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I peggiori, come al solito, sono i liberali italiani

I liberali italiani sono quelli che tendono a produrre paragoni infamanti tra una AVS e Vannacci, fornendo a supporto il fatto che siano entrambi per lo stop al riarmo. Tutto il resto sembra sospeso, ed è sospeso perché, corsi e ricorsi storici, la convergenza strutturale è quella tra loro stessi e i fascisti odierni.

La stessa postura su Israele, declinata su tinte leggermente differenti: i fasci per pura islamofobia, puro razzismo, di un livello tale che il loro storico ed eterno antisemitismo – quello reale, a volte eugenetico, sovente ottocentesco, in privato – viene messo da parte per far posto alla “minaccia islamica”, una minaccia che in fondo “Israele combatte per noi”, rivendicando l’utilizzo di forze sproporzionate che producono genocidi.

I liberali, quando non sdraiati su questa stessa posizione (remember Merz), tendono invece ad insistere sul malinteso, travisato, in fin dei conti inconsistente “scontro di civiltà”, o meglio, sull’idea che il sostegno ad Israele sia dovuto a prescindere dalle condotte concrete ma per quello che rappresenterebbe, cioè la “libertà” contro i liberticidi, l’Occidente, la gioia per la vita contro le tenebre, ecc.

La stessa postura in economia, con l’abbattimento del welfare, il desiderio recondito di azzerare le garanzie e gli ammortizzatori, il profondo disinteresse per il disagio prodotto dalle metastasi del capitalismo globale, tranne nei casi in cui è conveniente inventare la sua attribuzione ai flussi migratori.

La stessa o quasi postura ipocrita sugli Stati Uniti ed il loro ruolo, salvo il fatto che oggi i liberali sembrano cascare dal pero se la scena americana produce pericolosi timori maligni come i Trump, i Miller, i Rubio, i Cruz, gli Hegseth, e si rincorrono surrealmente nel teorizzare un rafforzamento dell’Europa, una sorta di furtivo allontanamento/affrancamento dalla NATO di cui altrove, dalla parte opposta di questo irricevibile fronte, se non altro si discuteva anche decenni fa, venendo accusati generalmente di anti americanismo (inteso come difetto) e anti occidentalismo, di sottostimare imperdonabilmente l’importanza di ribadire, in una logica sempre stupidamente binaria, la propria appartenenza ad un “campo dei giusti” che non è mai davvero esistito, e che certamente non esiste più, che ci mette davanti allo spettacolare fragore del proprio crollo.

La stessa postura sulla immaginaria – forse ancor più di quella Islamista – concretezza e urgenza di una “minaccia cinese”, maturata dopo aver preso dolorosamente atto che, convinti della fine della Storia e dopo aver scritto le regole inique del capitalismo globale, c’è qualcuno che può volgerle a suo favore, utilizzando gli strumenti che ha a disposizione, per inciso molto meno coercitivi di quelli utilizzati da chi si presenta come il baluardo delle libertà, delle democrazie, delle autodeterminazioni.

La stessa postura sulla tutto sommato “accettabile” distruzione del diritto internazionale, nella misura in cui i fasci ne sono sempre stati infastiditi mentre i liberali, anche qui, si trovano costretti a sospendere i propri severi giudizi una volta accortisi che i principali responsabili di questa distruzione sono proprio loro.

Sono proprio questi individui che, mentre condannano invasioni, accettano altre invasioni, o contestualizzano attentati, pulizie etniche, genocidi, aggressioni militari ingiustificate e criminali, se compiute ai danni di quelle che considerano “civiltà nemiche”.

Che sarebbero nemiche proprio perché non condividerebbero quei valori che nella realtà, appunto, non esistono più, o che non sono mai stati valori ma soltanto carte negoziali, vestiti trasparenti, vessilli con cui mascherare l’adesione alla logica del Bene contro il Male, all’interno di uno script di scadente fattura.

La stessa postura sugli stessi temi sociali e di riflesso (visti questi giorni) di sicurezza, per cui entrambi, quando si manifesta pacificamente, oscillano tra la placida indifferenza e lo stigma dei “fancazzisti”, lo stigma di quelli che anziché manifestare dovrebbero continuare a farsi sfruttare o guardare con ottimismo e spirito imprenditoriale ad un futuro tetro, di un tetro impossibile da comprendere per chi rivendica il privilegio e celebra un modello anacronistico, sempre più pericoloso e polarizzante.

Quando invece arriva la violenza, soprattutto contro le cose, liberali e fasci si comportano e si esprimono come negli anni precedenti all’ascesa di Mussolini, come ai tempi della “minaccia comunista” (oggi islamista e/o migratoria).

E lo fanno ancor più volentieri quando questa violenza, adottata anche dalle seconde generazioni, fa intravedere la possibilità di esser strumentalizzata, di far proprio quel “sociologismo” spicciolo di cui straparla uno come Mario Sechi quando si rifiuta di ragionare sulle cause profonde del malcontento, e quando invece indulge con pensosa facilità in discorsi tanto roboanti quanti vuoti sul citato scontro di civiltà, sull’invasione, sulla necessità di nuovi e più invalicabili confini per le persone, in un mondo la cui l’esclusiva assenza di confini per le merci (ma non ugualmente per le persone) ha generato squilibri, incoerenza strutturale, miseria, assenza di prospettive e disperazione.

Sulla “sottomissione”, su tutta questa robaccia putrida, infetta, maleodorante di cui i liberali sono gli estensori verbali, i vigili dialettici, gli ideologi de facto, i vigliacchi mormoratori, ed i fasci gli eventuali “enforcers”, quelli che prima o poi con il manganello e/o con l’inesorabile intorbidimento delle acque ridaranno l’Italia agli italiani, le Alpi agli Alpini e Anzio agli anziani.

Tutti uniti, tutti insieme, pensosi oppure minacciosi, nell’”analisi” di un fenomeno sociale di proporzioni epocali con gli strumenti, poveri e dal suono sordo, dell’ordine pubblico.

E’ qui che la convergenza diventa sovrapposizione, che diventano proprio indistinguibili, che non si capisce davvero più se quel coglione che, dopo aver beatamente dormito di fronte al crollo delle aspettative di vita dignitosa, denuncia, accigliato o inferocito, la distruzione delle cose ampiamente assicurate, promettendo o auspicando quel pugno di ferro (per cui di solito biasima le “civiltà” che gli risultano nemiche, anche in virtù di una sempre più effervescente, fragile e malintesa convinzione su una differenza civilizzatrice), abbia presente o meno che in ogni caso, che siano tecnicamente povere o meno, chi arriva a distruggere ciò che è comunque assicurato lo fa comunque senza una assicurazione contro la distruzione della propria vita.

Quella che quel coglione gli ha tolto, un centimetro alla volta, un articolo alla volta, un mercato alla volta, un proclama alla volta, un marginale alla volta, un nemico immaginario alla volta. Bruciamo, bruciate. 

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