È uscito recentemente, presso la casa editrice AIEP di San Marino il libro Sorella d’inchiostro (pp. 358, €21) che raccoglie ventitre racconti di autori afroitaliani dedicati alla scrittrice Kaha Mohamed Aden, nata a Mogadiscio ma residente in Italia dal 1986 e scomparsa due anni orsono.
Il volume non è un’antologia critica, come ci avverte nell’introduzione Itala Vivan, curatrice del volume con Gabriella Ghermandi e Kossi Komla-Ebri bensì un “corpus naturale” offerto dagli autori “come fosse un mazzo di fiori” (p.9) alla memoria, appunto, della loro sorella d’inchiostro.
Gli scrittori e le scrittrici che hanno contribuito al volume fanno parte, in maggioranza, della prima generazione della migrazione arrivata in Italia dall’Africa alla fine degli anni Ottanta.
In quasi tutti i racconti è presente la memoria della terra d’origine, in qualche modo diretta, in altri mediata dall’esperienza italiana, narrata a volte con ironia e divertimento, altre con la tristezza e il disagio di vivere in un paese che deve ancora imparare molto quanto al riconoscimento dei diritti sociali, all’abitare e al lavoro dei migranti.
La diffidenza e il sospetto, talvolta la discriminazione, di cui sono oggetto gli autori, anche dopo molti anni di vita in Italia, è presente in diverse pagine del libro.
Proprio per le caratteristiche del libro, è difficile individuare delle linee di continuità tra i diversi racconti e autori, tra l’altro provenienti da paesi molto diversi e lontani tra loro se non nell’uso della forma breve, poco impiegata nell’editoria italiana ma adatta a degli scrittori che hanno nella loro storia la narrazione orale.
L’oralità è presente sia come memoria dell’origine africana sia nel modo in cui gli scrittori presenti nel libro hanno appreso l’italiano. Infatti, in maggioranza, essi non conoscevano l’italiano prima di trasferirsi nel nostro paese e l’hanno imparato soprattutto in modo orale, fatto che ne influenza la scrittura che si discosta spesso dalle forme letterariamente codificate.
Inoltre, la traccia dell’oralità consente anche una notevole agilità nel proporre salti formali tra la memoria delle lingue d’origine e l’italiano. Una lingua, l’italiano, appresa da diversi scrittori in età adulta e che gioca un ruolo espressivo ma a volte anche psicologicamente e biograficamente ambiguo e polivalente come scrive Tahr Lamri rivolgendo alla sorella d’inchiostro un addio “simile alle nostre esitazioni di fronte alla lingua italiana così vicina e così lontana: nostra isola di libertà e, ancora una volta, di esilio” (p.176).
La narrazione autobiografica è largamente presente nelle pagine del volume, sia relativamente ai paesi d’origine sia rispetto alla vita in Italia ed è molto significativo leggere alcune pagine che rimandano un’osservazione della società italiana vivace, acuta e disincantata.
Questo libro rappresenta una lezione importante per gli italiani, che spesso hanno un’idea rozza e superficiale dei nostri concittadini migranti che vivono in Italia. Forse anche in ragione del colore della pelle, che gli autori postcoloniali, ma anche l’esperienza empirica quotidiana, ci insegnano purtroppo avere ancora un valore non solo simbolico, è per molti tuttora difficile immaginare che degli africani e delle africane possano essere degli scrittori e degli intellettuali.
L’immaginario dell’africano è quello del lavoratore manuale, di colui che “fa i lavori che gli italiani non vogliono più fare” e come tale, in genere, viene pensato e socialmente collocato. Sorella d’inchiostro ci insegna invece che i migranti africani che vivono nel nostro paese non solo sanno fare della cultura uno strumento di cittadinanza ma che con la loro scrittura offrono anche alla letteratura italiana delle vie nuove e diverse di evoluzione e di rinnovamento nei contenuti, nel linguaggio e nella forma.
Un contributo importante e vitale che non si limita alla testimonianza del loro essere ma che rappresenta un passo avanti nella costruzione di una cultura molteplice adatta alla società di domani.
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