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Movimento per la decrescita e prevenzione della criminalità

Le economie di mercato, per riprodursi strutturalmente e culturalmente, sono costrette a innovare, espandersi, accelerare e crescere. Questo incessante dinamismo altera la nostra posizione nel mondo, le caratteristiche del nostro corpo, le disposizioni mentali e il rapporto che stabiliamo con lo spazio e il tempo. Il movimento per la decrescita propone l’abbandono di questo dinamismo e rigetta le dottrine economiche prevalenti che ruotano intorno ai rapporti tra umani, anziché alle interazioni tra questi ultimi e il mondo naturale.
L’accelerazione economica, in quanto compulsione senza scopo e limite, provoca crisi ambientali, sociali e psicologiche, rendendo miserevoli i legami con la natura, al pari di quelli tra esseri umani e non umani. Riparare questi legami immiseriti è tra gli obiettivi di una ‘sociologia della vita buona’, anche patrocinata dall’azione e dal pensiero della decrescita.
In una versione contemporanea di questo concetto aristotelico, ‘la vita buona’ viene misurata attraverso la qualità dei rapporti che ci legano al mondo, la quantità di quei fili vibranti che connettono i nostri bisogni a quelli degli altri e la risonanza (H. Rosa, 2019) tra le nostre azioni e l’ambiente che ci consente di coesistere e che impone, a sua volta, di continuare ad esistere.
La criminologia, in particolare la sua variante ‘verde’, ha da tempo affrontato questi temi, del resto anche esaminati da studiosi della criminalità organizzata e dei potenti (N. South, A. Brisman, 2013; R. Sollund, 2015).
Tuttavia, accogliendo le argomentazioni e le strategie del movimento per la decrescita, come vedremo, la conoscenza criminologica in generale può arricchirsi di nozioni cruciali per l’elaborazione di politiche preventive.
Le pagine che seguono intraprendono un breve viaggio preliminare nel pensiero di Marx e Weber in tema di ambiente e sviluppo economico, per poi riassumere la storia del movimento per la decrescita e le sue proposizioni.
Comparando queste ultime con alcune nozioni cardinali del pensiero criminologico si scoprono interessanti convergenze. È ottimistico pensare che anche la criminologia possa concepire un’idea di ‘vita buona’?

Economie naturali e crepe metaboliche

L’analisi marxista della crescita economica può lasciare disorientati. Gli scritti di Marx contengono pagine laudatorie per la missione degli inglesi in India, che allo stesso tempo distrugge e rigenera il paese. Pur descrivendo i colonialisti come ipocriti e repellenti, Karl Marx ammira la dissoluzione dei rapporti sociali tradizionali da loro provocati, dissoluzione che dà il via a quella che considera la prima vera rivoluzione che l’Asia abbia mai conosciuto.

Lo sviluppo economico innescato dagli inglesi, in breve, viene interpretato come atto di demolizione di un’economia di sussistenza che ha consentito «a comunità semi-barbare e semi-civilizzate di sopravvivere per secoli» (K. Marx, 1960, 61).

Quei villaggi idillici, argomenta Marx, forniscono le basi solide al dispotismo orientale, abitati come sono da persone docili e prone alla superstizione, spoglie di ogni energia trasformativa. «Non bisogna dimenticare che queste comunità erano contaminate dalla schiavitù e dalle divisioni di casta, alimentavano un culto degradante della natura, come dimostra l’adorazione da parte degli umani, signori della natura, di una scimmia o una mucca» (ivi).

La crescita viene elogiata in quanto attività dell’ingegno umano, creatrice di una classe lavoratrice industriale che è destinata a guidare l’ultima, fatidica rivoluzione sociale. Marx e Engels (1952) rimarcano anche che la natura è stata benevolmente sconvolta dall’industria moderna, ponendo fine così a quell’ammirazione infantile per la terra e per l’indolenza che caratterizza le economie rurali.

È il loro un attacco aspro contro quel «sentimentalismo reazionario rivolto alla natura che intende ristabilire reazioni gerarchiche di tipo feudale» (J.B. Foster, 2000, 125).

Nei Manoscritti economici e filosofici del 1844 troviamo argomentazioni diametralmente opposte. Qui, Marx elabora il concetto di alienazione, sottolineando lo straniamento dei lavoratori l’uno dall’altro, dalla propria attività produttiva, dal processo industriale e, infine, dalla natura. Gli umani vivono grazie alla natura, nel senso che la natura è nei loro corpi, e con questa «devono ingaggiare un dialogo continuo per non morire. Dire che la vita umana fisica e mentale è legata alla natura vuol dire semplicemente che la natura è legata a se stessa, in quanto gli umani ne sono parte»1 (K. Marx, 1974, 328).

Marx indugia sul naturalismo degli umani e sull’umanismo della natura, mentre inveisce contro la prostituzione universale del lavoro e contro i fumi che soffocano le grandi città, dove la materia morta in forma di danaro domina sui bisogni e il benessere collettivi.

La sua analisi ruota intorno al concetto di metabolismo, segnatamente lo scambio materiale che promuove la crescita biologica e il suo declino. Il processo lavorativo viene descritto come forma di regolazione e controllo dell’ambiente, ma tale processo incontra una crepa irreparabile. Si tratta di una frattura metabolica che si osserva nei rapporti tra città e campagna, tra esseri umani e la terra che li nutre, e si manifesta in crescente degrado ecologico.

Nel terzo volume de Il Capitale, ai grandi proprietari terrieri viene imputato il delitto di allontanare i contadini dalla campagna e spingerli verso le manifatture, «producendo le condizioni che provocano una irreparabile rottura nel metabolismo prescritto dalle leggi della vita stessa» (K. Marx, 1976, 949-950).

L’attività lavorativa e la terra, vale a dire le fonti originarie di ogni ricchezza, vengono simultaneamente derubate. Viene persino sottolineata l’alienazione dei pesci. «Il pesce d’acqua dolce trova la sua esistenza nei fiumi. Ma i fiumi cessano di alimentare l’esistenza dei pesci non appena vengono asserviti all’industria» (K. Marx, F. Engels, 1975, 58).

Si possono ravvisare dei limiti nell’analisi di Marx e Engels dedicata allo sviluppo delle forze produttive, oppure si può considerare la loro critica ecologica del capitalismo come tuttora significativa. Si può infine ritenere incompleto o datato il loro esame degli aspetti ambientali dello sviluppo, e tuttavia accettarlo come punto d’avvio per analisi contemporanee (M. Lowy, 2017).

Max Weber intravede un elemento di irrazionalità sostantiva nell’ordine economico, determinato dai tentativi di inseguire profitti speculativi di breve termine, descritti come ‘interessi d’azzardo’ (M. Weber, 1978, 40).

Troviamo una nozione di ‘limite’ nel suo evidenziare la frizione tra meccanismi di sviluppo e aspetti umani e naturali della vita collettiva. Weber vede gli esseri sociali come creature abitudinarie, talmente motivate dagli interessi materiali e ideali da aggirare le regole etiche e le norme legali.

Nella sua analisi, i mercati sono antitetici alle altre comunità in quanto scevri da sentimenti, strutturalmente incapaci di promuovere solidarietà. L’attività abitudinaria che si svolge nei mercati porta a sacralizzare l’egoismo e trascurare le conseguenze dell’iniziativa economica nel suo complesso.

Weber mette in risalto i limiti naturali della produzione quando descrive la forza irresistibile delle macchine, che segnano le vite umane finché non viene bruciato l’ultimo grammo di combustibile fossile (M. Weber, 1930). Nella sua opinione, l’estratto conto delle risorse naturali ricopre importanza cruciale nella storia dello sviluppo umano (M. Weber, 1978; J.B. Foster, 1999).

Discutendo di sviluppo alternativo, Weber menziona il termine oikos riferendolo a un tipo di economia naturale in cui chi vi partecipa offre servizi prestabiliti che soddisfano i bisogni materiali di tutti. In una simile economia i beni prodotti e i servizi erogati non accedono al mercato ma mirano all’autosufficienza della comunità.

È vero, l’oikos può designare attività lavorativa prestata a signorie feudali, ma coincide anche con modelli moderni di cooperazione «gestiti su base democratica diretta» (M. Weber, 1978, 720).

Insomma, Marx e Weber non possono essere accusati di adottare una forma di eccezionalismo antropologico (T. Spapens, R. White, D. van Uhm, W. Huisman, 2018), secondo cui gli esseri umani, sostenuti da tecnologie sempre più sofisticate e potenti, sono esenti da influenze e restrizioni al cospetto dell’ambiente (J.B Foster, H. Hollemann, 2012).

In questo senso, Marx e Weber, possono figurare come buoni antesignani, o almeno genitori adottivi, del movimento per la decrescita.

Superficie e profondità

Il dibattito sulla decrescita emerge in Francia, Italia e Spagna negli anni Settanta, nel corso di campagne per la difesa dell’ambiente contro la costruzione di centrali nucleari, o di nuove linee ferroviarie che perforano i monti e strade che distruggono le campagne. Quando il lavoro di Serge Latouche comincia a circolare, perciò, l’idea di decrescita può già contare sul sostegno di movimenti sociali pronti a incorporarne i principi.

Latouche (1986; 1993; 1996; 2005; 2010) mette in discussione il sistema di valori che accompagna lo sviluppo annunciando i principi di quella che definisce anti-economia.

Traccia i contorni di una ‘società del dopo crescita’ mentre critica l’arroganza dell’Occidente nell’imporre le proprie dottrine ai paesi in via di sviluppo.

Fissa ipoteticamente le tappe di un processo ‘sereno’ che porterà alla decrescita. Nel 2005 colloca le sue proposte ‘eretiche’ sullo sfondo di una cornice teorica, analizzando simultaneamente come l’economia (e il pensiero economico) siano delle pure ‘invenzioni’.

Il pensiero di Latouche fa da eco al dibattito che anima i due campi che possono definirsi rispettivamente come ambientalismo (di superficie) ed ecologismo (di profondità) (V. Ruggiero, 2001). Secondo Dobson (1995), l’ambientalismo invoca un approccio manageriale con la convinzione che i problemi dell’ambiente possano essere risolti senza cambiamenti fondamentali nei valori dominanti e nel modo di produrre e consumare.

L’ecologismo, al contrario, adotta un punto di vista olistico, per cui «le persone sono collegate le une alle altre e sono connesse con tutto ciò che le circonda – sono parte del flusso di energia, del reticolo della vita» (C. Palmer, 1997, 16).

Questo dibattito, che in una certa misura si ripropone ancora oggi, lascia intravedere una nozione di ‘soglia catastrofica’ associata all’utilità o meno di effettuare scelte rischiose. La percezione di rischio e catastrofe non si basa esclusivamente sul calcolo scientificamente condiviso, ma è anche prodotto della soggettività. In altre parole, le questioni ambientali diventano ‘politicizzate’ in quanto le società non corrono più rischi per conseguire il necessario, ma per produrre il superfluo (N. Luhmann, 1996).

La politicizzazione, a sua volta, fa in modo che la soglia catastrofica venga collocata uniformemente ai vantaggi che ognuno può maturare dalla condotta rischiosa. Chi percepisce che il rischio porterà vantaggi soltanto agli altri e non a sé sposterà adeguatamente quella soglia. Ogni percezione, insomma, dipende dalla capacità individuale di effettuare delle scelte: alcune persone scelgono mentre altre possono finire per pagarne le conseguenze.

Il dibattito contemporaneo vede contrapposte crescita verde e decrescita. I fautori della prima, tra le altre cose, invocano un aumento dell’ordine del 15,2% relativo alla quota di investimenti destinati ad energie rinnovabili (Labour Party, 2019). Una simile manovra, si sostiene, separerebbe la crescita economica dal consumo di combustibile fossile.

I sostenitori della decrescita, invece, temono che questa separazione potrebbe incoraggiare la crescente delega (esternalizzazione) dell’attività produttiva verso le economie emergenti. Con il risultato che i paesi avanzati godranno dei profitti generati e quelli in via di sviluppo verranno stigmatizzati per le emissioni inquinanti prodotte (M. Burton, P. Somerville, 2019).

Inoltre, l’attuale volume di produzione-consumo, viene argomentato, richiede l’utilizzo di materiali sempre meno reperibili, la cui estrazione è distruttiva degli ecosistemi e degli esseri viventi. La riduzione radicale delle emissioni, insomma, richiede «una economia globale sensibilmente più ridotta in termini materiali» (ivi, 100).

Il lavoro di Latouche (2005) relativo all’invenzione dell’economia colloca l’autore nell’area popolata da studiosi che si occupano di archeologia delle scienze umane (M. Foucault, 1994), di come queste scienze reclamano una origine naturale (M. Schabas, 2007), o di come attribuiscono una ‘nobiltà calma’ all’attività economica (A. Hirschman, 1977).

Questi studiosi sono legati dall’interesse per la critica della storia dell’economia (in quanto area di sapere), dei suoi tentativi di presentarsi come scienza (V. Ruggiero, 2013) e della sua evoluzione in una enclave professionale inaccessibile alle persone comuni (G. Kallis et al., 2018).

Latouche è stato forse influenzato da utopisti quali Thomas More (1997), che intravedeva una cospirazione da parte dei benestanti impegnati a tenere stretti i propri immeritati privilegi. Fonte di ispirazione è forse anche Galbraith (1987, 2-3), il quale elegantemente suggerisce: “Quasi sempre nella storia economica, la maggioranza delle persone è povera e una stretta minoranza ricca. Di conseguenza, vi è sempre stato il bisogno impellente di spiegare come mai questo si verifichi e per quale motivo, ahimè, è necessario che così sia“.

Come si è visto, il movimento per la decrescita guarda con scetticismo alle ‘leggi’ economiche, in quanto preoccupate principalmente dei rapporti tra umani anziché dei rapporti tra questi ultimi e il loro mondo naturale (H. Buck, 2019). La presunta superiorità degli umani, va detto, riflette le gerarchie che si riscontrano nelle società.

Ma è vero anche il contrario: la presunta superiorità di alcuni esseri umani riflette il carattere gerarchico che essi stabiliscono con la natura (M. Bookchin, 1980, H. Daly, 2014). Il movimento per la decrescita aderisce a questa linea di pensiero quando critica la crescita verde per la sua indifferenza verso i programmi di riorganizzazione radicale che la sostenibilità richiederebbe.

Crescita senza prosperità

La critica rivolta alla crescita e ai suoi indicatori ufficiali comporta anche l’abbandono della nozione di utilità, comunemente riferita alla soddisfazione dei desideri individuali e al benessere computato attraverso il reddito e il consumo. La «mania per la crescita», come osserva Sen (2015, XLIII), «rende lo sviluppo un valore in sé piuttosto che un valore legato alle opportunità di vita che genera».

La prospettiva detta dello ‘sviluppo umano’, in risposta, rimuove l’enfasi dalla produzione di oggetti inanimati collocandola sulla qualità e la ricchezza delle vite umane. Amartya Sen invoca l’abbattimento di ogni ostacolo che impone limiti all’esistenza umana e ne impedisce il fiorire.

La crescita, insomma, merita questo nome solo se asseconda lo sviluppo qualitativo delle vite umane.
In un approccio più radicale, la sfida contro la crescita adotta lo slogan ‘basta: è troppo’. «Sostenere che lo scopo della vita consiste nell’accumulare sempre più danaro è come dire che lo scopo dell’alimentazione consiste nel diventare sempre più grassi» (R. Skidelsky, E. Skidelsky, 2012, 5).

La prosperità di un paese, si asserisce, non va giudicata dall’ammontare di soldi a disposizione di un certo numero di individui, ma va associata alla giusta distribuzione della ricchezza, alla qualità delle interazioni sociali, alla vitalità civica e politica, alla capacità di tutte e tutti di ‘funzionare’, di effettuare scelte e controllarne l’esito (M. Nussbaum, A. Sen, 1993).

La crescita come ossessione sopprime ogni possibilità di scelta. Le centrali elettriche generano metalli pesanti e danneggiano persone, animali e vegetazione; gli allevamenti intensivi producono più rifiuti di una popolazione intera; la deforestazione causa distruzione di biodiversità, e così via.

Queste esternalità ambientali, per evitare che il prezzo di quanto si produce sia troppo elevato, non sono incluse nei costi di produzione. Siamo di fronte perciò a dei ‘sussidi passivi’: acquistiamo dei beni e dei servizi la cui produzione viene sostenuta da tutti coloro che si ammalano o muoiono (J. Scorse, 2010).

I sussidi passivi non entrano nel computo della crescita economica, la quale invece guarda all’incremento del valore complessivo dei beni e servizi prodotti e scambiati. Simile computo, di regola, viene espresso attraverso il Prodotto Nazionale Lordo, un rilevatore statistico convenzionale, un indice magico che dovrebbe facilitare la leggibilità di condizioni economiche in realtà difficilmente rilevabili.

Questo numero magico, tuttavia, cresce non soltanto simultaneamente all’incremento di merci e servizi designati come ‘beni’, ma anche parallelamente alla spesa destinata ai ‘mali’, come ad esempio le droghe illecite, la prostituzione, il racket di protezione, la corruzione, e persino parallelamente al costo dei disastri ambientali.

In un celebre esempio, dopo il disastro causato da Exxon Valdez nel 1989, lo sversamento di petrolio viene convertito in guadagno netto in quanto i fondi investiti nel riparare il danno vengono incorporati nel PNL del paese che li ha elargiti. Analogamente, le spese mediche entrano nel computo, dando l’impressione che i paesi investono in salute anziché essere afflitti dalle malattie.

Inoltre, il PNL non considera il lavoro prezioso devoluto alla sussistenza e alla cura, ignorando anche altre attività che producono benessere comune (G. Kallis et al., 2018).

In breve, mentre una ampia porzione dell’attività umana non può essere quantificata in termini monetari, il numero magico non fa altro che esprimere crescita senza o contraria alla prosperità.

Quando nel 1945, selezionando i dati ritenuti più significativi, il PNL diventa indicatore universale, il numero magico segnala, più realisticamente, lo stato di salute di alcuni settori delle economie avanzate, riflettendo il tasso di sfruttamento di quelle in via di sviluppo. La stessa nozione di crescita economica stabilisce gerarchie, designa predominio e asservimento, decreta il diritto di alcuni di appropriarsi delle risorse di altri.

Per questo motivo, Decrescita non vuol dire solo ridurre il consumo energetico e lo sfruttamento delle risorse, ma anche decolonizzare l’immaginario sociale e liberare il dibattito pubblico dalle costrizioni del pensiero economico (ivi, 295).

La crescita, nel complesso, rafforza le gerarchie, promuove nuove forme di colonizzazione e incessante degrado ambientale (G. Kallis et al., 2020; D. Whyte, 2020).

Prosperità senza crescita

È opportuno ora esaminare i suggerimenti teorici e pratici attraverso i quali il movimento per la decrescita si ripropone di contribuire alla stabilità e alla prosperità senza crescita. Eccone un elenco sommario.

Il benessere può essere raggiunto grazie a flussi meno intensi dell’energia e delle risorse che animano l’economia. La mitigazione del clima è altrimenti impensabile, mentre il benessere non dipende certo dall’espansione di prodotti e consumi. Prosperità vuol dire sviluppo umano genuino, ambienti sani, equità sociale, riduzione dell’orario di lavoro e godimento di beni collettivi non materiali.

La crescita, al contrario, implica rapporti lavorativi alienati, mancanza di potere decisionale per molti, incertezza e frustrazione rispetto alla qualità e quantità di oggetti da produrre e alla loro utilità. Il movimento per la decrescita collega la qualità della vita ai processi creativi e alle attività controllate da chi le conduce, attività da cui scaturiscono beni collettivi utili e condivisibili.

Come sostiene Hartmut Rosa (2019), gli esseri umani conducono con gioia le attività che contengono in se stesse l’obiettivo ultimo che le definisce. Si può aggiungere che la ‘gioia’ aumenta quando la progettazione e l’esecuzione di simili attività vengono intraprese dalle stesse persone, le quali scelgono l’uso finale di quanto producono e i loro beneficiari. In questo senso, tagliare legna e infornare pane possono costituire esperienze altamente gradevoli.

Il termine ‘eco-socialismo’ designa un modello alternativo radicale di produzione (E. Chertkovskaya, A. Paulsson, 2020), termine che forse intende evitare possibili critiche del vecchio socialismo reale, poco incline a ridurre i consumi di energia e a prendersi cura dell’ambiente.

L’eco-socialismo mira a ridurre la distanza tra produttori e consumatori e a regionalizzare le strutture economiche. Invita anche ad ampliare la longevità degli oggetti prodotti, in risposta all’obsolescenza pianificata che orienta le economie dello spreco.

Al proposito, si veda come, secondo la logica corrente, gli oggetti devono rompersi in fretta, in modo da poterli sostituire; analogamente, le tecnologie devono rivelarsi inadeguate, per fare spazio a innovazione e aggiornamenti: manutenzione e riparazione vanno scongiurate (A. Appadurai, N. Alexander, 2020).

Il movimento per la decrescita propone modelli di vita comunitari, dove la proprietà collettiva prende la forma di cooperative, beni condivisi e aggregazioni sociali inclusive. L’ineguaglianza verrà combattuta attraverso tassazione progressiva e l’identificazione di un reddito individuale minimo e massimo. Le politiche tenderanno a limitare i flussi energetici e «orientare le innovazioni tecnologiche non già verso la produttività del lavoro, bensì verso l’incremento dell’efficienza» (G. Kallis et al., 2018, 299).

La tecnologia, del resto, va condivisa, resa conviviale, dissociata dagli indicatori quantitativi della produzione.

Secondo suggerimenti più specifici, i settori industriali dannosi per l’ambiente non andranno sorretti dall’intervento pubblico, ma lasciati deperire grazie ai meccanismi competitivi del mercato che vengono ufficialmente celebrati: permettiamo alla miracolosa mano invisibile di compiere la sua azione.

Anziché offrire danaro alle compagnie petrolifere, salvare le corporazioni o le banche, «siamo favorevoli all’elargizione di un reddito di base che consenta alla gente e alle comunità di ricostruire la propria vita e raggiungere un livello accettabile di benessere» (G. Kallis et al., 2020, XIII).

In una definizione che riassume il progetto per la decrescita, la condivisione viene definita come «il processo che consente di creare, sostenere e utilizzare le risorse attraverso la comunicazione, la regolazione, la cura reciproca, la negoziazione del conflitto e la sperimentazione» (ivi, 17).

I promotori della decrescita sono consapevoli della natura embrionica delle loro stesse proposte, riconoscendo in queste un carattere utopistico in netto conflitto con le pratiche attuali. Cionondimeno, osservano con interesse le tradizioni non occidentali che ignorano gli imperativi della crescita e si riscontrano nei programmi zapatisti in Messico, nei valori Ubuntu in Sud Africa, nelle forme di democrazia ecologica in India e nelle idee del ‘buen vivir’ in America Latina (S. Latouche, 2010; G. D’Alisa, F. Demaria, G. Kallis, 2014).

Insomma, la loro utopia si connette a un percorso di transizione potenziale che, nel liberare l’immaginazione, può condurre a inimmaginabili cambiamenti. Ma una rassegna più dettagliata del loro programma ci allontanerebbe inopportunamente dal tema centrale del presente contributo, segnatamente la rilevanza criminologica della decrescita.

Decrescita e criminalità dei potenti

Il nesso decrescita-criminologia non è immediatamente palese, a meno che non si scelga di porre l’enfasi sulla variabile ‘danno’ che attraversa entrambe. Si vedano, a questo proposito i numerosi contributi nell’area nota come ‘zemiologia’ (P. Hillyard, C. Pantazis, S. Tombs, D. Gordon, 2019).

Va detto tuttavia che la variabile danno è stata per decenni oggetto di attenzione da parte di Beccaria, Ferri, Durkheim, Sutherland, Becker, Hulsman, Christie e tanti altri. Il movimento per la decrescita, a sua volta, ne ha fatto un centro di imputazione imprescindibile per le sue battaglie. In breve, vi sono argomentazioni nella letteratura sulla decrescita che portano direttamente nell’arena della criminalità ambientale e dei crimini dei potenti.

Le attività nocive per l’ambiente analizzate in criminologia includono lo smaltimento illegale dei rifiuti tossici, l’estinzione di esseri viventi, la distruzione della biodiversità, la deforestazione legittima o meno, l’accaparramento dei territori da parte delle corporazioni, i costi dell’estrazione di minerali, l’intrusione in habitat naturali che rilasciano virus, l’omicidio di ambientalisti e tanto altro (N. South, A. Brisman, 2013; R. Sollund, 2015; A. Nurse, 2015; T. Spapens, R. White, D. Van Uhm, W. Huisman, 2018; V. Ruggiero, 2020; A. Brisman, N. South, 2020; M. Arboleda, 2020).

Le politiche per la decrescita ridurrebbero il volume di simili pratiche nocive.

La criminalità del potere è stata esaminata da una varietà di prospettive teoriche e, con una letteratura ampiamente disponibile altrove, è necessario qui darne un sommario conciso (V. Ruggiero, 2015).

Le teorie in debito con il concetto di anomia suggeriscono che i contesti in cui opera l’élite sono già largamente deregolati, incoraggiando così comportamenti sperimentali e consentendo la dilatazione delle pratiche arbitrarie. La teoria del controllo è focalizzata sulle caratteristiche dei rei, la loro impulsività, l’amore per il rischio e l’incapacità di dilazionare la gratificazione (M. Gottfredson, T. Hirschi, 1990).

Secondo i suggerimenti di Tittle (1995), occorre osservare la variabile ‘equilibrio del controllo’, vale a dire il grado di controllo che le persone esercitano in relazione al grado di controllo al quale sono sottoposte. Sono stati esplorati alcuni aspetti micro-sociologici, come ad esempio nello studio delle dinamiche che guidano il comportamento delle organizzazioni e i loro costituenti (H. Pontell, G. Geis, 2007).

Quando le organizzazioni diventano complesse, le responsabilità vengono decentrate, mentre chi ne fa parte si ritrova in un ambiente opaco nel quale i fini da perseguire e le modalità per perseguirli si fanno vaghi e negoziabili.

Il crimine dei potenti come ‘azione situata’ viene ritenuto frutto delle culture di contesto che influenzano le decisioni di violare la legge. Le violazioni, a loro volta, non derivano soltanto dalla pura ingordigia, ma anche dalla paura di ‘decadere’, dal panico di status.

I mondi abitati dai criminali potenti, si osserva, sono agitati da elementi culturali che favoriscono l’incubazione dei reati: concorrenza spietata, un senso pervasivo di arroganza e un’etica della titolarità (il diritto di compiere scelte che ignorano le restrizioni).

Le proposte strategiche del movimento per la decrescita, idealmente, potrebbero alterare le condizioni che favoriscono la diffusione della criminalità dei potenti. L’anomia imperante verrebbe temperata da priorità normative che proteggono l’ambiente e gli esseri viventi, mentre gli esperimenti arbitrari e dannosi verrebbero limitati grazie alla proprietà collettiva della tecnologia e al suo uso conviviale. La mancanza di autocontrollo e l’incapacità di dilazionare la gratificazione verrebbero in parte ostacolate dal potere decisionale comune relativamente alla quantità e qualità dei beni da produrre.

Una modifica dell’equilibrio del controllo genererebbe effetti simili, mentre alle grandi imprese verrebbe proibita l’elargizione di profitti agli azionisti e vietata ogni iniziativa rischiosa. Per le imprese potenzialmente più dannose è previsto lo smantellamento, decretato attraverso deliberazioni democraticamente raggiunte (S. Tombs, D. Whyte, 2015).

Paura della decadenza e panico di status verranno attenuate in virtù della natura terapeutica della condivisione, mentre concorrenza, arroganza e etica della titolarità non potranno che declinare.

La decrescita trova adesione implicita tra i criminologi che dubitano della funzione preventiva dello sviluppo economico. Mi riferisco a studiosi (D. Rothe, J. Ross, 2009) che sono propensi a interpretare la criminalità transnazionale dei potenti non già come effetto della deprivazione relativa dei paesi in via di sviluppo, ma come risultato della affluenza relativa dei paesi sviluppati. Questa prospettiva analitica rigetta l’eziologia del deficit, che merita una breve digressione.

La teoria criminologica è spesso ostacolata da un’ingombrante eredità. Si pensi alle nozioni che ruotano introno all’idea di deficit, carenza, inadeguatezza, e che fanno risalire ogni manifestazione di anti-socialità a situazioni di svantaggio psicologico, culturale o economico. Il danno prodotto dalla scelta criminale viene così imputato alla debolezza dei legami che i rei stabiliscono con la società nel suo complesso.

Il paradigma del deficit non è in grado di spiegare la condotta criminale dei potenti, i quali provocano danno grazie alla crescita ipertrofica delle opportunità nel perseguire profitti. Il movimento per la decrescita, a sua volta, interpreta i reati ambientali non certo come risultato della povertà, della disoccupazione o della diffusa mancanza di autocontrollo, ma come suo opposto: dell’affluenza, lo sviluppo e il controllo distruttivo delle risorse.

Queste variabili causali tendono a divenire più significative con il declino della forza politica collettiva posseduta dalle vittime. In questo senso, l’affluenza, lo sviluppo e il controllo delle risorse seguono la medesima traiettoria della violenza istituzionale, che dilaga laddove l’ineguaglianza priva le vittime di spazio, infrastrutture, energia sociale e abilità politica per mettere in campo opposizione.

Ma vediamo ora come alcuni contributi criminologici rivelano una certa risonanza con il paradigma della decrescita.

I tentativi di risposta alle sfide dell’antropocene possono adottare una lente focalizzata sulla sicurezza (C. Shearing, 2015). I rapporti tra mondo sociale e mondo naturale, si propone, devono aderire ai principi securitari, che in criminologia vengono spesso connessi alle condizioni che promuovono la pace interpersonale (L. Zedner, 2006).

La sicurezza ambientale, da una prospettiva criminologica, limita quindi o previene i processi di vittimizzazione ed è sufficiente a proteggere la terra e gli esseri umani. Si presume anche che questo tipo di sicurezza ambientale possa essere conseguito internamente alle economie di mercato contemporanee.

I contributi ispirati dall’idea di cataclisma, al contrario, avvertono sull’incapacità dei mercati di evitare il collasso ambientale (L. Testot, 2020). La catastrofe verificatasi in Australia nel giugno 2019 ha prodotto «la perdita di vite, distrutto diciotto milioni di ettari di terra, ucciso un miliardo di animali ed estinti altrettanti» (E. Cherkovskaya, A. Paulsson, 2020, 2).

Chi vede in un simile evento l’inscrutabile azione del ‘male radicale’ nasconde la violenza della crescita economica e dei suoi effetti letali sul clima. L’Australia, viene puntualizzato, è tra i paesi che emettono quantità superiori di fumi da combustibili fossili e gli incendi e le inondazioni che la colpiscono sono mali economici, non teologici.

La decrescita, secondo questa analisi, neutralizzerebbe parzialmente la violenza delle imprese insita nelle economie di mercato, mentre introdurrebbe alternative ecologicamente sostenibili insieme a politiche per la giustizia sociale.

Le strategie elaborate consistono in una gamma di misure mirate alla riorganizzazione delle società con flussi energetici e materiali ridotti. Simili strategie agirebbero anche da misure preventive della violenza architettata dalle imprese contro gli ambientalisti (V. Ruggiero, 2020; 2022).

In breve, il movimento per la decrescita aspira a limitare il ‘disordine compulsivo dello sviluppo’ celebrato dai mercati e, allo stesso tempo, il ‘disordine compulsivo al consumo’ che affligge fasce di popolazione. Tutto questo fa riflettere sull’impatto potenziale della decrescita in termini di prevenzione della criminalità convenzionale.

Decrescita e criminalità convenzionale

È provato che la crescita economica intensifica le ineguaglianze e radicalizza le tensioni sociali (si vedano le argomentazioni di T. Piketty, 2014; D. Dorling, 2019; S. Macekura, 2020). Il movimento per la decrescita documenta che, a fronte del fenomenale ‘sviluppo’ del recente decennio, «vi sono oggi 40 milioni di poveri nel Stati Uniti e 11 milioni nel Regno Unito, vale a dire 12% e 15% delle popolazioni rispettive» (G. Kallis et al., 2020, 120).

Gli apologeti del neoliberismo, ispirati da discutibili teorie della giustizia, potrebbero obiettare che l’aumento della disuguaglianza è accettabile se, in un determinato contesto, produce benefici per i gruppi e le persone maggiormente svantaggiate. In altre parole, se almeno una persona viene rimossa dall’area dell’indigenza. Questo assunto si basa su una nozione di povertà assoluta, ignorando la variabile causale ‘impoverimento relativo’.

La deprivazione relativa figura nelle analisi criminologiche classiche e in quelle contemporanee, a volte interpretata come scintilla che innesca l’egoismo, i desideri acquisitivi e l’indifferenza morale, legati alla cultura consumistica (R. Reiner, 2021). La crescita economica può arricchire i ricchi e dilatare in proporzione (o relativamente) le differenze di reddito (R. Wilkinson, K. Pickett, 2019).

A questo proposito, vale la pena ricordare che le analisi della criminalità in ascesa in periodi di sviluppo economico hanno segnalato da tempo la cosiddetta crisi eziologica in criminologia (J. Young, 1986). L’aumento rapido della disuguaglianza negli anni Ottanta e primi anni Novanta è stata identificata come la causa prima dell’esplosione della criminalità di strada, confermata vuoi dai dati di polizia vuoi dalle indagini vittimologiche (R. Reiner, 2007; 2021).

Ricerche più dettagliate suggeriscono che i reati contro la proprietà sono spesso correlati con la disoccupazione e le condizioni sociali di precarietà (deprivazione assoluta) mentre i reati violenti sono fortemente connessi alla disuguaglianza (deprivazione relativa) (E. Currie, 2013).

Il rapporto tra diseguaglianza e crimine violento è particolarmente intenso quando le misure di austerità riducono i servizi e il sostegno per i più sfavoriti, diffondendo sfrenati valori materialistici e deregolazione dei mercati (R. Rosenfeld, S. Messner, 2013).

Le ricerche transnazionali confermano la cogenza di questo rapporto, rivelando «una robusta correlazione tra omicidio e ineguaglianza di reddito» (ivi, 72). Inoltre, la criminalità violenta è anche collegata all’erosione del sostegno mutuo e di quelle reti informali di condivisione che sostituiscono lo stato sociale assente.

Simili reti vengono debilitate quando la cura degli altri trova ostacoli nel pressante impegno lavorativo e quando la protesta collettiva viene soffocata dalla legislazione. Al contrario, quando l’azione istituzionale genera le ricompense aspettate, le motivazioni che spingono alle condotte violente tendono a indebolirsi.

Secondo ipotesi accreditate (M. Kelly, 2000; E. Currie, 2016), i reati contro la proprietà vengono principalmente commessi da persone che sono solo sporadicamente presenti nei mercati ma che hanno, simultaneamente, costante interazione con le forze dell’ordine. Essendo sotto monitoraggio istituzionale, evitano le aggressioni fisiche e si dedicano all’appropriazione illegale di beni.

I reati violenti, al contrario, hanno luogo principalmente quando i rei hanno accesso ai mercati ma ne traggono scarsi benefici, mentre sono circondati da chi ne guadagna sensibili vantaggi. In altre parole, la deprivazione relativa e l’ineguaglianza visibile, accompagnate da presenza fallimentare nei mercati, fanno da veicolo ideale per la criminalità violenta (M. Kelly, 2000).

L’ineguaglianza, del resto, conduce alla violenza anche quando le istituzioni sono ‘distratte’, cioè tendono a ignorare le disfunzioni sociali e lasciano che si trasformino in violenza, legittimando poi l’asprezza delle misure con le quali rispondono. Elliott Currie (2016), ad esempio, argomenta che la violenza legata all’ineguaglianza esplode più frequentemente in società caratterizzate da indifferenza o disprezzo, nelle quali sia i sentimenti di solidarietà che quelli di responsabilità vengono scoraggiati.

L’ineguaglianza, che secondo il pensiero neoliberale dovrebbe suscitare competizione ‘sana’, spingendo i meno favoriti ad emulare chi è baciato dalla fortuna, si traduce in realtà in etica del vantaggio personale, nella sfera pubblica e in quella privata, a prescindere dai mezzi utilizzati.

Le grandi diseguaglianze sociali determinano elevati tassi criminali, a prescindere dalla ricchezza generale dei paesi considerati. La ricchezza è in bella mostra, ma irraggiungibile, causando risentimento e sfiducia: le grandi differenze sociali «recidono i legami che ci uniscono agli altri e ai valori collettivi, liberando dalle inibizioni e favorendo le condotte violente» (E. Currie, 2020, 138).

La mancanza di canali per l’azione collettiva che possa attenuare le diseguaglianze danneggia ulteriormente alcuni gruppi, che finiscono per praticare violenza intra-etnica. È quanto viene alla luce in comunità le più diverse, dove lo svantaggio è radicato e strutturale (R. Sampson, W. Wilson, 1995; R. Peterson, L. Krivo, 2005). Il livello elevato di violenza tra afroamericani viene perciò spiegato attraverso il livello estremo della loro esclusione.

Il ricorso alla variabile deprivazione relativa come concetto esplicativo della criminalità è più frequente ora di quanto sia mai stato, per motivi che sembrano legati all’iper-consumismo dell’era corrente (C. Webber, 2021; S. Hall, S. Winlow, 2015). Viene alla mente, a questo proposito, la distinzione tra cause prossime e cause ultime, le prime specifiche di luoghi e tempi particolari, le seconde determinate da condizioni sociali di lunga durata.

Sono principalmente le politiche che affrontano le cause ultime della criminalità che possono sortire risultati efficaci e duraturi (R. Rosenfeld, S. Messner, 2013). Il movimento per la decrescita, che mira tra l’altro alla riduzione dell’ineguaglianza, promette di adottare quest’ultimo tipo di politiche, che sono a loro volta coerenti con il tipo di consumi sociali che vengono promossi.

I consumatori sono spinti dal desiderio di emulare gli altri, ma anche di differenziarsene. Da un lato, avvertono il diritto di possedere quello che gli altri posseggono, mentre dall’altro lato aspirano a far propri dei beni che segnalano il loro status superiore. Simili beni, anche noti come beni di posizione, designano privilegio e distinzione (T. Veblen, 1994).

I bisogni di posizione sono creati dalle economie di mercato contemporanee che incoraggiano l’appropriazione di merci esclusive e incitano alla corsa per lo status sociale: acquistare diventa così un atto di auto-identificazione e di auto-rappresentazione, un atto che allontana le persone che lo compiono da alcuni gruppi sociali avvicinandole ad altri (W. Streeck, 2012).

La decrescita ignora la produzione di merci che conferiscono un posto illusorio nel mondo, perseguendo il progressivo declino dei beni di posizione: come direbbe Simmel (1971), il declino della ‘sociazione attraverso il consumo’.

Conclusione

Soluzione di ogni male, la crescita economica viene puntualmente invocata come mezzo per la prevenzione della criminalità, di strada o di élite. Specificamente, si ritiene che le opportunità lavorative presumibilmente generate dallo sviluppo siano in grado di attrarre chi opera in mercati illeciti.

In altre parole, si ritiene che lo sviluppo debba necessariamente creare lavoro, anziché renderlo superfluo. Lo sviluppo economico avrebbe anche l’effetto miracoloso di ridurre la diffusione dei reati dei colletti bianchi e dei potenti.

La crescita, quando invocata a favore dei paesi in via di sviluppo, avrebbe poi il compito di debellare la corruzione, come se sviluppo e corruzione fossero antitetici (J. Wilson, 1990). Anche in molta vulgata marxista, per la verità, la crescita materiale e l’incremento della produttività sono spesso celebrate in quanto balsamo per il benessere collettivo.

Il movimento per la decrescita esprime critica serrata alla volta dei concetti economici, ritenuti da Latouche (2005) altrettanti miti fondativi che riflettono l’idea di ordine naturale, per cui gli interessi sociali in conflitto coesistono come se fossero forze cosmiche armoniche.

In questa maniera, il pensiero teologico si trasferisce nel regno dell’economia, dove i canti liturgici si travestono da lodi ecclesiastico-secolari per i mercati (M. Dean, 2019). Il movimento per la decrescita decodifica le narrazioni dominanti del pensiero economico, che naturalizza e offusca il male che produce.

Questo movimento, d’altro canto, valuta che il sistema economico corrente può creare opportunità per investimenti sostanziali in tecnologie verdi e per nuove attività occupazionali, riconoscendo che in alcuni contesti nazionali il volume dell’economia verde ha già superato quello dei rami manifatturieri tradizionali (kMatrix Data Services, 2021).

Tuttavia, il movimento non si prodiga in sermoni che insegnino alle persone come selezionare i propri bisogni. Per i suoi fautori, il mutamento sociale si compie attraverso processi culturali, economici e politici che raggiungono forza egemonica quando accompagnati da innovazione istituzionale. Come altri movimenti, quello per la decrescita promuove cambiamenti nelle politiche, nei valori, nel sapere e nella vita quotidiana.

Il presente contributo, partito da Marx e Weber, ha cercato di collegare le proposte favorevoli alla decrescita al pensiero socio-politico classico, per poi esaminarne la potenzialità in termini di prevenzione dei reati dei potenti e dei senza potere.

In relazione ai primi, si è argomentato che il rallentamento dello sviluppo economico potrà ridurre le opportunità criminali che accompagnano l’espansione ipertrofica delle vie che portano al profitto. In relazione ai secondi, la riduzione dell’ineguaglianza è stata presentata come fattore chiave per la prevenzione. In linea generale, la riduzione di ogni tipo di reato potrebbe dirottare verso il benessere collettivo le risorse enormi che sostengono il sistema della giustizia e della penalità.

Il movimento per la decrescita lascia osservare diverse sfumature nella sua critica del presente. Per alcuni attivisti e teorici, le questioni ecologiche sovrastano ogni altro problema che affligge l’umanità. Per altri, la diagnosi ecologica andrebbe connessa a una varietà di altri temi, ad esempio: all’insicurezza e ai diritti del lavoro, alle carenze croniche dell’assistenza e della cura, all’oppressione etnica e di genere, all’ostilità verso i migranti, alla militarizzazione e alla brutalità delle forze dell’ordine (N. Fraser, 2021, 96).

Se è plausibile vedere il capitalismo come il responsabile principale di questi malanni, non è ragionevole attendere che un’era post-capitalista di là da venire contribuisca a debellarli (T. Jackson, 2021). La fede in quello che il futuro ci sta preparando può scoraggiare la critica dello status quo, fungendo da religione consolatoria che obbliga a sopportare il presente in nome della salvezza futura.

La saggezza del movimento per la decrescita sta nell’idea che le condizioni attuali richiedono misure urgenti, senza aspettare che il sole nascente ci inondi di felicità: l’alba radiante del post-capitalismo potrebbe trovare pochi superstiti.

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 * Professore di Sociologia e Direttore del Centre for Social and Criminological Research presso la Middlesex University di Londra.

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