largo” ed i loro residui corpi intermedi a fare da “tappo” ad ogni espressione consistente dell’autonomia di classe. In genere, hanno da decenni assunto il profilo del “partito dell’ordine”, geneticamente iscritto in ogni “social-democrazia iper-matura”.
Verso e oltre lo sciopero proclamato dall’Unione Sindacale di Base per il 30 ottobre, insomma, si sostanzia e prende forma un’opposizione sociale che deve sapere indicare i suoi veri nemici ed i suoi falsi amici, e ristabilire la fiducia nel fatto concreto: i percorsi di lotta si possono converge anche a livello organizzativo ed abbracciare un’orizzonte di trasformazione totale rispetto a questo sistema fallimentare.
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