A molti capita di scrivere della propria vita, arrivati a un certo punto. A Pasquale Cicalese non è capitato per caso. Si può invece ipotizzare che l’autore sia stato spronato a scrivere di sé, per documentare tutto ciò che al suo esterno si è sviluppato e rientrato poi nella sua esperienza di singolo-plurale. Sì, perché, a meno di tratti temporali di assoluta solitudine, nel suo narrarsi dettagliato riguardo alla sua crescita, formazione, desideri, obiettivi, traguardi e fragilità non si può prescindere dall’importante consonanza con le persone a lui vicine.
I suoi affetti, le sue conquiste e cadute, generalmente intensamente vissute quasi in simbiosi con altri, sono un primo piano in cui si rileva sempre una riconoscente impronta umana, che continuamente arricchisce. Sempre attento a descrivere gli altri come suoi maestri o come coloro che hanno prodigato aiuti o prospettato possibilità su cui costruirsi, fa poi emergere la durezza della vita che sposta luoghi e intenti, nega vicinanze, fa crollare ideali e getta nella disperazione lasciando intravedere solo vie di fuga.
Nelle pagine non c’è però solo il ripercorrere di piani individuali più o meno condivisi, c’è la storia che non fa da sfondo ma che è lo stesso vivere di carne e sangue delle persone, tutte diverse ma anche tutte eguagliabili dalla classe di appartenenza, nelle lotte e nei “tradimenti” delle proprie origini, nell’opportunismo di chi insegue o si illude di scegliere il proprio vantaggio sociale, od anche nella identificazione per la purezza della propria onestà e integrità, magari evidenziate in un semplice magistero di fede.
Questo scritto vuole essere un “libro pubblico”, rivolto a chi leggerà, non una banale autobiografia. Le sue convinzioni conquistate, la sua dignità anche nell’adesione al marxismo, le lotte combattute per appartenenza al proletariato di un sud destinato allo sfruttamento da incrementare anche attraverso il malaffare endemico, non si barattano. Si può cadere per debolezze personali, ma non cambiare casacca.
Anzi, proprio questa caducità, confessata, esposta senza remore né pudore, diventa parte integrante di ulteriori lotte da combattere su tutti i piani, anche subendo la rovina personale, perché la storia, cioè le leggi del capitale che la inverano non possono che distruggere tutta la persona se questa non è disposta a svendere la propria forza-lavoro, come separata dal suo portatore, al servizio unico e obbligato dei profitti.
Ma è anche la percezione della sconfitta di cui bisogna comprendere le ragioni per proseguire uniti in un processo rivoluzionario, che si fissa su un luogo, simbolo di un mondo intero, che richiede momentaneo distacco, in seguito altre forze, altri ripensamenti, altri orizzonti su cui poter resistere senza mai cedere.
Lo studio quindi, il farsi “intellettuale” da condizioni sociali che mai l’avrebbero permesso, diventa di fatto l’adesione a quell’esortazione gramsciana “istruitevi, agitatevi, organizzatevi” di cui gli era giunta l’eco, per rendere possibile la formazione di quell’“intellettuale organico” a un proletariato che ne era stato perennemente ingiustamente privato nella sua oppressione funzionale.
Se questo passaggio sia stato cosciente o meno poco importa, ciò che conta è che ciò sia avvenuto. Si è levata – con la sua – un’altra una voce, autentica, di denuncia verso un sistema che per produrre plusvalore è disposto a uccidere non solo direttamente nelle guerre militarizzate ma anche e soprattutto nelle forme “pacifiche” della fame, dell’induzione alle malattie – cancro in primis -, alle morti sul lavoro senza responsabili, al risparmio dei costi sulla sicurezza e sui servizi sociali, ecc.
E questa voce teorica, quale aspetto di una prassi maturatasi in articoli e libri divulgando conoscenza e coscienza sociale nei modi più diversi e coinvolgenti, è sempre stata accompagnata dall’esempio di vita. Andare oltre le difficoltà diventerà quindi quella quota di emancipazione possibile, non solo economica, che toccherà anche quell’opporsi deciso al prevalere del disumano e della troppo facile negatività della vita che oscura una comune prospettiva socialista.
“La piccola storia crotonese”, come il suo sottotitolo vorrebbe limitare, diventa così un messaggio alto per tutti coloro che si pongono ancora il problema di cosa gli esseri umani possano diventare da qualsiasi punto di partenza si trovino, senza lamento o giustificazionismo, bensì in un anelito di ricerca per trasformare il mondo esterno e contemporaneamente sviluppare, potenziare sé stessi, la propria natura.
Si potrebbe parlare di un “umanesimo integrale” in piccoli passi, secondo una lettura di un comunismo da costruire entro rapporti sociali conquistabili dalla volontà e dalla prassi di ogni individuo, dove progresso e giustizia di volta in volta possibili siano l’emancipazione e liberazione collettiva come fine ultimo, ancorché soltanto percepito o sperato.
Infine, quello che doveva essere un probabile “morto” riesce invece a fruire ancora della vita, ben sapendo che si può morire dentro di sé in un continuo mutare al mutarsi delle situazioni, delle condizioni storiche in cui però riconoscersi e riconquistarsi, dirigendo la propria umanità verso e con gli altri, in cui politica e realizzazione della comune natura umana si identificano prioritariamente nella gioia concreta del volersi bene quotidiano.
* Pasquale Cicalese. Il terzo morto. Piccola storia crotonese. Panta Rei Editore. 2024 Crotone.
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