Fin dalla nascita dello Stato unitario, i poli opposti dello scontro politico nel nostro Paese sono sempre stati, da una parte, le classi «pericolose», vessate ed emarginate, e dall’altra un potere governativo ostile alle istanze popolari.
Questa contrapposizione si è riproposta, attraverso i decenni, fino ai giorni nostri. La differenza rispetto al passato è che, per effetto della crisi strutturale del capitalismo nazionale, i settori sociali che sostengono gli attuali governi sono diventati sempre più ristretti e parassitari. Di conseguenza, i loro privilegi appaiono sempre più indifendibili agli occhi del popolo. Su questo si è già scritto molto efficacemente su Contropiano e non mi pare ci sia molto da aggiungere.
Può essere invece utile proporre un’ulteriore riflessione sulle cause della suddetta crisi. Non è un caso che il conflitto sociale nel nostro Paese abbia raggiunto il suo apice negli anni Settanta. Grazie all’impetuoso sviluppo industriale del dopoguerra, le componenti operaie e giovanili rappresentavano allora una parte della società molto più consistente rispetto a oggi e, forti del proprio peso, rivendicavano con decisione il diritto di determinare la direzione politica del Paese.
La sconfitta di quel movimento ha posto le basi della società odierna, svuotata di energie dopo decenni di crisi industriale, sociale e demografica che l’hanno resa, in misura prevalente, vecchia, depressa e incarognita.
Eppure, nonostante il loro peso numerico si sia progressivamente ridotto, sono ancora i giovani proletari e gli operai a rappresentare l’incubo politico dei governi italiani. La ragione è che i giovani incarnano necessariamente il desiderio di imparare e di trasformare in meglio la realtà, così come la classe operaia incarna necessariamente la capacità di tradurre la conoscenza in lavoro concreto per costruire una realtà migliore.
Se questo basta a rendere questi gruppi sociali indesiderabili agli occhi dei governi italiani, la loro soppressione ha però lo spiacevole effetto collaterale di azzerare quel poco di dinamismo che la società italiana è ancora in grado di esprimere.
Penalizzando per decenni le voci migliori della società, la classe dirigente ha finito per compromettere le stesse basi dello sviluppo del Paese. Ne consegue che lo scontro politico che ci attende nei prossimi anni determinerà se il popolo italiano sarà costretto ad assistere al proprio definitivo declino o troverà la via per rinascere.
L’Italia può rinascere se la valorizzazione del desiderio di apprendere e di impegnarsi a beneficio di tutti diventerà finalmente una priorità dell’azione di governo, e questo accadrà quando i governi stessi non avranno più motivo di temere la rabbia popolare perché, come dovrebbe accadere in una vera democrazia, il loro compito sarà quello di aiutare tutto il popolo a migliorare la propria condizione, anziché imporre la volontà di una minoranza privilegiata a scapito degli interessi della maggioranza.
Oltre l’orizzonte di questo autunno, che vogliamo caldo il più a lungo possibile, si profila minacciosa la reazione del “partito dell’ordine”, pronto, secondo copione, a condannare e reprimere con violenza ancora maggiore del passato.
Di fronte all’abisso che si profila, non possono bastare le sole forze della nostra migliore gioventù e della parte più combattiva della classe operaia.
Occorrono una rinnovata consapevolezza e uno scatto di dignità da parte dei settori ancora sani, presenti in tutti gli strati della società italiana.
Occorre che la maggioranza del popolo comprenda che la strada del fascismo risorgente conduce all’autodistruzione definitiva e che l’unica via possibile per risollevare l’Italia passa attraverso la democrazia, la giustizia sociale e la pace.
Non lasciamo solo chi lotta, perché ne va del nostro comune futuro.
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