Forse sarà giunto il momento di parlare della rabbia di una generazione espropriata. Del resto, l’indignazione borghese per le vetrine di Milano difende una gerarchia precisa, fondata sul primato della proprietà, che relega all’irrilevanza sociale la sofferenza di chi possiede soltanto la propria forza lavoro, talvolta persino impossibilitato a venderla.
Zangrillo liquida tutto come «delinquenza». Salvini parla di «centri sociali, maranza e marciume sinistro avariato». Sono parole che espellono questi ragazzi dalla società, cancellando le condizioni materiali dentro cui prendono forma le loro esistenze e la loro rabbia. Chiamarli marciume permette di liquidare le domande sulla distribuzione della ricchezza, sul lavoro disponibile, sulla possibilità materiale di diventare autonomi.
Volendo, possiamo ricorrere a una lettura marxista per analizzare quelle condizioni e comprenderne le implicazioni sociali; in fondo, basterebbe il buon senso per riconoscere quanto il futuro dei giovani sia già impegnato a remunerare qualcun altro: il proprietario di casa, l’impresa che acquista forza lavoro a basso costo, chi vende prestazioni diventate difficili da ottenere attraverso i servizi pubblici.
Una parte crescente della vita, d’altronde, si consuma nella necessità di procurarsi i mezzi per continuare a lavorare, dentro una dipendenza economica che assorbe anche il tempo da dedicare a sé, fino a subordinare alla solvibilità il desiderio stesso di un’esistenza piena.
E andiamo al dunque. Scuola, sanità e servizi pubblici costituiscono una parte del salario sociale: conquiste attraverso cui le classi lavoratrici hanno sottratto alcuni bisogni alla dipendenza immediata dal mercato. Il loro progressivo ridimensionamento ha costretto le famiglie a pagare di tasca propria ciò che dovrebbe essere garantito collettivamente, scaricando soprattutto sulle donne nuove ore di cura non retribuita.
Questo impoverimento può proseguire anche con una spesa pubblica in crescita, quando il denaro viene destinato altrove o diventa insufficiente, con l’aumento dei prezzi, a soddisfare le necessità delle persone.
Secondo la Fondazione GIMBE, che studia lo stato e le risorse del Servizio sanitario nazionale, tra il 2010 e il 2019 sono stati sottratti al settore oltre 37 miliardi di euro attraverso tagli e stanziamenti inferiori a quelli programmati. Sono risorse che, nel corso di quel decennio avrebbero dovuto alimentare e sostenere il servizio pubblico.
Le conseguenze di quelle scelte continuano a pesare sulla possibilità concreta di curarsi. Quando la soddisfazione di un’esigenza condivisa viene affidata alla capacità di pagare, si rafforza il potere del denaro sulla vita.
Dentro questa condizione di impoverimento, la contrapposizione fra pensionati e giovani contribuisce a dividere le classi lavoratrici. Una pensione operaia è salario differito e può sostenere una famiglia già in difficoltà. Mettere in concorrenza generazioni popolari lascia sullo sfondo la proprietà, le rendite e il potere di decidere dove destinare la ricchezza generata dal lavoro comune.
A questa erosione delle condizioni materiali si accompagna, negli ultimi anni, una progressiva estensione degli strumenti di coercizione statale attraverso cui viene governato il conflitto. Nel 2025 il decreto sicurezza trasforma in reato il blocco stradale realizzato con il proprio corpo, prevedendo da sei mesi a due anni di reclusione quando ad agire sono più persone riunite.
Nel 2026 un ulteriore provvedimento introduce il trattenimento preventivo fino a dodici ore, in presenza dei presupposti concreti di pericolo stabiliti dalla legge e con comunicazione al pubblico ministero. Il 19 ottobre Molteni e Ostellari annunciano l’intenzione di estenderlo fino a ventiquattro ore (la misura rientra, al momento, tra quelle proposte per il nuovo decreto, ancora da approvare).
In termini di classe, questa sequenza rafforza la capacità dello Stato di disciplinare il conflitto.
Chi dispone di pochi strumenti economici conserva ancora il proprio corpo, la presenza nello spazio comune, la possibilità di interrompere la normalità. Rendere penalmente più rischiose queste forme d’azione restringe ulteriormente il potere contrattuale di chi occupa le posizioni più deboli.
La distanza tra le generazioni nasce anche qui, nel punto in cui ogni crisi modifica il lavoro e consegna alla generazione successiva un mercato già trasformato. Chi è nato a metà degli anni Settanta ha raggiunto l’età adulta negli anni Novanta, quando la disoccupazione è già alta e il movimento operaio arretra, ma entra nel lavoro mentre la flessibilizzazione è ancora un processo in espansione.
Il pacchetto Treu arriva nel 1997, la legge Biagi nel 2003: quella generazione assiste dunque al passaggio verso rapporti di lavoro più frammentati e alla progressiva erosione di tutele che, pur non essendo mai state universali, avevano regolato una parte importante dell’accesso all’occupazione e della permanenza nel lavoro.
I nati nel ’90 trovano invece quel passaggio già ampiamente avviato e compie diciotto anni nel 2008, proprio mentre la crisi finanziaria colpisce occupazione, salari e investimenti. La recessione interviene su un mercato del lavoro già reso più discontinuo, consolidando la precarietà dentro gli anni della formazione, dei primi impieghi e della costruzione dell’indipendenza. La stagnazione e la compressione salariale diventano così parte integrante del percorso con cui questa generazione entra nella vita adulta.
I giovanissimi del 2000 ereditano questo assetto come normalità. Giunti alla maggiore età, il lavoro stabile era già diventato una possibilità più incerta dentro un mercato segnato da contratti brevi, salari deboli e mobilità forzata.
A vent’anni incontra inoltre la pandemia, che interrompe studi in presenza, relazioni e prime esperienze professionali proprio nel momento in cui dovrebbe avvenire l’ingresso nella vita adulta.
Il ricambio generazionale si compie così dentro un processo cumulativo: ogni nuova coorte entra nel lavoro portando sulle spalle gli effetti sedimentati delle crisi precedenti e incontra condizioni che rendono più fragile anche la prospettiva previdenziale.
Nel sistema contributivo, infatti, ciò che si riceverà domani dipende in larga misura da quanto e per quanto tempo si è riusciti a versare oggi; carriere discontinue e salari bassi producono quindi montanti contributivi più deboli, mentre l’età pensionabile tende ad allontanarsi.
Per i nati nel 2000 la precarietà finisce così per coincidere con il terreno stesso sul quale costruire l’esistenza, trascinandosi dietro non soltanto un presente più povero, ma anche una vecchiaia previdenzialmente più incerta.
Un dato rende concreta questa trasformazione. L’ISTAT documenta che, tra i lavoratori con meno di 35 anni, l’incidenza del lavoro a termine passa dal 19% nel 2004 al 37,1% nel 2018. È un confronto della stessa fascia d’età in due momenti storici: misurando quanto fosse già cambiata la struttura delle opportunità.
Il proletariato contemporaneo comprende il giovane salariato, chi alterna occupazione e disoccupazione, chi sopravvive ai margini del lavoro regolare, dentro condizioni sempre più frammentate, attraversate anche dal razzismo e dalla diversa forza dei legami familiari. Questi ragazzi hanno diritto a desiderare piacere, bellezza, riconoscimento, tempo e accesso alla città. Il bisogno del marginale comprende una vita intera.
Pretendere che un povero desideri esclusivamente beni indispensabili significa assegnargli una condizione subordinata anche nell’immaginazione.
Il feticismo della merce attraversa anche gli esclusi: il marchio può diventare una promessa di esistenza sociale, perché questa contraddizione appartiene alla società capitalistica che li forma. La solidarietà di classe deve raggiungerli senza esigere una preventiva purezza politica.
Comprendere le loro ragioni significa riconoscere la condizione logorante dell’umiliazione, dell’impotenza e delle aspirazioni frustrate, costruendo con loro strumenti capaci di restituire potere sulla propria vita.
Anche la solitudine possiede una storia sociale. L’ISTAT offre, da questo punto di vista, un confronto significativo: osservando le generazioni alla stessa età, fra i 20 e i 24 anni, la partecipazione sociale organizzata scende dal 19% dei nati nel 1970-1974 all’8,6% dei nati nel 2000-2004.
L’indicatore riguarda attività associative, civiche, sindacali e politiche; non esaurisce l’intera dimensione dell’amicizia o della socialità giovanile, ma documenta l’indebolimento di alcune delle forme attraverso cui un’esperienza individuale può acquistare una dimensione comune.
Persino un avversario, come ad esempio Marco Barbieri di Confcommercio, richiama la necessità di un «processo educativo e sociale» e descrive «aree dormitorio, dove non ci sono spazi di convivialità e socialità». I luoghi gratuiti d’incontro, i centri sociali, le associazioni e gli spazi autogestiti assumono allora una funzione materiale precisa: rendono possibile incontrarsi senza dover prima consumare.
L’esclusione diventa politicamente fertile per il capitale quando ciascuno finisce per interpretare una sconfitta comune come propria insufficienza. Anche l’incomunicabilità generazionale cresce su questo terreno: consigli elaborati dentro condizioni storiche differenti continuano a essere rivolti a chi incontra possibilità assai più ristrette. L’esortazione all’impegno può così trasformarsi in un’accusa rivolta proprio a chi sta già faticando.
Una prospettiva rivoluzionaria o quanto meno antagonista, deve ricomporre questa frammentazione: collegare lavoro, scuola, quartiere, casa e cura; costruire organizzazione insieme ai ragazzi che oggi vengono espulsi dal discorso pubblico. Il loro futuro richiede potere collettivo sulla ricchezza, sulla produzione e sul tempo. La pretesa da affermare è che le condizioni della vita siano decise da chi quella vita la vive e da chi la ricchezza la produce.
* da Facebook
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