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“Primavera di bellezza”, di Beppe Fenoglio

Cos’è stato l’8 settembre nella coscienza civile degli italiani in divisa? La straordinaria penna di Beppe Fenoglio lo testimonia nel romanzo dal titolo fascistissimo come il refrain della prima canzone simbolo del Regime. E quel titolo fa da contorno amaro a tutte le delusioni di chi, vestendo l’uniforme, aveva creduto all’ubriacatura guerrafondaia del Duce d’Italia. Il Regio Esercito risultò sin dal tragico annuncio del 10 giugno 1940 massa di manovra servile dell’opportunismo politico di pater familias et gener. Mussolini e Ciano pensavano di banchettare sugli avanzi dell’alleato tedesco che in otto mesi aveva fagocitato Polonia, Belgio, Olanda, Danimarca e Francia. Ma subito le campagne di Grecia e Albania fecero cadere la maschera italica di Forze che era eufemistico definire Armate, inadeguate com’erano nei mezzi e nei comandi per quella carneficina che diventava il conflitto mondiale. Qua e là ci furono atti di valore e caparbietà militari, individuali e collettivi. Ma se il giudizio deve riguardare l’uomo oltreché il soldato l’occasione di riscatto fu la scelta soggettiva da tenere dopo l’armistizio. Mentre i gerarchi cercavano la scappatoia della sfiducia al Duce col voto del Gran Consiglio (25 luglio ’43) e Mussolini, dopo la farsa dell’arresto veniva fatto liberare da Hitler per restarne fantoccio nella Repubblica Sociale, lo Stato Fascista si liquefaceva e la Monarchia Sabauda fuggiva. Su vari fronti per alcuni giorni restò un Esercito che molti giudicavano di sbandati, ma per intero non lo fu. Certo, in tanti soldati e ufficiali, dopo le pesanti traversie vissute sino a quel momento, prevalse l’istinto di salvare la pelle. Ma alcuni manipoli che, nelle zone più ostiche avevano avuto le armi, in pugno non le gettarono. Ne nacquero sacrifici eroici: la Resistenza istintiva e martire di Cefalonia, e gli “sbandati” che andarono a formare gruppi partigiani, soprattutto al Nord e anche al Centro Italia. Badogliane, come il Johnny-Fenoglio, azioniste come gli ufficiali Revelli e Bocca che hanno narrato l’esperienza di lotta di liberazione nei rispettivi diari ‘La guerra dei poveri’ e ‘Partigiani della montagna’.

 

Fenoglio spiega didascalicamente che la maggioranza dei militari era afascista; i pochi restanti antifascisti. Per gli anti del Sud i fascisti erano buffoni, per gli anti del Nord criminali. Fra i militari che sceglieranno la via del partigianato l’antifascismo diventa vivissimo: “In un paese serio Mussolini sarebbe freddo cadavere da un pezzo” dice Lippolis, e Johnny chiede ”Il porco (Mussolini) sarà già rientrato da Feltre?” “Dargli del porco non basta più” è la secca risposta d’un commilitone. E un artigliere “Questo bastardo di Graziani, questo vigliacco e traditore” mentre ancora l’indomito Johnny manifesta il lucidissimo desiderio di morte del generale Graziani, e poteva vedersi come esecutore materiale, agevolmente, anzi con un empito di gioia morale. Il giudizio di Fenoglio sul Regio Esercito è altrettanto sprezzante “L’esercito, che schifo l’esercito. C’è da ringraziare l’8 settembre per aver permesso all’Italia di constatare che schifo era il suo esercito, che vergogna i suoi ufficiali… Era vero che il fascismo aveva infettato l’esercito, però sapessi quanto l’esercito era pronto a farsi infettare”. Incredibile Beppe-Johnny: romanzo scritto in English, e un inglese slang per iniziati o per anglofili esperti. Poi tradotto per intero, con tre sole pagine (relative al dialogo fra Johnny e i soldati britannici evasi dal campo di prigionia tedesco e utilizzati nella neoformata banda come cucinieri) più qualche frasetta sparsa, lasciate in lingua madre. Solito uso magistrale della lingua – italiana o inglese non fa differenza – per descrivere situazioni e atmosfere, stati d’animo e sensazioni con sempre formidabili metafore: “La sera franava sulla caserma”, “le goccioline atterravano sulla pelle e sulla stoffa come rospi piombanti a piedi giunti”, “il vestito che si sciorinò in tutta la sua volgarità e usura”, “lo guardò come un tumore di cui si fosse liberato appena in tempo”, “si sentì un pidocchio che vada incontro all’inevitabile pettine”. S’incrociano anche neologismi come la creazione di avverbi da sostantivi: idioticamente.

Quel bestiario che è la vita di caserma, in guerra e in pace, luogo di nefandezze e meschinità piccole e grandi, di sermoni e vessazioni dei graduati sui subalterni, anche se si tratta di giovani ufficiali, che poi adotteranno con altri la stessa becera procedura. Perché la gerarchia questo prevede: coazioni a ripetere decerebrate o volutamente sadomasochiste (“Attenti. Riposo. Fate compassione. Attenti. Riposo. Fate schifo. Attenti Riposo. Rachitici, scoglionati, pezzi di chiavica. Attenti. Riposo. Avanti, marsc” e ancora “Sputerete, orinerete sangue. Vi faranno un culo così”). A seguire tanti luoghi comuni che sono tragica realtà dell’ambiente e dell’apparato: il sergente maggiore che urla, il campanilismo, il nonnismo, il tenente taurino e sanguigno che andava sempre a passo di carica. Un comandante con sigaretta e frustino d’ordinanza che presiedeva la ginnastica sfoltitrice di ranghi poiché faceva fratturare gambe e lesionare schiene poco avvezze ai salti mortali. Nella miseria e desolazione della guerra anche una caserma di retrovia dove s’addestravano allievi, aveva camerate con androni scarsamente illuminati e pozze d’acqua in terra. E poi il cibo che faceva esplodere la dissenteria cosicché lo sterco costellava gli androni e faceva diga sulla soglia delle camerate finché le evacuazioni avvenivano persino in Piazza d’Armi, e dovette intervenire il battaglione chimico. Nella trama lo scenario si sposta a Roma dove gli allievi ufficiali vengono spediti in treno. Parcheggiati in una scuola del quartiere Montesacro si trovano ad appendere le armi agli attaccapanni degli scolari. Uscendo in città s’avvicinano ai tanto retoricamente declamati luoghi del Potere: Villa Torlonia, Palazzo Venezia. Vivono il bombardamento alleato del 19 luglio ’43, vedono i morti, la disperazione popolare, il bagno di folla che accoglie il papa. Quando girano per le strade s’accorgono che la gente li vede come oppositori del fascismo: “fateglielo vedere alla Milizia che non la vogliamo più”.

 

Trascorrono bloccati le notti d’agosto mentre gli americani sbarcano in Sicilia e i tedeschi li guardano come nemici. Con la notizia dell’armistizio c’è la certezza della prossima devastazione nazista e per molti l’istinto è correre a casa, nascondersi, sparire. Come fanno innanzitutto gli Alti Comandi. La frustrazione è estrema: ci si sente abbandonati e impotenti. Occorre disfarsi della divisa per evitare d’essere rastrellati, catturati, fucilati. Il pensiero di continuare la lotta viene ad alcuni che con treni e mezzi di fortuna risalgono la penisola verso il Nord. E lì dove ”le Alpi ergono le loro grandi spalle nude” Johnny incontra dei ribelli che resistono ai tedeschi. È la scelta definitiva. Col sergente Modica, il tenente Geo e altri s’organizzano, loro, un manipolo recuperando armi e scontrandosi con un centinaio di tedeschi. Sia quel che sia fino alla morte: così si riscatta l’infamia d’una guerra iniziata dalla parte sbagliata, che solo i ciechi e fanatici saloini reiterarono col proprio servilismo ai nazisti.

 

Enrico Campofreda, aprile 2004

 

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