E’ il 1976, l’anno del grande balzo in avanti elettorale del PCI che alle elezioni raggiunge il suo massimo risultato (il 34% dei voti). La DC, pur sotto pressione, riesce a tenere e ottiene il 38% ma il dato politico era comunque rilevante e rivelatore della situazione del paese arrivato al culmine di otto anni di straordinarie mobilitazioni e conquiste del movimento operaio e delle forze della sinistra, incluse quelle rivoluzionarie.
In quel contesto la Cia, di fronte alle affermazioni elettorali del Pci, elabora un report per la Casa Bianca affermando che non sarebbe stato possibile pretendere l’applicazione rigida e assoluta dell’esclusione dei comunisti dal governo in Italia. Era la famosa “conventio ad excludendum” con cui si intendeva tenere il Pci al di fuori del potere a tutti i costi, anche quelli più sanguinosi.
Eppure secondo gli analisti della Cia sulla situazione italiana, la leadership del Pci avrebbe potuto rivelarsi preziosa per rimettere in piedi una gestione dell’economia italiana su cui il giudizio degli Stati Uniti era negativo quanto preoccupato.
I documenti di questa svolta nella percezione statunitense, che contrasta non poco con la narrazione ancora adesso largamente circolante, sono stati pubblicati da Maurizio Caprara su 7, il settimanale del Corriere della Sera.
Le elezioni del 20 e 21 giugno 1976 vedono una affluenza record del 93 percento. Il Partito Comunista cresce di sette punti, passando dal 27 al 34 percento. La Dc tiene, regge bene, resta primo partito con il 38% impedendo quel sorpasso che era nelle aspettative della sinistra.
Il presidente Usa è Gerald Ford, negli Stati Uniti appena usciti dallo scandalo del Watergate e delle dimissioni di Nixon.
Sul suo tavolo arriva il rapporto confidenziale giornaliero dell’intelligence americana dove è possibile leggere che: “I comunisti sono stati l’unico partito ad avanzare. È troppo presto per trarre conclusioni definitive, ma è probabile che sia difficile, se non impossibile, isolare del tutto i comunisti dal processo di governo nazionale. La loro cooperazione sarà più che mai necessaria per far approvare e applicare ogni progetto importante proposto da un governo nel quale non partecipino direttamente”.
Niente che somigli ad un via libera alla possibilità che il Pci possa governare il paese ma si allude un possibile coinvolgimento nella gestione delle decisioni del governo democristiano. Si spiana così la strada al compromesso storico che diventerà attuativo come “Solidarietà Nazionale” e “governo delle astensioni” facilitando la nascita e la vita politica al governo Andreotti.
Secondo il report della CIA “Il governo post-elettorale erediterà una situazione peggiorata da anni di negligenza” e resa ancor più complessa da un sistema fiscale “ingombrante e inefficiente” nonché da una inflazione oltre il 17 percento. Ragione per cui, scrivono gli analisti della CIA, “con i comunisti esclusi dalle cariche ministeriali chiave, gli uomini d’affari stranieri e locali si sentirebbero rassicurati che saranno improbabili le nazionalizzazioni. Molti vedrebbero il sostegno esterno comunista come un mezzo per rafforzare la credibilità della coalizione. In queste circostanze la fuga di capitali avrebbe vita breve”. Non solo.
Secondo la CIA sarebbe stato possibile “convincere i sindacati ad accettare qualche tipo di limitazione volontaria dei salari“. Uno scenario questo che si materializzerà con la linea dei sacrifici e la linea dell’Eur adottata dalla Cgil con il suo congresso del 1978.
Cosa spinse la CIA a cambiare così radicalmente le proprie valutazioni sul PCI? Una quindicina di giorni prima delle elezioni, il segretario del PCI, Enrico Berlinguer in una storica intervista a Giampaolo Pansa sul Corriere della Sera sostenne che sarebbe stato meglio per il suo partito e per l’Italia restare sotto l’ombrello della Nato. “Mi sento più sicuro stando di qua” rispose Berlinguer ad una domanda. Ma il “qua” era la Nato e il “là” era il blocco sovietico.
L’accettazione dell’ombrello della Nato e poi l’obbedienza alla “linea dei sacrifici” (solo per i lavoratori) spianò la strada all’illusione berlingueriana (e solo sua) di poter arrivare ad un governo di compromesso tra le “grandi forze popolari” ossia il PCI e la DC. I fatti confermano che questo scenario esisteva solo nella testa di Berlinguer, per Moro era solo una tattica per tenere buono il maggior partito di opposizione e neutralizzare la grande spinta al cambiamento politico che emergeva dal paese. I dietrologi dovrebbero rivedere decisamente tutte le stramberie che hanno ampiamente diffuso in questi decenni.
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Fran
Potete per cortesia citare n. giorno mese e anno di 7 e magari anche dove si trova il documento in questione (wikileaks?)
Redazione Roma
Sull’ultimo inserto settimanale “7” del Corriere della Sera