Venerdì scorso, 2 gennaio, il Consiglio di Transizione del Sud (STC), il movimento separatista yemenita sostenuto dagli Emirati Arabi Uniti, ha compiuto un passo formale verso la secessione: l’annuncio di una nuova Costituzione e la presentazione di una tabella di marcia che mira all’indipendenza definitiva attraverso un referendum da tenersi entro i prossimi due anni.
Il governo riconosciuto internazionalmente, di cui faceva parte anche lo stesso STC, si sta trovando nella difficile condizione di dover riconquistare i territori persi a inizio dicembre, col sostegno anche militare dei sauditi. I secessionisti rivendicano la ricostruzione di uno stato indipendente nel sud del paese, come c’è stato tra il 1967 e il 1990 (anche se all’epoca l’allineamento strategico era ben diverso: con l’Unione Sovietica).
Abu Dhabi ha progressivamente spostato il proprio sostegno dal governo centrale ai gruppi armati locali, vedendo nel STC un interlocutore più affidabile per i propri interessi strategici nell’area del Golfo di Aden. Questi si stanno cementificando sempre di più con quelli israeliani, mentre aumenta la pressione su Ryad affinché accetti di aderire alla normalizzazione dei rapporti con Tel Aviv.
Mentre le potenze regionali giocano la loro partita a scacchi, lo Yemen resta intrappolato in una guerra civile che dura da oltre un decennio e che ha già causato una delle peggiori crisi umanitarie del secolo. Al solito, l’ago della bilancia rimane il ruolo destabilizzante del sionismo, come braccio, armato e non, dell’imperialismo occidentale nell’area.
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