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Sardegna. Sciopero generale contro colonizzazione militare ed energetica

C’è una questione sarda dentro la crisi generale del capitalismo europeo e occidentale. Ed è una questione che il 30 ottobre, in occasione dello sciopero generale del sindacalismo di base, assume un significato particolare: la lotta contro la colonizzazione energetica e militare dell’isola si intreccia con il conflitto sociale, con la difesa dei salari, la rivolta contro il carovita e con il rifiuto di un’economia sempre più orientata alla guerra.

La mobilitazione che attraversa la Sardegna non nasce oggi. Da quasi quattro anni una fittissima rete di comitati è impegnata in una battaglia che ha assunto dimensioni di massa contro la speculazione energetica, arrivando a raccogliere 211mila firme per una legge di iniziativa popolare (Pratobello 24) che chiedeva a gran voce una transizione energetica democratica finalizzata all’interesse delle comunità.

Quella legge rappresenta un caso più unico che raro nella storia dei movimenti popolari e giace ancora nei cassetti della regione governata da PD e 5 stelle. Questi ultimi esprimono la presidente dalla Giunta Regionale, l’ex vice ministro dello Sviluppo Economico del Governo Draghi Alessandra Todde e hanno compiuto la loro metamorfosi da movimento nato per dare voce alla contestazione anti-casta basato sulla partecipazione diretta dei cittadini ad un partito del tutto assimilato alle logiche del Palazzo e completamente interno al cosiddetto “campo largo”.

In questo contesto il movimento Pratobello 24 ha sempre rappresentato una rottura netta con la Giunta Todde e non è un caso che il 30 sarà in piazza, con il sindacalismo di base, contro il Governo statale e contro quello regionale intesi come facce della stessa medaglia.

Si tratta di un movimento composito, cresciuto attraverso assemblee popolari, iniziative legali, campagne di informazione, manifestazioni, raccolte di firme, proiezioni del film “Quo vadis, Sardinna?” scritto e diretto dal regista Antoni Cònzu e sfociato persino nell’occupazione del palazzo del Consiglio Regionale del 2024.

Nonostante fisiologici alti e bassi si tratta di un movimento che ha riportato al centro del dibattito pubblico una domanda fondamentale: chi deve decidere del futuro energetico della Sardegna e nell’interesse di chi?

La risposta che arriva dai territori è chiara: la transizione energetica non può essere progettata sopra la testa delle popolazioni, né può trasformare il patrimonio ambientale, paesaggistico, archeologico e agricolo dell’isola in una riserva di risorse a disposizione dei grandi operatori economici e finanziari che poi sono sovente ex petrolieri riconverti al business delle rinnovabili.

È proprio questa contraddizione a spiegare perché la protesta sarda non possa essere ridotta a una semplice opposizione agli impianti rinnovabili. Il nodo è il modello di sviluppo, il rapporto tra produzione e bisogni sociali, la distribuzione dei costi e dei benefici della trasformazione energetica.

In altre parole, è una questione di potere sovrano: da una parte il popolo sardo con le sue comunità che chiedono di diventare protagonista della transizione energetica e dall’altra quelli che Gramsci chiamava, proprio a proposito della Sardegna, gli “spogliatori di cadaveri” che si vogliono approfittare della crisi dell’agricoltura, dello spopolamento e di una classe politica prona a ai diktat coloniali per compiere l’ultimo arrembaggio neocoloniale all’isola.

La Pratobello 24 e il problema della democrazia

La vicenda della proposta di legge di iniziativa popolare Pratobello 24 rappresenta uno dei punti più significativi di questa mobilitazione. Sostenuta da una vasta raccolta di firme, la proposta è diventata il simbolo della richiesta di un protagonismo diretto delle comunità nelle decisioni che riguardano il territorio.

Il fatto che la proposta attenda ancora una discussione in Aula, mentre il quadro normativo statale continua a evolversi e numerosi impianti industriali costruiti su aree di pregio, avanzano, alimenta la contestazione nei confronti delle istituzioni regionali.

Per i comitati, non si tratta soltanto di una controversia sulle regole di localizzazione degli impianti, ma di una questione democratica: quale valore hanno la partecipazione popolare e l’autonomia speciale della Sardegna quando le decisioni strategiche vengono assunte senza un effettivo coinvolgimento delle comunità interessate?

La questione non riguarda soltanto il rapporto tra cittadini e amministratori. Chiama in causa il significato stesso dell’autonomia regionale, nata anche come risposta alla necessità di riconoscere alla Sardegna strumenti di autogoverno.

La transizione energetica dentro l’economia di guerra

Per comprendere la portata politica della mobilitazione sarda, tuttavia, occorre allargare lo sguardo. La corsa all’installazione di nuovi impianti energetici si colloca in una fase internazionale segnata dal brutale ritorno dell’imperialismo a traino nordamericano che ha di fatto imposto alla UE un folle piano di riarmo e la conseguente riorganizzazione delle catene produttive.

L’energia non è soltanto una questione ambientale: è una risorsa strategica, indispensabile al funzionamento dell’apparato militare-industriale.

In questo scenario, la transizione energetica viene sempre più spesso presentata come una necessità tecnica alla quale i territori dovrebbero semplicemente adeguarsi. Ma dietro la crescita della domanda elettrica si muovono interessi molto differenti: dalla decarbonizzazione delle attività produttive all’espansione dei data center, dai servizi digitali all’intelligenza artificiale, fino alle esigenze delle infrastrutture strategiche.

In questo sento il documentario Naza ha dimostrato quanto IA, produzione energetica, genocidio e guerra siano da considerarsi fattori di un’unica filiera.

E non è un caso che in Sardegna si annoverino diversi interessi di aziende energetiche organiche all’entità sionista che hanno in ballo diversi progetti da energie rinnovabili, spesso riconducibili a società fantasma e a faccendieri o a prestanome (https://www.sindipendente.com/2026/02/24/da-londra-e-tel-aviv-le-rinnovabili-in-sardegna/).

Non tutto ciò che viene classificato come “transizione ecologica” risponde automaticamente a finalità di giustizia climatica. La valutazione deve riguardare anche chi controlla gli impianti, chi finanzia le opere, chi consuma l’energia prodotta, chi incassa i profitti e quali conseguenze ricadono sulle comunità.

Se i territori sostengono i costi ambientali e paesaggistici, mentre i benefici economici e strategici vengono concentrati altrove, la transizione rischia di riprodurre, sotto una nuova forma, antiche relazioni di dipendenza.

È questa la contraddizione che il movimento sardo porta alla luce: l’isola può essere chiamata a mettere a disposizione superfici agricole, paesaggi, risorse idriche e infrastrutture senza che ciò garantisca un corrispondente miglioramento delle condizioni di vita della popolazione.

Al contrario, allo stato attuale delle cose, transizione energetica in Sardegna è diventato sinonimo di “nuova colonizzazione”: frotte di “nuovi “feudatari industriali” stanno mettendo le mani su terra, vento e sole come un tempo capitalisti senza scrupoli disboscavano, sventravano montagne, scavavano pozzi, occupavano terre per costruire industrie inquinanti.

Intanto, famiglie e lavoratori continuano a fare i conti con bollette, carburanti e costi di produzione elevati, mentre la Sardegna resta esposta a fragilità strutturali sul piano industriale, occupazionale ed energetico.

La domanda da porre, allora, non è se la Sardegna debba partecipare alla transizione, ma quale transizione debba realizzare, per soddisfare quali bisogni e sotto il controllo di chi.

Colonizzazione energetica e colonizzazione militare

Il carattere specifico della mobilitazione sarda emerge con ancora maggiore evidenza quando la questione energetica viene messa in relazione con la presenza militare e con il ruolo strategico attribuito all’isola nel Mediterraneo.

È proprio di questi giorni la notizia del braccio di ferro tra il Comipa e il Ministero della Difesa sulle esercitazioni NATO in Sardegna

Com’è noto la Sardegna ospita importanti installazioni e poligoni militari, interessati da attività di addestramento e sperimentazione che hanno alimentato, nel corso dei decenni, conflitti sociali, rivendicazioni ambientali e richieste di maggiore trasparenza.

Il Comitato misto paritetico (Comipa) è un organismo consultivo e di confronto tra lo Stato e le Regioni che in Sardegna ha il compito di fare da mediazione tra gli interessi dei sardi e quelli dell’Esercito per quanto riguarda le attività addestrati che da svolgersi nei poligono militari presenti nell’isola.

Il Comipa ovviamente non è un soggetto politico, per cui avanza solo questioni tecniche che però sono state puntualmente ignorate dal Ministro della Difesa, Guido Crosetto, il quale ha esercitato i poteri sostitutivi scavalcando il parere contrario espresso dallo stesso Comipa riguardante l’avvio delle esercitazioni autunnali dopo la breve pausa estiva.

Allora la componente regionale del Comitato ha rotto il silenzio e ha inviato una lettera al ministro rilanciando le ragioni della bocciatura del calendario delle esercitazioni per il secondo semestre del 2026. (https://www.lanuovasardegna.it/regione/2026/10/08/news/via-libera-alle-esercitazioni-militari-in-sardegna-riesplode-lo-scontro-il-comipa-scrive-al-ministro-crosetto-che-cosa-sta-succedendo-1.100927451).

I Comitati contro la speculazione energetica si inseriscono in questo scontro e rilanciano la posta saldando servitù energetiche e servitù militari, in una piattaforma unitaria. Energia e militarizzazione non sono fenomeni identici, né ogni progetto energetico è riconducibile direttamente a esigenze belliche. Ma entrambi sollevano una questione politica comune: il rapporto tra la funzione strategica assegnata a un territorio e il diritto delle popolazioni che lo abitano a decidere del proprio futuro.

Con lo sciopero del 30 ottobre la Sardegna si ribella ad essere una zona di sacrificio militare ed energetico dello stato, delle multinazionali e della NATO.

Il 30 ottobre: ricomporre le lotte

È su questo terreno che lo sciopero generale del 30 ottobre può assumere nell’isola un significato particolare.

Lo sciopero lanciato a livello generale dai sindacati di base (USI e USB) viene rilanciato in Sardegna anche dai Cobas Scuola Sardegna che, oltre a sposare le ragioni generali e le istanze del territorio contro la speculazione energetica, rincarano sulla questione scuola che in Sardegna si accompagna drammaticamente allo spopolamento.

I Cobas Sardegna si oppongono alla “militarizzazione” delle scuole e le censure, le spese militari in continuo aumento, per la riconversione della RWM (la fabbrica di armi della Rheinmetall), per la tutela della lingua sarda e per una legge sulla Scuola Sarda che blocchi l’emorragia di chiusure di intere autonomie e l’ulteriore impoverimento dei territori e delle comunità.

Il dimensionamento scolastico infatti non ha tenuto in alcun conto le specificità della Sardegna, ha previsto la creazione di Istituti “monstre” ingestibili e la perdita di migliaia di posti di lavoro ( https://www.cobasscuolasardegna.it/ ) .

Tutte queste ragioni si vanno a saldare con la lotta generale contro la gabbia che stanno diventando l’Unione Europea e lo stato italiano, per le ragioni che bene sintetizza l’USB la quale puntualizza che davanti ad un carovita che ormai ha dimezzato i salari «nessuno può pensare di salvarsi da solo.

C’è bisogno di unire le proteste e costruire una mobilitazione generale che unisca tutte le categorie sociali e del lavoro per rivendicare la messa sotto controllo dei prezzi, il rilancio di salari e pensioni, una spesa pubblica indirizzata verso i servizi sociali e non alle armi. » (https://www.usb.it/leggi-notizia/30-ottobre-e-sciopero-generale-0817.html)

La convergenza tra movimento sindacale e comitati territoriali non è automatica e non può essere costruita soltanto attraverso dichiarazioni di principio. Richiede un lavoro politico capace di mettere in relazione rivendicazioni differenti, individuando obiettivi comuni senza cancellare le specificità delle singole vertenze.

In questo frangente la Sardegna può diventare un vero e proprio laboratorio anticoloniale!

Ma proprio questa convergenza rappresenta una necessità. La lotta contro la speculazione energetica non può rimanere confinata alla difesa del singolo territorio; la battaglia per i salari non può ignorare il modo in cui le grandi trasformazioni produttive incidono sull’ambiente e sui servizi; la lotta all’apparato militare-industriale e all’imperialismo non può prescindere dal contesto economico e geopolitico.

Il 30 ottobre può diventare un’occasione per affermare questa connessione: non c’è giustizia climatica senza giustizia sociale e senza sovranità, non c’è transizione democratica senza partecipazione popolare, non c’è autodeterminazione se le scelte strategiche vengono sottratte al controllo delle comunità.

Basta guerre, basta speculazione: per la giustizia climatica e sociale, per la difesa dei beni comuni e la loro gestione democratica.

La Sardegna che il 30 ottobre torna in piazza pone una questione che riguarda ben oltre i suoi confini.

È questa la sfida che la mobilitazione sarda consegna allo sciopero generale: trasformare la difesa del territorio in una battaglia per un diverso modello sociale, nel quale l’energia sia un bene comune, il lavoro una fonte di dignità e la pace un filo rosso che lega i popoli contro l’impero e le oligarchie.

Concentramento della manifestazione a Cagliari, ore 10:30, piazza del Carmine.

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