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Le tenebre di San Patrignano

No! Non è mio interesse, qui, scrivere una banale recensione del docu-film “SanPa, luci e tenebre di San Patrignano”.

Il progetto ideato da Gianluca Neri, sceneggiato dallo stesso Neri, Carlo Gabardini e Paolo Bernardelli, per la regia di Cosima Spender, è andato in onda sulla piattaforma Netflix dal 30 Dicembre scorso.

Docu-serie che, com’era facilmente prevedibile, sta facendo molto discutere, spaccando il pubblico tra i pasdaran di Vincenzo Muccioli -fondatore della comunità di recupero per tossicodipendenti – e suoi detrattori.

Tra chi rimpiange SanPa, neanche fosse il Paradiso perduto di Milton, dove i tossicodipendenti potevano intraprendere un percorso di redenzione; e chi, invece, ne evidenzia gli aspetti più cupi e deteriori -dal controllo repressivo alle violenze sui ragazzi, dai letti di contenzione alle catene, dai suicidi alle morti e finanche agli omicidi – seppur con accenti costantemente improntati alla moderazione e all’incertezza.

Esitazione dovuta, con ogni probabilità, a problemi di cui troppe volte, quasi fisiologicamente, si ignorano implicazioni e riflessi.

Accenti che lasciano affiorare, in ogni caso, un inequivocabile timore reverenziale verso quell’esperienza di “salvazione provvidenziale” e il suo “divino tutore”, che francamente trovo intollerabile.

Una sorta di plastica rappresentazione della cultura italica che, tra misticismo e cattolicesimo o, all’inverso, tra giudizio a priori e ideologia, si esercita – con manicheo moralismo o con finta spregiudicatezza libertaria – su cicatrici altrui, aperte nel cuore della iniqua società dell’opulenza, ai cui margini si agitano fantasmi dalla carne tremula, infetta dei veleni del profitto e della miseria.

Con simili premesse, dunque, apparirà fin troppo chiara, al lettore, la scelta di non percorrere la strada, sicuramente più facile, di una recensione che mi avrebbe senz’altro semplificato le cose.

Mi limito perciò a poche e lapidarie note critiche.

Di SanPa si possono certamente apprezzare l’andamento lineare e progressivo nel tempo e il montaggio storico, capace di avvincere lo spettatore e di sistematizzare il cospicuo materiale documentale.

O ancora il tentativo, parzialmente riuscito, di restituire testimonianze fedeli.

E certamente, infine, il coraggio degli autori di non procedere seguendo una tesi prestabilita, al fine di lasciare allo spettatore la possibilità di crearsi un proprio giudizio.

Il che, considerando la quasi inviolabilità di Muccioli e San Patrignano, nell’immaginario collettivo italiano assurti l’uno alle altezze di un Abramo contemporaneo, l’altro a santuario laico, non è poco.

Ed è proprio quest’ultimo aspetto ad aver provocato l’ira della famiglia Muccioli, che con un comunicato stampa ha accusato gli autori di aver inquadrato San Patrignano in un’ottica del tutto negativa.

Ciò detto, però, non intendo dilungarmi oltre sulla specificità e la qualità della serie. Non m’interessa più di tanto recensire, come accennavo più sopra.

Perché quello che la docu-fiction non può restituirci sono le emozioni, i vissuti, le disperazioni e le tragedie che i tossici hanno vissuto nella comunità-gabbia di San Patrignano.

I live dei giorni di “rota”, disintossicazione, craving.

Non me la sento proprio di vestire, dunque, in questo caso, i panni del critico o dell’intellettuale freddo e distaccato. Anche un po’ compiaciuto delle sue coordinate estetico-ideologiche.

Non voglio e non posso. E per un motivo molto semplice e molto personale. Se si vuole, giornalisticamente neanche troppo deontologico. Ma tant’è.

È la stessa vita di chi scrive a non permetterlo.

Quelle emozioni, quei vissuti, quelle disperazioni, quelle tragedie legate alla rota e alla disintossicazione sono stati infatti, per anni, il mio vissuto.

Il mio quotidiano. La legge di un cupo desidero di fuga nichilista. Condiviso con migliaia di passeggeri compagni di vita.

Compagni con cui appiccare il fuoco di un’idea di libertà negata e distorta. Dalla società. Dal sistema. Dal Potere. Da sé stessi.

Un vissuto che è fattonon dimentichiamolo, nell’ipocrita considerazione moralistica e di condanna dell’eroina e della tossicodipendenza in generale anche di piaceri intensi ed estasi oniriche.

Non si spiegherebbero, altrimenti, i tanti giovani e meno giovani finiti nelle culla dolce, e a un tempo arrugginita e ferale, della droga.

Venticinque anni di tossicodipendenza. Da tutto

Quindi, converrete, che in materia sono laureato, specializzato e mi sono preso pure qualche master.

Perciò, a prescindere da considerazioni estetiche e di impostazione inchiestistico-dicumentaristica in merito a SanPa, consentitemi alcune riflessioni.

Che derivano non solo da esperienze personali, ma anche e soprattutto da testimonianze dirette di chi, a San Patrignano, è stato rinchiuso.

Fratelli di strada con cui ho condiviso buchi, sballi, furti, arresti e racconti di vita. Fratelli che in quel lager hanno vissuto l’inferno!

Io stesso, d’altronde, ho rischiato di finirci. Sempre opponendo, tuttavia, la motivazione caparbia di chi avrebbe voluto farcela con la propria testa, la propria volontà, il proprio corpo.

E alla fine ce l’ha fatta…

Cionondimeno, è comprensibile che le famiglie, ad un certo punto, esasperate, alzino la bandiera della resa e le provino tutte.

Soprattutto, nella totale latitanza di uno Stato che considera i tossici alla stregua di scarti della produzione, da tenere fuori dall’umano consesso economico e civile.

Cellule cancerogene, impazzite e da estirpare. Delinquenti da rinchiudere in galera. Malati da sbattere in un presidio psichiatrico, per il passato.

Poi, sull’onda libertaria degli anni Settanta, in cosiddette comunità terapeutiche, dove spesso mancavano e mancano assistenti sociali, psicologi, personale infermieristico.

Dunque, la SanPa della serie – SanPa: un nome accattivante per il mercato, ma irritante per chi quelle storie ha vissuto – era esattamente una struttura di contenzione.

Modellata secondo la peggiore cultura patriarcale e repressiva. Sorvegliante e punitiva come un Panopticon foucaultiano. Un lager, un campo di lavoro, un gulag. Botte, pugni, calci, schiaffi, catene.

Castighi corporali e pene morali, rigorosamente divisi per genere. Ai maschietti, se sbagliavano, era destinata la porcilaia. Alle femminucce la tessitrice.

Vincenzo Muccioli era un imprenditore della sofferenza, un tiranno, un padrone, un uomo ai limiti del delirio di onnipotenza cristica, che godeva di protezioni trasversali.

Preferibilmente fascisti: nota la requisitoria in suo favore di Gasparri, negli anni ’90. E oggi la difesa ex post della sorella d’Italia, Giorgia Meloni.

Ma non mancavano i liberali, i democristiani, i berlusconiani. La famiglia Moratti, non si sa a che titolo, ha cospicuamente finanziato San Patrignano nel tempo.

E finanche il partito comunista, notoriamente legalitario e con spiccate tendenze securitarie e disciplinari, difendeva Muccioli e la sua comunità.

Il tutto, in un vuoto normativo voluto e perseguito, fino agli anni ’90, da tutte le forze politiche del paese.

Comprese quelle di una sbiadita, inconsistente sinistra, sempre meno vicina ai reali interessi dei ceti popolari – indiscutibilmente, dalla fine degli anni ’70, i più colpiti dal fenomeno eroina – che mai si è realmente battuta per costruire efficaci centri di assistenza terapeutica per tossicodipendenti.

Presìdi che fossero finanziati con denaro pubblico, grazie al quale si sarebbe dovuto sostenere e migliorare quel Sistema Sanitario Nazionale che, invece, sin dagli anni ’80, si è provveduto allegramente a smantellare.

Con i risultati che tutti, oggi, stiamo sperimentando insieme alla pandemia.

Quando poi, i Ser.T (Servizi Tossicodipendenze) videro finalmente la luce (istituiti con la Legge 162 del 1990) si rivelarono, tanto per cambiare, inefficaci, disorganizzati e carenti sotto ogni profilo.

Posso testimoniarlo, essendone stato utente per circa vent’anni. Fino al 2011.

Regole di somministrazione del matadone completamente discrezionali e non fissate da un protocollo condiviso; viceversa, dettate dal dirigente sanitario in base a valutazioni personali e del tutto arbitrarie.

Presìdi che spesso facevano registrare gravi carenze di personale specialistico – particolarmente nei quartieri più marginali e conseguentemente più a rischio – e in cui gli utenti venivano trattati con sufficienza, quando non con aggressività.

Servizi in cui, non di rado, mancavano assistenti sociali e operatori della salute mentale, con consequenziale assenza di fondamentali percorsi di sostegno psicologico.

Solo di recente, a quanto pare, le cose sono migliorate. Ma di poco, mi dicono.

Dunque, in questo vuoto legislativo e organizzativo, con l’eroina e la cocaina che, tra la fine degli anni Settanta e la prima metà degli Ottanta, inondavano le strade e mietevano morti, lo Stato preferì affidarsi a strutture di fatto private, come le comunità terapeutiche.

Ad emergere, tra le prime, fu proprio San Patrignano, fondata da quello che, a tutti gli effetti, aveva l’aria di un Santone.

Immediatamente benedetto con l’aureola dalla borghesia perbenista, che dei figli non era in grado di occuparsi o non aveva tempo e voglia di occuparsi.

Canonizzato, però, anche dalle famiglie del proletariato e del sottoproletariato metropolitano, come salvifico santo protettore dei tossicodipendenti.

Perché il problema eroina sembra una livella interclassista che non conosce rigide separazioni di censo. Benché abbia potuto constatare, con i miei occhi, quanto i figli del popolo siano molto più esposti e molto meno tutelati.

Non solo sul versante del recupero. Non solo sul piano giudiziario: le carceri sono piene di tossicodipendenti provenienti dai ceti subalterni. Ma anche di fronte alla morte. Per overdose, per Aids, per Hcv.

Ma torniamo a SanPa e a “san” Vincenzo Muccioli.

La realtà è spesso ben diversa da quella che appare o ci si illude che sia.

Muccioli a San Patrignano era l’unica autorità riconosciuta. Arbitro in terra del bene e del male. Come dice Cantelli, uno dei volti storici di San Patrignano – di cui fu anche Ufficio Stampa – la terapia dentro la comunità era Muccioli.

Un’assurdità in termini scientifici. E il riconoscimento di un’extralegalità ai confini con il fanatismo religioso e la pratica a rischio penale.

Alla dipendenza dalla droga – eroina principalmente, ma anche coca e pasticche – SanPa finiva per sostituire la dipendenza dal sistema comunità e il totale asservimento alla figura del Padre-Padrone.

Perché la verità che nessuno può capire, se non è stato tossico, è che in un luogo come San Patrignano non esci da un beneamato cazzo!

Una struttura di personalità dipendente avevi. Una struttura di personalità dipendente conservi. La soggettività viene diluita, spezzata, assimilata all’interno della comunità.

D’altra parte Vincenzo Muccioli, con la complicità dello Stato, considerava il tossico un inutile ingranaggio della catena di montaggio sociale.

Un pezzo di carne avariata: senza nervi, sangue, ossa, intelligenza, cuore. Un pezzo da aggiustare. Uno zombie. Che anche se moriva, pazienza.

Problematiche che dovrebbero far riflettere anche molti di quei compagni che oggi sui social criticano, giustamente, il docu-film SanPa.

Ma poi inneggiano a passate esperienze di socialismo reale, in cui la tossicodipendenza – nel 1986 i dati ufficiali forniti dal ministro degli Interni sovietico Aleksandr Vlasov e pubblicati dalla Pravda, parlavano di 46.000 tossicodipendenti e di fenomeno erroneamente tenuto nascosto dal governo per il passato – non era certo guardata con occhio comprensivo e doverosamente curata.

Bensì anche lì, purtroppo, emarginata e confinata in galere o strutture psichiatriche.

In definitiva, la concezione del recupero di Muccioli a SanPa si declinava secondo un paradigma para-religioso. Fanatico e inflessibile.

Sospeso tra la crudele severità carceraria e la disumana legge della clausura conventuale.

Assimilabile più al carcere speciale dell’Asinara che ad una struttura con finalità umanitarie.

Aspetti inquietanti, cui andrebbe aggiunto quello che, con ogni evidenza, si poteva configurare come forma di sfruttamento gratuito della manodopera, costituita dai giovani ospiti della comunità.

Insomma, una vera e propria concezione schiavistica del recupero, ben inserita nella catena del valore e della produzione tipicamente capitalista.

Con scarso interesse per la vita e il rispetto di chi, a tutti gli effetti, andrebbe considerato un malato.

Letti di contenzione, catene e botte non possono e non devono, insomma, rappresentare strumenti terapeutici.

Metodi che hanno, per secoli, caratterizzato la “cura” del disagio psichico e sociale.

Proprio contro queste pratiche disumane, repressive e crudeli, tra cui l’elettroshock, prendeva forma, nel 1978, la Legge Basaglia. Una delle più avanzate legislazioni a livello mondiale, in materia di disagio psichiatrico e di protocollo terapeutico. Purtroppo, nel tempo, andata completamente disattesa.

Una legge il cui obiettivo era non solo la chiusura dei manicomi ma soprattutto la restituzione della dignità umana al sofferente psichico, la cui riabilitazione avrebbe dovuto passare attraverso il dialogo con l’altro e il reinserimento nel tessuto sociale.

In quei luoghi, vere e proprie discariche della società al pari delle galere, venivano spesso rinchiusi anche i tossicodipendenti. I quali subivano gli stessi spietati trattamenti.

Non dimentichiamo, a tal proposito, che nella Torino di quegli anni operava, presso l’ospedale psichiatrico di Collegno, in qualità di vicedirettore, il famigerato dottor Giorgio Coda.

Il suo nome è legato ad una innumerevole serie di abusi e maltrattamenti terapeutici, su pazienti psichiatrici, alcolisti, tossicodipendenti, omosessuali e masturbatori. Che l’illustre luminare intendeva curare con scariche elettriche non solo alla testa, ma anche ai genitali, senza anestesia e senza gomma in bocca, provocando così la rottura dei denti.

Metodi che gli valsero il passaggio al disonore delle cronache col nomignolo “l’elettricista”.

Coda – alla cui ignobile vicenda medica e professionale fu dedicato anche il volume Portami su quello che canta. Processo ad uno psichiatra, scritto da Alberto Papuzzi – fu processato per maltrattamenti, con relativa condanna a cinque anni di detenzione, al pagamento delle spese processuali e all’interdizione dalla professione medica per cinque anni.

Violenze, morti e suicidi provocati dal “Protocollo Coda”, che non passarono inosservati in un contesto di lotta armata, come quello che si era venuto delineando in quegli anni in Italia.

Al punto che, il 2 dicembre 1977, quattro uomini dell’organizzazione armata Prima Linea, penetrarono nell’appartamento dove Coda teneva visite private – in via Casalis 39, nel quartiere “bene” di Cit Turin – e, dopo averlo sottoposto a un breve “processo” e averlo legato a un termosifone, gli spararono alle spalle e alle gambe. Infine, gli attaccarono un cartello con su scritto: «Le vittime del proletariato non perdonano i loro torturatori».

Ed è dunque in quel crogiolo culturale – tra l’approvazione della Legge Basaglia, non vista certo di buon occhio dalla maggioranza silenziosa e dalla borghesia reazionaria del nostro paese, terrorizzate dalla possibilità di ritrovarsi per strada, faccia a faccia, con quei disagiati, quei malati che preferivano tenere lontani dai loro suscettibili sguardi di gente perbene – e il vuoto politico di uno Stato che non sa e non vuole approntare mezzi e risorse adeguate per affrontare i problemi legati al disagio psichico e alle tossicodipendenze (spesso connesse tra loro) che nasce la comunità di San Patrignano.

La quale viene configurandosi, sin da subito, come l’ennesima discarica di una società che non desiderava e non desidera avere attorno a sé tossicodipendenti.

Affidandone non la cura, bensì la contenzione e soltanto in ultima istanza la “salvezza” mediante previa “redenzione”, all’Uomo Forte. Al Capo. Al Messaggero della Provvidenza.

Quel Vincenzo Muccioli che a San Patrignano era la Legge. Che aveva potere assoluto di vita o di morte. E i cui metodi non erano poi tanto diversi, come abbiamo detto, da quelli dello psichiatra torinese, Giorgio Coda. Eccettuato, chiaramente, l’elettroshock!

La riabilitazione purché sia, salvare una vita a qualunque prezzo, anche paradossalmente la morte – perché è il risultato ad avere valore, non la dimensione umana del soggetto – viene a configurarsi come una sorta di pragmatismo machiavellico ai limiti della ferocia, trasformandosi in un insensato accanimento terapeutico. Per giunta, perseguito con metodi crudeli.

Pratiche inaccettabili per uno Stato e una democrazia che vogliano dirsi evoluti.

Farsi la rota senza alcun sostegno medicinale, come ad esempio il metadone, e per di più incatenati, picchiati e sottoposti a sanzioni e punizioni morali e corporali, gettati in una gelida cella, è qualcosa di umanamente atroce.

Ho conosciuto gente che si sarebbe suicidata durante la disintossicazione intrapresa nel rassicurante ambiente domestico. Anche per chi scrive non è stato facile….

Figurarsi in quelle condizioni vessatorie e repressive. E infatti non sono mancati i tentativi di suicidio.

Come, d’altra parte, tantissimi sono stati i fallimenti di una simile, sconsiderata, violenta pratica disintossicante.

Fallimenti cui sono seguiti depressioni, buchi sempre più profondi, resa incondizionata alla roba. E morti. Tanti!

In conclusione, le comunità terapeutiche rappresentano il fallimento dello Stato, della collettività sociale, della famiglia e di tutte le strutture inerenti la società borghese.

Che affida al privato tout court o a quello che oggi si chiama privato sociale in convenzione, problemi serissimi di cui non vuole occuparsi.

Che non vuole accogliere, a dispetto di tutta la retorica umanitaria e democratica.

La tossicodipendenza e i tossici sono un drammatico grattacapo che è meglio scotomizzare e nascondere tra le pieghe di un sistema fallato e fallito.

Meglio affidarli a supposti uomini della Provvidenza, secondo la più classica cultura italica. Reazionaria, moralista, bigotta e punitiva!

Ma Muccioli e San Patrignano, lontani dall’essere un uomo e un luogo da santificare o rimpiangere, andrebbero dimenticati quali vergogne di un ordinamento sociale, economico e politico, incapace di dialogare con i propri figli, i propri giovani, e di comprenderne i fisiologici problemi di crescita.

Che anzi amplifica, esaltando individualismo, competizione, cultura del denaro, classismo e logica del più forte. Un ordinamento da cui fragilità, debolezza, sensibilità, sono espulsi.

Muccioli e SanPa sono pertanto tenebre con “luci” che, se ci sono state, chi scrive non ha mai visto.

Mentre, per tornare alla serie tv, è senz’altro da considerarsi come un discreto documento testimoniale di quell’Italia in cui si va in chiesa a battersi il petto, ma una volta fuori, se si incontra il dolore, lo si evita. Semmai sputandogli anche addosso.

Pertanto, se proprio si vuol veramente capire qualcosa di tossicodipendenza attraverso la fiction, molto meglio Amore tossico di Claudio Caligari o L’Imperatore di Roma di Nico D’Alessandria.

Film tosti, le cui immagini conficcate nella realtà, ti urlano contro come un cane che ringhia tra le ombre fameliche della strada.

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11 Commenti


  • pierluigi

    ho vissuto in quegli anni la questione come medico di base;al tempo con altri davamo la morfina settimanale ad alcuni secondo le presrizioni di legge;lo facevamo per porre un piccolo,minimo argine alle loro condizioni per impedire furtie arresti,eravamo in campo pochie sparuti ma decisi a chiedere la legalizzazione delle droghe come semplice fatto di impedire furti,ricatti,spacci….Ci siamo trovati contro il PCIdi allora tutto legalità e rispetto delle istituzioni…Un mio collega finì per sei mesi a passare le ferie in carcere a Roma perchè uno dei nostri come altri si scambiavano sul mercato le dosiQuesto era il clima ein questo clima che maturò l’AFFARE s.Patrignano sponsorizzato dalla Moratti ora in sanità alla Lombardia.ricordo bene che anche il figlio di Villaggio vi risiedette e tanti altri figli di RICCONI mentre la normale umanità veniva trattata con i metodi lager nazisti


  • Enzo

    Testimonianza molto sentita. Non l’avremmo avuta, credo, e comunque non avrebbe avuto questo pathos, senza la sollecitazione venuta dalla serie netflix. E chissà se e quando ci sarebbe stata l’occasione per raccomandare — specie ai giovani di oggi — i film di Caligari e D’Alessandro


  • Paolo Brunetti

    Una fotografia impietosa e necessaria . Grazie


  • Ivano

    Condivido appieno.Senza dilungarmi troppo su questioni che ancora mi bruciano,consiglio pure io la visione di “Amore Tossico”,che rimane un grande film,sull’argomento eroina.Di SanPa non dico nulla.Potrei essere frainteso.


  • anna

    Sottoscrivo integralmente.E’ una testimonianza che aderisce totalmente non solo ai vissuti di molti,ma anche a una analisi puntuale e precisa di quegli eventi.Una lettura del contesto che andrebbe inserita a corredo del documentario.


  • Giovanni Russo

    Un articolo scritto veramente bene,da uno che è evidente conosce il problema da dentro.Penso che solo chi ha questo tipo di vissuto possieda i mezzi per affrontare questo problema in modo efficace.


  • lorena

    buongiorno,
    ho letto il suo articolo, la sua riflessione praticamente per caso o meglio dire per curiosità di sapere e di avere altri sguardi, d’altra parte la ricerca di altri sguardi è il mio lavoro,
    sono Lorena, educatrice professionale e pedagogista, ho guardato in questi giorni la docu-serie su netflix e ovviamente ha aperto in me tante finestre, tante crepe da cui per forza di cose filtrano sia luci che ombre.
    ho apprezzato molto la sua riflessione ampia, che va ad indagare la dimensione, a mio parere l’unica, della struttura sistematica, in questo caso dell’assetto “comunitario” avvicinandola ad uno dei filosofi le cui riflessioni hanno guidato i miei studi Foucault.
    io non ho un passato da tossicodipendente, l’eroina però l’ho vista ed avuta in casa per tanti anni, anni in cui ero sola, giovane e fragile . so per certo che non capirò mai davvero fino infondo, so per certo che non è possibile, d’altra parte so per certo di avere ascoltato molti racconti sulla droga, sull’eroina, racconti poetici, densi di vita che odora di morte.
    l’odore è la cosa che ricordo, l’odore è rimasto nelle mie narici come qualcosa che ancora stride.
    sono stata nei Sert e la sua descrizione mi sembra fin troppo benevola, ma rende bene l’idea e chi ha orecchie per sentire ascolti.
    in merito alla serie, in me ha aperto la curiosità di approfondire, nuovamente determinate tematiche, e sicuramente il merito che posso trovarle è quello attraverso la scelta narrativa degli autori, di aprire a quesiti, a domande, a dubbi.
    per questo motivo credo sia efficace, deformazione professionale forse e fuor di tematica: tutto ciò che lascia aperto ad altro, è già qualcosa che merita, in un sistema sociale che tende a polarizzare e definire definendoci tutti in bianchi o neri, giusti o sbagliati, sani o malati, tutto ciò che consente o consetirebbe la sfocatura, seppure parziale, è certamente offerta di sguardo altro.
    neppure io entro nel merito della figura di Muccioli, il quale sicuramente è stato uomo dalla molte tenebre e dalla troppa luce riflessa; mi piace che l’argomentazione invece sosti in quella zona dove chi aveva questi riflettori di luce stava, e forse sta ancora oggi.
    a San Patrignano si contava chi entrava, durante tutta la narrazione filmica viene più volte fatto notare quanti “ospiti” ( una riflessione interessante si potrebbe fare intorno ai termini, alle parole che quotidianamente usiamo e che sono divenute nostre) entrano, arrivano, vengono accolti a braccia aperte da Muccioli, non si parla mai di chi ne è uscito…non si parla mai di chi si è ricostruito una vita fuori, perchè la vita fuori dalla comunità non era ipotizzata, non vi era idea di recupero, vi era idea di arruolamento alla causa. non si esce da SanPa, si scappa se si riesce, si muore se si riesce o si viene ammazzati nel silenzioso rumore mediatico dove vite non sono mai state considerate come tali.
    San Patrignano non è mai stato ponte, luogo di attraversamento nè di trasformazione; non ha mai avuto un pensiero che andasse oltre alla struttura verticale e gerarchica di potere, e questo non è un giudizio ma una analisi di sistema.
    se mai c’è stata Anima dentro a quel luogo, si è mascherata bene, se mai c’è stata Anima forse ha vissuto nelle singolarità non ascoltate e divenute massa in movimento dei suoi abitanti: noi, i ragazzi di SanPa.
    una cosa che colpisce infatti, o che ha colpito me sono le immagini di questa massa di giovani e meno giovani che si muoveva insieme, in maniera indistinta e sistematica dentro una dipendenza, forse più crudele e meno poetica dell’eroina, e mi assumo il peso di questo pensiero.
    quando muore Muccioli non si sa, non si dice, come per Dio rimane un mistero a cui credere ed affidarsi, di cui fidarsi o rinnegare: credenti o atei?
    E la tesi della polarizzazione di pensiero qui raggiunge il suo apice, tanto è che ancora oggi sui social in maniera frettolosa e superficiale, si è pro o contro, si rimpiange o si rinnega…
    invece ho trovato interessante la narrazione di Fabio Cantelli, non tanto per le cose che ha raccontato ma per la sua figura, il suo corpo smagrito, segnato, attraversato ma dignitoso e pensante, mi ha colpita, non sto a spiegarne la ragione.
    …vi è un crepa in ogni cosa ed è da lì che la luce entra ….e la crepa, la ferita, è importante tanto quanto lo è la necessità di luce è dentro il calice della ferita che la vita e la morte, che attraversa i nostri corpi sta, e ogni ferita merita di essere legittimata, ogni ferita deve poter sanguinare per essere curata.
    mi sono dilungata e credo di non avere detto tutto, ma d’altra parte ci sono cose che esistono e continuano ad esistere anche dentro il silenzio.
    grazie della sua riflessione è stata una bella lettura
    Lorena


  • Maria pia

    Un articolo che ristabilisce la verità, visto che i media stanno glorificando San Patrignano e il suo orribile padre padrone. Personalmente ho avuto fortuna perché una sola volta ho provato a farmi e mi sono sentita talmente male da non ripetere l’esperienza, per cui non ho conoscenze in materia, però ho sempre pensato che la dipendenza da una figura autoritaria e fascista come Muccioli fosse persino peggio della dipendenza dalla droga. In questa testimonianza ho trovato conferma.


  • germana

    in raltà i servizi pubblici per le dipendenza sono nati molto prima. già dal 75 solo che avevano una giungla di nomi . nati prima della riforma sanitaria la 833 a volte erano a titolarità comunale . la loro riorganizzazione è del 90 .
    Nel 1982 con i decreti aniasi si limitò la cura farmacologica al metadone.
    Ma non c’era solo MUccioli. Il COmune di Roma aveva aperto 2 comunità dopo le lotte delle mamme di primavalle e una ricca stagione di piazza con diverse occupazioni terminate con il riconoscimento delle strutture del privato sociale come ausiliari


  • Sandie

    Assolutamente d’accordo su Muccioli e SanPatrignano, che ho sempre considerato un posto infernale, una sorta di setta che cresce e si arricchisce grazie al lavoro non pagato di quelli che ci vivono e alle generose oggerte di genitori ricchi (molto apprezzati) che riescono finalmente a liberarsi del figlio incasinato. Una volta entrato poi, come in ogni setta, per una serie di motivi, difficilmente riuscivi a uscirne, e quelli che uscivano si trovavano persi come quando erano entrati. Sono stata eroinomane anch’io quindi so bene di cosa parlo. Una cosa però ti posso dire: non so nelle altre città, ma almeno a Roma i Sert (anzi, adesso si chiamano Serd) dal 2012 in poi, ma anche da prima, funzionano molto bene. Ci sono gli affidi, molti dottori e infermieri in gamba, alcuni davvero amorevoli e hanno una nuova mentalità rispetto al trattamento delle dipendenze. Il controllo del craving è prioritario e chi ha bisogno di quantità alte, per iniziare, le ottiene. I tagli sulla salute pubblica pre-covid ovviamente hanno lasciato il segno. Prima c’era l’infettivologa che andava nei Serd una o due volte al mese, poi l’hanno eliminata, solo per fare un esempio. Ma nonostante i tagli e adesso il covid, con tutte le difficoltà, i Serd funzionano molto meglio di altri presidi sanitari pubblici.


  • Michela

    Ritratto di famiglia con drogato
    • Ritratto di famiglia con drogato. La Repubblica Dieci Anni 1980. Torino, merc. 10 dicembre. ”Forza vecchia Muti, che qui ce la mettiamo tutta!”. La lettera viene da Israele, la scrive un ragazzo di quasi trent’anni a sua madre: la “vecchia” è una bellissima signora, elegante, buonissima famiglia, con tutte le conoscenze giuste; è laureata in psicopedagogia, milita in un partito di sinistra, ha partecipato a tutte le lotte contro la violenza manicomiale: tra loro non ci sono che vent’anni. Nove anni fa ha iniziato una guerra feroce e instancabile contro suo figlio, o meglio contro la volontà, altrettanto feroce e instancabile, di suo figlio, di vivere con la droga. Nove anni sono tanti, un tempo senza soste e senza confini, un vuoto interminabile, dove l’orrore ha spesso prevaricato sulla speranza, dove l’amore è stato spesso violentato dall’odio. In questo scontro disperato e cocciuto, la madre ha usato tutti i suoi privilegi: l’intelligenza e la forza di carattere, il denaro e il potere familiare, la fede politica e l’esperienza di lavoro, la cultura personale e l’amicizia di grandi psicoanalisti e psichiatri. «Ho troppa coscienza dei miei privilegi per tacere davanti alle mascalzonate che si stanno dicendo e facendo sulla pelle dei tossicodipendenti. Non mi importa la disapprovazione di quanti mi vorrebbero, secondo le loro analisi prefabbricate, madre stralunata di povero emarginato dalla società di merda, costretto a drogarsi dalla sofferenza perché la famiglia e il mondo sono cattivi. Naturalmente il figlio scellerato troverà i buoni operatori sociali, che gli danno il metadone (e se poi ci sarà anche l’eroina libera sarà una festa), così lui non dovrà diventare cattivo per procurarsela e saranno tutti felici e contenti». Sono in molti quelli che, come lei, pensano che si stiano commettendo molti errori, sono in molti a cercare inutilmente soluzione ai problemi sempre più tragici, loro e dei loro figli. Non pensa che una storia vera, come potrebbe raccontarla lei, avrebbe più forza di tutte le parole vuote e irreali, che pesano ormai da anni su questo dramma? “Va bene. Se può servire racconterò la mia esperienza, la nostra, mia e di mio figlio, questa lancinante, lunghissima disperazione. Giorni e giorni di orrore, nonostante potessimo contare su mezzi economici, sociali e culturali. Forse farà davvero riflettere, contro ogni conformismo criminale, chi prima o poi dovrà rendersi conto di qual è la realtà della tossicodipendenza”. Cosa vuol dire essere genitore di un drogato, o di un tossicomane, o di un tossicodipendente come si dice adesso, come se le parole cambiassero la sua condizione di assoluta infeficità? «Scrivano, scrivano tutti i libri che vogliono, ma nessuno, tranne chi ci è passato, può capire cosa si instaura tra i genitori e il figlio che si droga. Orrore, amore, paura, odio: lo odi perché tuo figlio sei tu, non puoi abbandonarlo e senti che lui ti porta a picco con sé. Lo odi perché lui ti odia ferocemente, ogni volta che ti frapponi fra lui e la droga. Lo odi perché non ti dà tregua, perché il tuo forsennato amore, il tuo bisogno di aiutarlo, pesano come una condanna senza scampo. Lo odi perché si degrada, perché ti fa dire cose terribili, ti fa fare cose che non avresti mai pensato di fare e sempre lo proteggí nonostante l’orrore che ti suscita per la sua estraneità e indifferenza. Per non vederlo in pericolo arriveresti a procurargli tu stessa la droga. Ti odi perché hai altri affetti, cui non riesci più a dare attenzione, lo odi perché vuole morire, ti odi perché non hai il coraggio di ucciderti per non lasciarlo. Ho sentito madri dire: «Piuttosto che continui così, è meglio che muoia». Erano madri amorosissime e io le ho capite. Soffrono come bestie, sia le madri che i padri, ma le madri sembrano reggere meglio la sofferenza perché hanno una sola fissazione: salvare comunque la vita del figlio. Il padre talvolta non sopporta il fallimento sociale perché è un ruolo sociale la paternità: spesso i padri crollano, evitano i figli, talvolta li cacciano oppure si ammalano, a più d’uno viene l’infarto. “Molti a un certo momento smettono di interessarsene, di lottare: non è vero che non li amano, non sono dei reprobi, sono solo persone in cui prevale lo spirito di conservazione. Se gettano la spugna è per sopravvivere, perché il rapporto con un figlio che si droga uccide. E’ un suicidio. Può essere uno dei due genitori a non reggere, per non crepare oppure per salvare qualcosa dal disastro. Ho conosciuto un padre umano, intelligente, degnissimo, che ha chiesto alla moglie di scegliere tra lui e l’altro figlio, e quello drogato, per non perdersi tutti. La madre ha scelto il figlio tossicomane, il padre se ne è andato con l’altro. Sono tornati quando la madre è rimasta sola: il ragazzo è partito, sta all’estero, lontano. Il padre gli manda denaro e lo va a trovare di tanto in tanto per essere sicuro che non ricominci, se no smette di mantenerlo. Ora è la madre che non si sente più di vederlo. Non si possono giudicare questi comportamenti, nessuno può farlo. Gli esperti, gli psicologi, i sociologi, sì, loro lo fanno, sanno tutto, loro. Ricordo quando sui “Quaderni piacentini” teorizzavano che il fumo non era assolutamente dannoso e che drogarsi poteva essere una esperienza interessante e creativa. Contrastarli voleva dire essere repressivi e fascisti. Proprio tra questi teorici della droga positiva, oggi c’è chi paga duramente, magari con il suicidio di un figlio drogato. “In realtà non sanno niente. E’ così facile dare la colpa ai genitori: sbagliano sempre, non capiscono mai; sono troppo rigidi, o troppo permissivi, troppo deboli o troppo forti. Eppure mio figlio un giorno mi ha detto ridendo: «A quelli là, noi gli raccontiamo quello che vogliono, quello che si aspettano da noi, le stesse cose che abbiamo letto sui loro libri, quello che scrivono di noi sui loro giornali: mia madre è possessiva, mio padre è repressivo, la società mi emargina!”. Sono diabolici, questi ragazzi, sanno tutto a memoria e per quanto malridotti, conservano una capacità di inganno stupefacente. Certo i cosiddetti esperti fanno in fretta: li vedono qualche ora al giorno, non li hanno addosso, sempre, non li aspettano svegli, ansiosi, tutta la notte. Il terapeuta non segue la degradazione, fa il suo lavoro, è pagato, è uno che a un certo momento smonta, ha la sua vita, le sue dolcezze. Ma i genitori ci stanno dentro e basta, sino a che resistono. Ne ho conosciuti di gran buona volontà, di questi terapeuti, che dopo aver provato una pietà infinita, dopo aver lavorato con tutto il bisogno di aiutare e tutto l’amore possibile, sono diventati durissimi, provano per questi ragazzi un fastidio irrefrenabile, hanno smesso quasi con violenza di occuparsene, sono diventati implacabilmente indifferenti, non reggendo alla delusione, alle menzogne, agli insuccessi. “Non si trova mai, in quello che dicono e scrivono gli esperti, qualcosa che possa davvero aiutare chi si droga o chi è legato d’amore ai drogati. Niente che parta dalla vera esperienza, dalla vera sofferenza, e neppure qualcosa di valido tecnicamente. Il loro approccio è sentenzioso, di facile psicologia, le analisi sono rozze, le risposte ai perché banalissime e una gran faciloneria assicura il lieto fine. Si fermano gioiosamente al risultato che magari un paziente è sei mesi che non si buca. Ma perché non aspettano un anno, due anni, a tirare le somme? Mio figlio non si drogava da quasi due anni e mezzo: mi sembrava una cosa straordinaria: chiesi conferma della vittoria a Franco Basaglia che mi rispose: “Beh, insomma, non so, penso che, forse, è come il cancro, bisogna almeno aspettare cinque anni”. Comunque per ora io non conosco nessuno che, se era dentro fino al collo, abbia smesso di drogarsi per un tempo sufficientemente lungo per dare la certezza che la sua esperienza sia finita”. Nove anni fa, nel 1971, l’eroina sul mercato italiano non c’è: c’è l’ideologia del fumo e anche la pratica dei buco con ogni tipo di roba. Questo ragazzo ha 20 anni, comincia allora; non sono ancora i tempi in cui si muore di droga a 14 anni, come la ragazza di Sassuolo nel settembre di quest’anno, in cui ci si fa il primo buco a 11 anni, come racconta qualche ragazza della comunità di San Patrignano. Chi è, allora, questo ragazzo della Torino per bene? Uno che ha fatto il ’68 in un liceo pubblico, uno del movimento studentesco, quando era divertente buttare gli ispettori dalla scele, uno che, come tanti, considerava una festa collettiva farsi caricare dalla polizia, girare coi bastoni, arrampicarsi sui monumenti per gettare sassi. Uno che non studiava mai, che era rimandato a settembre ma poi solo una volta bocciato, e agli esami di maturità subito promosso. Bello, benestante, estroverso, vitale, pieno di amici, rincorso dalle ragazze, amato dal padre, amato dalla madre, figlio unico, tutto per lui. “Non avrei mai potuto pensare che avrebbe fatto una scelta di morte. C’è una incredulità totale: di fronte alla droga gli altri si ma lui no, magari ha provato ma poi ha smesso, mica ha l’aria inebetita, al massimo fuma. Il momento in cui l’ho saputo, in cui la sua ragazza, un’attricetta d’avanguardia con le braccia livide di ecchimosi, mi ha detto, ne fa troppa, mi sembra lontano, quasi cancellato: ricordo soltanto la disperazione totale e l’improvvisa percezione di tutto quello che ci aspettava di orribile. Mio figlio era un drogato e la mia vita era finita». Allora i genitori democratici e benestanti, per non interferire nella autonomia dei figli, gli mettevano su il loro appartamentino e gli passavano lo stipendio perché imparassero ad amministrarsi, mentre andavano all’università. “Era il momento delle madri alla sbarra: io stessa, in preda alla psicologia, mi sentivo sempre, chissà perché, un’imputata. Il ragazzo era simpatico, intelligente, ma insopportabile. Farlo, non dico studiare, ma andare a scuola, era un’impresa, convivere, una battaglia. Le mie difficoltà a crescerlo mi avevano trasformato in un bersaglio per ogni tipo di consiglio. Aleggiavano le mie colpe: ero una madre giovane e attraente, separata, stavo per risposarmi, ero piena di interessi, avevo una mia attività. Sentivo intorno a me il rimprovero per il mio carattere forte: forse vivendo noi due insieme, soli, non gli era possibile responsabilizzarsi. Mi suggerirono di farlo vivere per conto suo, del resto aveva vent’anni e a quell’epoca lo facevano in molti. In tutti gli anni seguenti non ho fatto che pensare alle mie colpe: a quelle insinuate, a quelle che io mi attribuivo. Forse lo avevo avuto troppo giovane, non l’avevo allattato, non lo avevo desiderato abbastanza, non gli avevo dato la sicurezza necessaria, la forza che invece mia madre aveva dato a me. “Sapevo a memoria che niente è più dannoso dei genitori che tormentano i figli: eppure ogni volta che mi veniva il dubbio che avesse ricominciato, e purtroppo non sbagliavo mai, cercavo di frenarmi, e poi lo affrontavo: gli dicevo, scusami se sono noiosa, prendimi per una pazza e una malata, abbi pazienza, se io cerco di capire te, tu cerca di capire me, non pensare che non abbia fiducia in te ma ho bisogno di essere rassicurata, ho paura. E lui, talvolta comprensivo, talvolta irritato, sempre bugiardo, mi rispondeva, stai tranquilla, stai tranquilla. lo provavo a credergli, anche se tranquilla non ero mai. Da quando viveva solo, tendeva ad evitare più me che suo padre, che era un uomo dolcissimo, più facile da ingannare, mentre io ero più pericolosa perché sempre all’erta. Quando si faceva vedere poco, pensavo, è perché ha una ragazza, meno male, sta bene e io non devo essere la rompiballe castratrice”. Nella casa che gli avevamo arredato io non avevo mai messo piede, era come una scommessa perché tutti mi dicevano, vedrai che non resisti, invece io aspettavo che lui mi invitasse. Era un uomo, aveva i suoi amici, le ragazze, aveva diritto alla sua vita. Ma perché io come madre avevo solo colpe? Perché non dovevo dire mai niente, capire tutto, non oppormi mai, trovare tutto giusto, anche che non dava esami, che stava sempre a letto, o in giro la notte, che non gli veniva in mente, almeno, di lavorare?”. Questa estate, da Israele, il ragazzo, che ormai è un uomo ha scritto alla madre, con l’ironia delle parole da vecchio libro di scuola, per mitigare il suo amore: «A parte le polemiche che, come spero noterai, liquido subito e che sono il semplice e sensato rimprovero del contadino e non l’interminabile lagnanza del drogato, tengo a confermarti la mia piena stima e approvazione, soprattutto nell’atteggiamento che hai verso tuo figlio, che mi sembra sufficientemente materno, senza peraltro perdere in calibro critico. Una buona madre dunque, alla quale spero corrisponderà un buon figliolo». La madre dice che forse suo figlio non è morto perché sui consigli degli esperti ha sempre prevalso il suo istinto. Così un giorno, per un impulso irrefrenabile, improvvisamente, per la prima volta, va a casa di suo figlio. Ancora non sa che il ragazzo si droga e lo spettacolo che si trova davanti l’agghiaccia; non l’ha visto neppure nei più brutti film giovanilistici. La porta è aperta, in casa le persiane sono chiuse, è pieno giorno, dovunque ci sono corpi seminudi distesi per terra e addormentati, bottiglie sparse e rovesciate, l’aria piena di fumo denso. “Spalancai di colpo le finestre gridando: alzatevi, banda di drogati! Mio figlio, risvegliandosi, mi guardò con occhi intimoriti, avevo autorità su di lui. Allora credevo che con questa gente si potesse parlare, cercai di essere “dialettica”, come dicono loro: vi dite di sinistra e siete qui abbrutiti mentre la vera gente lavora, io vi proibisco di portare mai più le bandiere rosse perché le degradate. E ovviamente tutto quello che seppero dirmi fu «sei soltanto una borghese». Benissimo, e io vi mando tutti in galera, e siccome sono una borghese, mio figlio lo tiro fuori e voi ci restate”. Chi erano gli amici di suo figlio? Un gruppo di sbandati, guidati da un folle malauguratamente intelligente. Anche se allora c’era il mito dei giovani anche se ero amica dei ragazzi del ’68, se disprezzavo chi ce l’aveva coi capelloni, devo dire che quelli, li trovavo spaventosi. Infatti c’erano amici anche giovani che mi dicevano, guarda che tuo figlio sta con brutta gente, con quelli che in fondo al corteo cercano l’incidente, sta con i provocatori. Era un gruppo che si chiamava dei Consiliari, che già nel ’71 teorizzava il saccheggio, l’esproprio proletario, tipi anche paradossali, che dicevano, chi festeggia il primo maggio è un coglione perché non si può accettare la festa del lavoro. Li combattevo per la loro ideologia ma rifiutavo un giudizio classista e cercavo di spiegare alla donna che andava a pulire l’appartamento di mio figlio che non era importante che fossero sporchi e vestiti male. “Certo questi “rivoluzionari” mi mandavano in bestia perché erano villani con lei e perché ci chiamavano luridi borghesi mentre gli andava benissimo servirsi dello stipendio che passavamo a nostro figlio. Del gruppo lui era l’unico che disponesse di denaro: gli altri erano figli di artigiani, operai, sottoproletari, oppure erano stati sbattuti fuori dalle famiglie. Gli hanno portato via tutto, anche i calzini, anche le lenzuola. Ma noi chiudevamo gli occhi: questi fatti ci venivano barattati come scelte politiche. Cambiò tutto quando capimmo che si trattava di droga. “Si drogavano, quegli pseudorivoluzionari”. Prima di sapere con certezza che suo figlio si bucava, cosa le era sembrato strano? “Aveva continuamente incidenti d’auto, bocciava sempre, l’auto era sempre dal carrozziere. Ogni giorno prendeva multe. Aveva continui sbalzi d’umore. Quando litigavamo era di una durezza nuova, il suo distacco da noi mi feriva. E poi era tetro, scontroso, apatico, lui che era sempre stato così brillante; era diventato logorroico, cavilloso, voleva sempre spiegare tutto, era malinconico, spesso così noioso che una sera un gruppo di miei amici finirono per rifugiarsi ad uno ad uno in bagno, per non sentirlo. “Da quando avevamo avuto la certezza che si bucava, mio figlio sapeva di essere continuamente sotto controllo. Lui e la sua ragazza, che naturalmente mi avevano giurato di avere smesso, dovevano venire a pranzo da me tutti i giorni, quindi erano costretti ad avere cura di sè, ad alzarsi, lavarsi, stare attenti, controllarsi; una spia erano però i capelli sempre sporchi, il tremito delle mani. “Per sentirci più sicuri, lo mandammo a Roma da un amico psicoanalista democratico; poi fu Basaglia stesso a dirmi, guarda che non devi più lasciarlo solo, è sbagliato che viva per conto suo, trova il modo di farlo stare con te. Così fu fatto. Poi, per facilitare il rapporto terapeutico, ci rivolgemmo a un analista di Torino da cui nostro figlio aveva accettato di andare tre volte la settimana: simpatico, bravissimo, onestissimo, peccato che, fatta un’analisi a vista a me, con relativa diagnosi, madre ansiosa e iperprotettiva, non si sia accorto per mesi che mio figlio continuava imperterrito con la droga. Devo dire che in tutti gli anni in cui il ragazzo è stato in analisi, ho avuto colloqui anche con grandissimi psicoanalisti che sapevano tutto del suo passato, nessuno si è accorto che lui continuava. Questo le può spiegare l’incredibile capacità di menzogna, di inganno, di difesa, di chi si droga, e anche l’assoluta inutilità della psicoterapia coi tossicomani se non sono in ricovero”. Per sfuggire al vostro controllo, suo figlio aveva espresso il desiderio di cambiare vita? “Certo, tutti i drogati vogliono fare le stesse cose, quelle che si possono fare continuando a drogarsi. Così anche lui voleva andare a vivere in una comune agricola in Toscana, smettere Giurisprudenza e iscriversi a Lettere, ovviamente per diventare insegnante, e dedicarsi al lavoro manuale. Non ci importava che cambiasse facoltà (del resto se l’era scelta lui). Ma la comune no, perché sapevo come sarebbe finita. Lui voleva partire a tutti i costi, lottava contro di noi come una jena, io gridavo così forte che sentivo male in tutto il corpo per lo sforzo fisico, come se mi trafiggessero il torace con delle spade. Suo padre era così alterato che temevo morisse. Non abbiamo permesso che facesse quella scemenza, se no lo avremmo perduto. “Anni dopo, mi hanno raccontato che una volta, per provare l’effetto del cardiazol, era caduto a terra come morto e gli amici tanto affettuosi erano scappati come fanno sempre: ne è venuto fuori perché è forte come un bue. Un’altra volta ci aveva detto che andava in Germania per incontrare, naturalmente, compagni del movimento; invece se ne era andato in Olanda, dove l’avevano messo in prigione, e poi espulso, non per manifestazioni politiche come lui ci raccontò, ma per droga. «Ormai avevo capito che era necessario intervenire drasticamente, definitivamente. Usando il «loro» linguaggio, il linguaggio della “non repressione”, gli dissi che volevamo rispettare le sue scelte. Ma che questa scelta doveva essere totale: noi, per la nostra ideologia borghese non eravamo più disposti a dargli un soldo per la droga, e se non accettava di curarsi, neppure per vitto e alloggio facemmo una specie di ricatto: “Anche i tuoi amici non hanno denaro, non vorrai certo essere l’unico privilegiato, prendi la tua valigia e vai, fai la tua esperienza fino in fondo, oppure accetta le nostre proposte”. L’idea che se ne andasse lontano, dove non potevo proteggerlo, mi faceva perdere la ragione, e suo padre era più spaventato di me; ma contavo malgrado tutto sul suo legame con noi; e poi, più di una volta mi aveva detto, io non sono di quei coglioni che vanno a morire a Katmandu, perché poi tra l’altro questi tossicomani, con la mitologia della solidarietà e dell’amore, tra loro si disprezzano profondamente e si porterebbero via la camicia”. (continua)
    • Come aveva capito che suo figlio aveva ricominciato a bucarsi? “Era tornato da un concerto rock a Pavia in uno stato demenziale, aggressivo, intrattabile. Portava con sé una nuova ragazzina, di ottima famiglia, molto graziosa, una a cui mi affezionai, a cui avevo raccontato la mia sofferenza. Vivevano nel solito sporco disordine e lei, bella come un idolino indiano, non si vergognava di nulla, le andava bene che pulissi io il loro letto, perché io mi vergognavo della cameriera. Poi un giorno trovo una ricetta falsa, era di un medico che sapevo morto da anni. Li ho affrontati, ho affrontato mio figlio, che dapprima ha urlato, inveito, poi si è come malinconicamente acquietato. Ho notato sempre che quando arrivava al limite, e io intervenivo con violenza e l’avevo vinta, lui crollava; e dopo provava quasi una specie di sollievo, forse perché poteva finirla con la mascherata. Suo figlio allora scelse la disintossicazione? “Non credo che avesse intenzione di smettere davvero. Solamente, se non faceva quello che volevamo noi, si sarebbe trovato con le spalle al muro. E qui ritorna la mia angoscia per tutto quello che lo Stato non fa. Non si può nascondere la verità: il nostro strumento di forza, la nostra possibilità di coazione, ci veniva dalla classe sociale. Accettare la clinica, per mio figlio voleva dire non perdere tutto. Ma bisogna avere qualcosa da perdere: una casa, la sicurezza di un lavoro, un buon futuro, del denaro, una laurea. E quei genitori che possono offrire solo amore? E quando non riescono più neppure ad amare? I tossicomani vanno curati anche contro la loro volontà, e solo la legge può garantire loro l’assistenza”. Per la prima disintossicazione vi siete rivolti a una struttura pubblica? “Quale? Eravamo agli inizi del ’73 e non ci è neppure venuto in mente. D’altra parte il consiglio degli amici, tutti psichiatri democratici, fu: clinica svizzera. Scegliemmo la migliore e partimmo noi due; lui era affettuoso, contento, fu un bel viaggio, mi raccontò tutto, anche l’esperienza con Lsd. La clinica era bella, dentro un bel parco, con tanta gente tranquilla e ben vestita che passeggiava nei viali, medici molto gentili ed efficienti. Mi sembrava di essere nel salone delle feste del Titanic. Però da qui ci portano in un padiglione che ha l’aria invece della pensioncina svizzera, è la comunità dove ospitano i tossicomani, e subito mi sento gelare: le finestre non hanno maniglie, tutte le porte sono chiuse a chiave, per mio figlio c’è una stanzetta a due letti, senza bagno. Dico al medico: scusi, mio figlio non potrebbe stare nella parte più bella, sa, lui non è abituato a dormire con un estraneo. La risposta è fredda: «non mi sembra che essere stato allevato così gli abbia fatto molto bene. Del resto i drogati devono stare nel reparto chiuso, si adatterà, anche se adesso strepita: se vuole essere curato dovrà stare qui fino a quando noi lo riterremo opportuno, se no se lo riporti via!”. Mio figlio non voleva restare, era spaventatissimo, “riportami a casa, me ne andrò per conto mio, guarda che scapperò, preferisco finire in prigione che restare qui». Non so come, ebbi la forza di prendere un taxi per Zurigo e di lasciarlo: in uno stato di orrore più che di dolore. Io abbandonavo mio figlio in manicomio, come altre madri che fino ad allora avevo compatito e talvolta giudicato. E non dovevo cercarlo per almeno due settimane, perché lui mi avrebbe piegato, convinto a portarlo via. Passai quella notte al telefono a parlare con i grandi psichiatri miei amici; gridavo che quella disperazione io non la potevo reggere da sola, che se sbagliavo mi sarei uccisa, che la responsabilità dovevano prendersela anche loro. Erano quelli che aprivano i manicomi, eppure mi dissero: “Non c’è che questa soluzione, rinchiuderlo». Questa è la verità, ma nessuno la vuol dire, nessuno osa dirla». Allora una clinica così costava un milione al mese, andava bene per tossicomani con la famiglia ricca. Per i genitori disperati che vendevano tutto, per le madri che dopo l’ufficio andavano a lavare le scale, per i padri che cercavano lavoro anche notturno, per aiutare i figli non c’era niente. In quella clinica fu poi il ragazzo a voler restare quindici mesi: era in analisi, leggeva Gombrowicz, Borges e Gadda, faceva atelier di pittura, lavorava nei reparti come volontario, si era innamorato di una giovane signora nevrotica, studiava, veniva in Italia a dare gli esami, scriveva racconti. Si era ripreso, si trovava al sicuro, non gli veniva chiesto di confrontarsi con niente. Quindici mesi senza bucare, sono un bello spazio di tempo. Quando decide di uscire, suo padre non vuole che torni a Torino: lo manda in un’altra città, dove la famiglia lo sistema in un residence e gli trova un lavoro. “Credo che abbia ricominciato nell’inverno del 1975, dopo più di un anno dal suo ritorno. E perché? Perché veniva spesso a Torino e Torino ormai per lui era droga. Intanto era arrivata l’eroina, quanta se ne voleva. lo alla droga non volevo più pensare, ma lo vedevo di nuovo egoista, duro, distaccato, con una vita intellettuale così povera, con poco interesse per quello che succedeva attorno a lui, passava i fine settimana nella casa di collina di suo padre, che era ormai molto ammalato, ma lui, che pure lo amava tanto, non sembrava accorgersene. A Torino aveva un suo appartamento accanto al mio, così potevo tenerlo d’occhio. Stava con un giro di amici, ragazze e ragazzi, della borghesia torinese: certo il gruppo più schifoso con cui potesse mettersi, giovani ricchi, senza idee, che non facevano niente se non organizzare feste e girare come pazzi e frequentarsi tra idioti. Dove sono finiti? Alcuni hanno smesso: erano quelli che “sapevano amministrarsi”. In quell’ambiente ce ne sono. Altri sono stati mandati all’estero, dalle famiglie: un paio completamente suonati, qualcuno si è rimesso in sesto ma resta lontano, in Costarica, in Nigeria, in Venezuela”. I compagni di un tempo erano ragazzi più o meno politicizzati, spesso di famiglia proletaria, questi erano fannulloni di famiglia ricca. Quali, in casi così diversi, le colpe della famiglia o della società? “C’è una parola che vorrei vedere usata con un po’ di intelligenza, ed è «emarginazione». Certo, un ragazzo con molte povertà – di testa, di famiglia, di carattere, di denaro – se diventa tossicomane subisce delle conseguenze indubbiamente molto più pesanti. Ma del resto i poveri hanno sempre una vita più pesante, conseguenze più pesanti. Per esempio, si è mai visto un ricco ammalarsi di silicosi? Certamente sopravvivono alla droga più figli di ricchi che di poveri, perché i ricchi hanno i mezzi per tentare di curarli, mentre i poveri hanno a che fare con uno Stato incapace, che ripete, dopo anni, gli errori che altri paesi hanno già corretto. Però la scelta della droga non nasce dall’emarginazione: ho incontrato drogati disoccupati e con un ottimo lavoro, con la quinta elementare e due lauree, figli di separati e di genitori molto uniti, figli unici e altri con un buon numero di fratelli, con madri apprensive e madri equilibrate, con padri autoritari e padri dolcissimi. Molti ragazzi partono emarginati: ma ne ho visti cominciare che avevano denaro, protezione, futuro, tutte le possibilità. Quindi può anche darsi che l’emarginazione sia talora causa o piuttosto occasione per la tossicodipendenza; ma è vero soprattutto il contrario: è la tossicodipendenza che emargina. Quelli che avevano molto, finiscono col perdere tutto. Diventano insostenibili, intimoriscono, sgomentano, suscitano ribrezzo, e quindi vengono respinti. E’ molto facile indignarsi, chiedere che la collettività, le famiglie, si facciano carico: bisognerebbe provarli… “. Intanto, a ventisei anni, il ragazzo, che sta diventando uomo, si laurea: 108, ha discusso la tesi al di sotto delle sue possibilità. Poi da un’agenda che troverà più tardi, sua madre scopre che anche nei giorni precedenti aveva continuato con la droga. Dunque ci si può benissimo bucare e dare esami prendendo anche trenta, ci si può laureare. Però solo con la fatica, la lotta incessante dei genitori che gli stanno addosso, che non gli danno tregua, Ma a lavorare, invece, non si riesce più. Infatti quest’uomo al lavoro ci va più raramente e alla fine, con disperazione di tutti, si licenzia. Muore il padre d’infarto, lui diventa finanziariamente indipendente e va a vivere con una trentenne madre di una bambina di sei anni: la donna non si droga ma assisterà impassibile ai suo precipitare nel parossismo dell’eroina. Mettono su, naturalmente, un negozietto di roba vecchia e al sabato vanno a vendere al Balón”. In quegli anni si cominciava a distribuire il metadone; suo figlio lo aveva provato? “Si, e mi pare materia di riflessione per gli esperti. Mio figlio mi dice che va da un medico, a cui se voglio posso telefonare, da cui si fa dare il metadone per bocca a scalare, perché teme di ricascare con l’altra roba e vuole prepararsi bene per andare in vacanza con la sua donna, in un’isola dove sarà al sicuro e dove non può portarsi roba. Al telefono il medico mi tranquillizza, dice che mio figlio è molto a posto, non chiede mai più della dose fissata, una fiala e mezzo al giorno, da prendere per bocca, che ritira una volta la settimana. Molti mesi dopo, ho scoperto l’inganno tremendo, non so quanti medici così ci siano in giro: di fiale gliene dava trenta la settimana ed erano da iniettare. E mio figlio continuava lo stesso con l’eroina. Chissà perché anche adesso c’è questa idea sbagliata che dando il metadone smettano con l’eroina: semplicemente mischiano tutto, oppure danno le fiale di metadone in cambio della dose di eroina e non cambia niente. A meno che ci sia una vera volontà di uscirne, e in questi casi, davvero molto rari, ce la farebbero anche senza metadone. «Nel giugno del ’78, improvvisamente, il ministro Anselmi vieta la distribuzione di metadone: mio figlio mi dice di voler andare in clinica a Torino due o tre giorni per essere proprio a posto prima di partire. lo sono tranquilla, per una volta gli credo; d’altra parte, in Svizzera non aveva avuto crisi di astinenza. «Invece nella seconda notte gli comincia una crisi di una violenza intollerabile, arrivano a fargli anche cinque fiale di valium in vena, lo inzeppano di neurolettici, devono ricorrere alla morfina per calmarlo. Il medico mi dice: guarda che quando ne hanno presa tanta così è ben difficile tirarli fuori, mettici una pietra sopra; tipi come tuo figlio di solito non li curo neppure più. Riusciamo a trattenerlo in clinica perché lo devono operare d’urgenza, è quasi peritonite, e nella nuova debolezza, lui si acquieta. Chissà da quanto tempo aveva dolori, ma l’eroina non te li fa sentire, ti toglie anche questa difesa, di sentire il male». Dopo un mese esce e viene portato immediatamente in Svizzera: questa volta in una clinica ermeticamente chiusa, dove non è permessa nessuna visita, la lotta per convincerlo è così atroce e spietata che la madre è quasi sollevata da questa proibizione. «Tenetevelo e lasciatemi vivere, non ne posso più, non voglio più sentir niente, non me la sento di ricominciare». Invece si ricomincia: quando il figlio esce ha ben pochi soldi, ma gli zii buonissimi, tradizionali eppure comprensivi, gli trovano un lavoro. La madre tenta di seguirlo, lo vede a colazione quasi tutti i giorni nonostante lui viva con la donna di prima, che di fatto, pur non drogandosi, è la sua complice. “Era tornato con l’idea di non farlo più? Può darsi, Ma adesso so con certezza che quello che impedisce di smettere è il ritrovarsi nel proprio ambiente. Adesso so che chi è stato disintossicato, è un “convalescente” che deve ancora essere seguito: la cosa essenziale è che non torni nel maledetto “territorio”, forse conquista sociale per tante cose, ma pericolosissimo per chi deve smettere di bucarsi. La scelta di far ritornare un ragazzo nel suo mondo o di tentare di aiutarlo, come si sta facendo adesso col metadone, o con sporadici colloqui con terapeuti più o meno improvvisati, non è solo prova di ignoranza, è ormai una gravissima colpa. Perché chiunque si sia occupato profondamente del problema, senza demagogia, col vero desiderio di aiutare i ragazzi, sa questa semplice verità: devono essere tenuti il più lontano possibile dal loro mondo di prima: amici, gruppo, famiglia, abitudini, quartiere, sì, anche il tanto decantato quartiere. «Devono essere inseriti “obbligatoriamente” in una comunita o comune agricola o altro tipo di struttura, molto lontana, e restarci per molto tempo: un anno se si tratta del primo ricovero, due se è recidivo. Questo sarà il tempo del recupero, dell’amicizia e della dolcezza, dei rapporti affettivi, dell’appoggio psicoterapeutico reso finalmente possibile perché non invalidato da additivi chimici. Lo si può chiedere a qualsiasi psichiatra o psicoanalista di grande nome: non curano più drogati se non sono ricoverati in una struttura chiusa. Allora questo Aniasi, che ha detto di avere studiato il problema in un mese, a quali esperti si è rivolto per mettere su l’inutile, dannosa catena dei centri per la distribuzione del metadone o della morfina? Tutti noi che ci siamo passati, che ci passiamo, conosciamo l’imbecillità di quelli che si definiscono esperti, la pateticità criminale di chi non sa non capisce e parla e agisce per sentito dire; conosciamo la leggerezza e il pressappochismo demagogico di quei gruppi politici che si dicono libertari, che vorrebbero liberalizzare tutto, appunto anche la morte, e hanno già fatto danni irrimediabili”. Allora lei approva le comunità coatte svedesi, oppure comunità come quella di San Patrignano, dove si legavano i ragazzi che volevano andarsene. «Io credo che per tentare di salvare il tossicomane non ci sia altra strada che obbligarlo. Dopo una permissività nefasta, proprio la Svezia, dove la libertà dell’individuo è sacra, ha dovuto scegliere questa durissima strada che permette allo Stato di costringere il ricovero per tre anni, in comunità lontanissime da Stoccolma, i giovani anche non minorenni. San Patrignano è stato definito «lager» in totale ignoranza o in malafede. Certo è una comunità dove sono stati commessi degli errori, dove non c’è un controllo ufficiale. Ma i ragazzi ci vanno con le loro gambe, e rappresenta forse in Italia l’unico tentativo di affrontare la tossicodipendenza in modo diverso da quello istituzionalizzato o da quello delle comunità aperte a un via vai di sbrindelIoni e di improvvisatori”. Per tutto il ’79 il figlio va tre volte in clinica: adesso si buca anche con la cocaina, una sostanza che, iniettata in vena, porta a delirio persecutorio. C’è una sera bestiale in cui lui scappa con la sua macchina, terrorizzato perché si sente inseguito, tanto che a un certo punto si ferma, pianta l’auto in mezzo alla strada, fugge abbandonando il cappotto anche se nevica, vaga per la città fino all’alba. Ma intanto nella clinica svizzera diventano sempre più villani, dicono che non c’è posto, hanno tanta gente che vuole andarci che possono permettersi di scartare i tipi recidivi, più fastidiosi: sono quasi a livello di quelli che spacciano, che prima sono tutti carini, poi, quando si sono fatti il cliente, fanno i preziosi, tanto sanno che di loro non si può fare a meno. Con quest’uomo ce l’hanno perché si “comporta male”, perché riesce a entrare in clinica con la droga, una scorta nel dentifricio, nella lozione dei capelli, nelle stecche di sigarette. «Con il drogato le parole non servono mai, tra te e chi si droga c’è un muro che nessuna parola infrange, è come se uno potesse guarire il cancro con le parole. Quando gli parli, qualsiasi cosa tu dica è inutile: inutile fare appello ai sentimenti, agli affetti, piangere, gridare, maledirlo, rinfacciargli la malattia del padre, dirgli che si vorrebbe vederlo morto. Lui sta li quieto, con quella dolcezza che hanno tutti i drogati, e che è data solo dagli additivi di cui sono pieni, perché se no sanno essere belve, e tu capisci che lui sta pensando, appena questa rompiballe smette vado a drogarmi. Quello che ti uccide è non solo vedere tuo figlio distruggersi fisicamente, ma anche vedere che muore intellettualmente, spiritualmente, che per lui non esiste più qualcosa che, non si deve fare”, che non ha più nessuna moralità. Anche l’amore i drogati non sanno cos’è: c’è tutta la menzogna del gruppo e dello stare insieme: ma la droga e una esperienza solo individuale, solitaria, gli altri con cui stanno, anche la loro donna, sono solo dei complici, da abbandonare se non servono più. Un drogato non ha un vero rapporto con nessuno. «Ogni giorno si legge che ne è morto uno, fulminato da roba cattiva, e allora è certo un povero, perché a chi ha i soldi gli danno solo roba buonissima; oppure per overdose, e allora semplicemente è uno che era andato a disintossicarsi, appena uscito, ha fatto la dose forte di prima, ed essendo pulito non l’ha retta. Le famose statistiche non tengono conto di quelli che si schiantano con la macchina o la moto, di quelli pestati perché non pagano, di quelli ammazzati perché hanno fatto una soffiata, di quelli andati sotto una macchina mentre scappavano dai loro terrori, di quelli che si spengono per denutrizione, deperimento organico, fegato in pezzi, epatite virale, di qualunque altra malattia, per esempio la peritonite, perché la droga toglie la percezione di qualunque dolore, elimina la spia che avverte che qualcosa si è inceppato nel corpo, di quelli che non resistono più alla loro degradazione e non hanno più speranza di uscirne e si suicidano». La commissione Sanità della Camera sta discutendo la riforma della legge 685 sugli stupefacenti. Come persona che ha lottato nove anni contro la droga e che ha partecipato a tutte le battaglie contro la violenza manicomiale, ha qualcosa da dire? «lo credo a una legge che sancisca il dovere, piu che il diritto, dello Stato di curare il drogato anche contro la sua volontà, che gli imponga il ricovero, cura e soggiorno in comunità terapeutiche. Il tossicomane è un potenziale suicida e non mi risulta che venga considerato un oppressore colui che si getta in acqua per salvare uno che sta annegando, e tanto meno un medico che presta soccorso a chi si è avvelenato. Lo Stato è sempre stato un nemico del tossicodipendente: era un nemico prima, quando lo buttava in galera per una sigaretta d’erba, e non erano certo i figli dei ricchi ad andarci. Nei primi anni, mi ricordo c’erano genitori, non ricchi, che in buona fede, disperati, denunciavano i figli sperando che in galera li avrebbero curati, aiutati. Ormai hanno imparato la lezione “adesso sanno che in prigione non li aiuta nessuno li riempiono di botte, trovano tutta la droga che vogliono pur che si associno alle bande mafiose, si impiccano in crisi di astinenza, vengono uccisi a calci dai secondini o lasciati morire soli come cani. E anche oggi lo Stato è un nemico, perché non esiste nessuna arma legale per aiutare i tossicodipendenti: il ricovero coatto è ormai impossibile, ci vogliono due certificati, uno del medico generico, uno di uno psichiatra e il consenso dell’ufficiale sanitario. Un medico mi ha detto: ammesso che i genitori riescano a ottenere tutto questo, noi li teniamo cinque giorni e poi li sbattiamo fuori e ricominciano da capo; in più vengono qui spesso, anche per quei cinque giorni, con la loro dose, magari nascosta nei bei capelli ricciuti”. Per quanto riguarda le condanne, lei è d’accordo sulla non punibilità del tossicodipendente? “Io penso che il consumatore deve essere messo al sicuro dallo spacciatore. Non in carcere quindi, come già, per fortuna, sostiene la legge. Tuttavia, qual è il confine tra consumatore e spacciatore? Ogni consumatore è potenzialmente uno spacciatore. I ragazzi col denaro non devono spacciare per procurarsi la dose, ma siccome ne comprano tanta, fanno proselitismo, spacciano anche loro. I poveri sono costretti ad essere spacciatori, magari di una sola dose per volta. Ma quante di quelle dosi alla volta spacciano in un giorno? Conoscevo un ragazzo, studente di ingegneria, che era, come si dice, piccolo spacciatore: però già che c’era si faceva la moto, si pagava l’università, insomma ci viveva. Certo non era il bieco miliardario, ma chi ci arriva a quelli? Se per il consumatore, che è quasi sempre anche quello che viene definito un piccolo spacciatore, ci fosse l’obbligo del ricovero e dell’allontanamento, non credo che avrebbero il coraggio di sostituirli, gli spacciatori importanti”. Adesso suo figlio è in Israele. Come mai? “Dopo l’ultima, disperata disintossicazione in clinica, era chiaro che qui non poteva più restare. Abbiamo pensato ai paesi dove la droga non c’è, paesi in cui, in modo diverso, c’è repressione. Ho guardato dapprima all’Unione Sovietica, ma ho avuto paura di non vederlo più; ho scartato la Cina, anche se è il paese dove in vent’anni hanno eliminato l’oppio, perché troppo lontana; a Cuba, gli stranieri per più di venti giorni non li vogliono. Restava Israele, con i suoi kibbutz: il che va benissimo, perché chi ha smesso di drogarsi ha molto bisogno delle regole di una comunità cui riferirsi. “Mio figlio ha accettato; siamo partiti in aprile ed è stato un momento di grande disperazione. Trascinavo con me un uomo stanco, appannato, senza forza, senza interessi; lui che con me era sempre stato petulante, combattivo, comunque irruento, adesso faceva tutto senza discutere, con una lentezza esasperante, pieno di difficoltà. Era così a terra che gli davo degli antidepressivi, ed io ero così infelice che ho pensato, proprio là, in Israele, dopo nove anni di guerra, di gettare la spugna. Se doveva vivere così era inutile. Avevo lottato per la sua felicità, ma se quella disperazione era il risultato di tutta la mia lotta, allora era meglio non ostacolarlo più, lasciarlo finire come gli piaceva. “Sono partita e lui è rimasto in un kibbutz con regole molto rigide, lavorava in una fabbrichetta dalla mattina alle quattro sino a mezzogiorno, un posto dove se ti trovano con la droga ti mandano via subito, ti rispediscono nel tuo paese, perché lì hanno una forte tensione ideale, hanno bisogno che i loro giovani lavorino, e con la droga sono molto severi, dicono: «la droga è un crimine». «Ha cominciato a scrivermi lettere bellissime; a chiedermi libri, Canetti, Conrad, Joyce, qualche latino: è riuscito ad andare a lavorare in campagna ha girato per il paese, ripreso il gusto dell’amicizia, la curiosità per le persone, i flirt con le ragazze. In settembre sono andata a trovarlo, stava molto meglio, ha detto che vuole restare là, si è trasferito a Gerusalemme. Vive con una ragazza intelligente e bella, studia l’ebraico. Mi ha scritto: “Mi è molto difficile darti un quadro di ciò che penso e sento, tutto pare mosso da lievi ticchettii che spostano il mio pensiero ora al di qua, ora al di là della soglia del selvaggio. Cosa farò? Chi sarò? Mah, devo ancora pensarci e ripensarci. Per ora vivo duramente, ma tutto sommato non malissimo. Quanto ai problemi che mi hanno portato qui, mi sembrano così lontani e così estranei che non potrei parlarne con la competenza di chi li ha vissuti. Rimozione? Rifiuto della realtà? Chissà, tutto mi sembra materia di studio per sociologi e psicoanalisti, non per me, stranito letterato a tempo perso, contadino a tempo pieno». E’ una storia a fieto fine? «Come si fa a dirlo? Eppure io spero. Non deve tornare in Italia per molto, molto tempo. Certo, il nostro «fulgore» se ne è andato, se ne sono andate tutte le mie sicurezze. Lui, dopo questa lunghissima esperienza, è un’altra persona, noi tutti siamo altre persone. Magari migliori, soprattutto lui penso possa diventare un uomo migliore. Certo diverso da quell’adoIescente curioso e felice che si vede in quelle fotografie circondato dai suoi cani: con quello sguardo brillante, come di attesa per la vita bellissima che si aspettava, che tutti noi aspettavamo per lui”. Natalia Aspesi

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