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Per chi non li ha visti arrivare

Mentre siamo con le tende da diversi giorni nella «Piazza della Dignità» a Roma, piazza nata per costruire un percorso di accumulo sociale verso lo sciopero generale internazionale del 30 ottobre, assistiamo a un crescente malessere, sfociato poi in modo eclatante in diverse piazze italiane.

A chi oggi scrive «non li abbiamo visti arrivare» ci sentiamo di rispondere: non li avete visti perché guardavate da un’altra parte. In questi anni, lo scenario domestico e quello internazionale non solo non sono migliorati, ma hanno registrato un netto peggioramento.

I costi della guerra sono arrivati direttamente nelle nostre case, traducendosi in un carovita quotidiano insostenibile: dall’inflazione che aggredisce il carrello della spesa alle bollette, passando per l’aumento esorbitante dei prezzi dei carburanti, mentre redditi e salari restano al palo e gli strumenti di welfare a sostegno della povertà vengono costantemente erosi dalla propaganda e dai tagli.

Questo si aggiunge ai canoni di locazione fuori controllo e all’aumento costante delle rate dei mutui, a fronte dei continui tagli ai già scarsi strumenti di sostegno alle famiglie in condizioni di precarietà alloggiativa.

I dati forniti dall’ISTAT pochi giorni fa mostrano che, negli ultimi 25 anni, le spese legate all’abitazione sono più che raddoppiate (63%), con l’impatto maggiore dovuto alle bollette, aumentate del 145% dal 2000 al 2025.

Questi numeri mostrano plasticamente come la crisi abitativa sia una preoccupazione concreta per milioni di persone che rischiano di scivolare nella povertà assoluta e di aggiungersi alle decine di migliaia di nuclei già sotto sfratto o sottoposti a procedure di pignoramento.

I dati più recenti d’altra parte ci dicono che la povertà assoluta è già una realtà concreta per 6 milioni di persone, mentre altri 3 milioni vivono in condizione di stress abitativo e l’80 percento dei giovani non può emanciparsi dalle proprie famiglie di origine di fronte ai costi di una stanza singola che, nelle grandi città, superano abbondantemente i 700 euro, e all’assoluta insufficienza di studentati pubblici in grado di garantire il diritto allo studio di chi desidera frequentare l’università fuori sede.

Queste questioni sono, non a caso, all’ordine del giorno per le giovani generazioni che si stanno riprendendo le scuole, le università e le piazze di questo Paese, “facendo come in Francia” non per un mero meccanismo di mimesi, ma perché indisponibili ad accettare il furto del futuro che il governo Meloni e i suoi alleati internazionali stanno mettendo in campo.

Di fronte a questo scenario, la risposta del governo è un piano casa che, di fatto, cancella l’edilizia residenziale pubblica a favore di forme di abitare rivolte alla cosiddetta “fascia grigia”, regala ulteriori opportunità di profitto ai fondi immobiliari italiani ed esteri e aumenta il consumo di suolo.

Lo stesso governo ha inoltre promosso un disegno di legge, attualmente in discussione nelle commissioni parlamentari, che mira a rendere gli sfratti ancora più rapidi e brutali, affidando l’esecuzione delle procedure alla vigilanza privata, istituendo un registro nazionale degli inquilini morosi e sanzionando economicamente chi non lascia l’alloggio dopo il provvedimento di sfratto, in assenza di soluzioni alternative.

Come sempre, dunque, la risposta governativa è quella di rendere le questioni sociali un problema di ordine pubblico e fomentare la polarizzazione sociale invocando repressione e remigrazione, servendosi anche di utili idioti come i cosiddetti influencer del degrado che sciamano nelle città, accanendosi contro attiviste e attivisti, migranti, seconde generazioni, persone povere e senza tetto, per sostenere la campagna elettorale delle destre a colpi di chiacchiere e di distintivo.

A chi non li ha visti arrivare diciamo che le nostre tende in piazza anche in ricordo di Maricarmen Abascal, uccisa dalla rendita immobiliare, non sono quindi una mera testimonianza di solidarietà alle piazze spagnole che hanno riportato la crisi abitativa al centro dell’agenda politica europea, ma vogliono essere un punto di organizzazione per le persone in crisi abitativa e le lotte sociali contro il caroaffitti, il caro-mutui, il carovita e l’economia di guerra, portando il diritto all’abitare al cuore della piattaforma di costruzione dello sciopero generale del 30 ottobre che, ancora una volta, ha preso le mosse dalla coraggiosa chiamata alla mobilitazione transnazionale dei portuali contro armamenti, guerra e genocidio.

Ora arriveranno gli inasprimenti securitari, gli arresti preventivi e differiti, i daspo a pioggia, le intimidazioni verso chi organizza cortei, l’uso dell’esercito come forza di polizia, usando lo scenario milanese come motivazione strumentale, e chiamando l’intero arco parlamentare a sostenere questa necessità e additando chi non la fa come complice e sodale dei disordini avvenuti. Un chiaro segnale intimidatorio anche nei confronti dello sciopero generale del 30 ottobre.

Non consentiamo che questo accada. Manteniamo la lucidità necessaria per comprendere che le migliaia di giovani arrabbiati sono il risultato di un disagio crescente, un disagio che attraversa le nostre tende e ci vive dentro.

È anche il nostro disagio. Sono figli e figlie della stessa rabbia. Dobbiamo solo organizzarci meglio per liberarci del governo Meloni e di un’opposizione già pronta a prendere le distanze e, magari, a governare con gli stessi strumenti di sorveglianza e punizione oggi espressi dalla maggioranza.

Con rotta indipendente e autonomia di classe generalizziamo lo sciopero generale del 30 ottobre. Vi aspettiamo in Piazza della Dignità!

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