In un’intervista rilasciata alcuni anni fa al Corriere di Romagna, in occasione della presentazione del suo ultimo romanzo “Lascia che il mare entri”, Barbara Balzerani – scrittrice ed ex militante delle Brigate Rosse: scelta che le costò trent’anni di carcere senza mai pentirsi – disse: «Il vincitore, oltre alla resa, pretende tutte le ragioni e fa della ricostruzione storica un’arma per l’esercizio del suo potere. Infatti, la nostra vicenda è stata talmente trasfigurata e decontestualizzata che viene usata come deterrente per il presente. Come se l’ipotesi stessa del conflitto sociale abbia esaurito la sua legittimità una volta e per sempre.
La mia scrittura non può che partire da qui perché la storia dell’insorgenza degli anni ’60 e ’70 è il prodotto di violenza, illibertà e ingiustizie di antica memoria. Le responsabilità politiche di chi ha governato questo paese, anche con le stragi, e di chi se ne è fatto alleato, ne hanno costituito le ragioni. Io non intendo cercare giustificazioni per le mie scelte ma neanche darne a nessuno».
E poi, di seguito: «Nella sostanza sono ignorata dalla critica letteraria e ai margini del mercato editoriale, quando non direttamente sanzionata per la mia presunzione di esistenza in vita, ossia con facoltà di parola. Ma non mi lamento, voglio solo scrivere per chi come me soffre la povertà dei valori oggi dominanti, che fanno del mercato di tutto e di tutti la misura del bene e del male».
Dunque, prendendo spunto da queste parole vorrei proporre qui alcune brevi riflessioni sul Potere, le sue logiche, i suoi strumenti di controllo, la sua implicita morale.
Ma principalmente, a ben vedere, sulla necessità imprescindibile dell’atto rivoluzionario di matrice essenzialmente marxista, finalizzato proprio al sovvertimento del potere in questione.
Procediamo con ordine...
Nella mia personalissima prospettiva sulle cose del mondo, Il Bene e il Male sono categorie morali mai assolute, sempre mutevoli. Soprattutto il prodotto di un’epoca, di un periodo storico, di una cultura dominante e della società da essa plasmata.
Scriveva Foucault in Sorvegliare e Punire: «L’individuo è senza dubbio l’atomo fittizio di una rappresentazione “ideologica” della società, ma è anche una realtà fabbricata da quella tecnologia specifica del potere, che si chiama “la disciplina”. Bisogna smettere di descrivere sempre gli effetti del potere in termini negativi: il potere produce; produce il reale; produce campi di oggetti e rituali di verità. L’individuo e la conoscenza che possiamo assumerne derivano da questa produzione».
Stando dunque a quanto dice Foucault, il Potere produce innanzitutto sovrastrutture morali e culturali, codici di comportamento, simboli, linguaggio e di conseguenza senso. Ed è proprio questo pertanto il fulcro della questione.
Il Potere produce senso e quindi, com’è facile comprendere, determina la differenza storica e culturale tra il Bene e il Male: tra ciò che è legale e ciò che non lo è; tra lecito e illecito; tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. In una parola, stabilisce e precisa l’ethos all’interno di una società e di un particolare momento storico.
Ne deriva che una delle principali peculiarità e finalità del Potere (e specifichiamo che quando Foucault parla del Potere si riferisce a quello dello stato borghese e liberale) risiede in ciò che egli definisce governamentalità. Concetto che racchiude in sé quelli di sovranità e disciplina, affermatosi in Occidente proprio con la nascita del liberalismo e vettore inequivocabile di una gestione analitica, economica e disciplinare delle masse.
Con l’avvento dello Stato liberale insomma entrammo nell’era della biopolitica e del biopotere. Del resto, secondo il filosofo e psicologo francese, tra la nascita del capitalismo e l’instaurazione del potere disciplinare esiste una causalità irriducibile e biunivoca: ciascuno dei due fenomeni ha alimentato l’altro e nessuno dei due avrebbe potuto mai assumere le proporzioni che ha assunto se non si fosse potuto poggiare sulle acquisizioni e sugli effetti dell’altro.
Ci sono momenti però in cui i codici morali prodotti dal potere vigente possono e anzi devono essere sovvertiti nel nome di una più intima morale, di una più complessa, particolare e meno conformista idea di Bene e di Male.
Sono i momenti rivoluzionari, di ribellione alle regole così come ci vengono dettate dall’autorità, sia essa paterna o statuale. I momenti di sovvertimento dell’ ordine personale e politico, familiare e sociale.
Quei momenti che determinano un salutare slittamento proprio di quel senso morale su terreni di valutazione al tempo stesso più ampi, poiché ci permettono di considerare la nostra soggettività all’interno della dimensione sociale e della scala valoriale in cui ci troviamo a vivere e ad agire; e più individuali, giacché ci consentono di comprendere quanto quella stessa dimensione sociale e morale ci stia cambiando o ci abbia già cambiato, snaturandoci e alienando la nostra essenza ed umanità.
È ciò che Nietzsche – filosofo controverso e spesso frainteso a destra come a sinistra – chiamava Trasvalutazione dei valori. Orbene, assumiamo questo concetto e trasferiamolo su un terreno più prettamente politico. Mi spiego.
Il singolo individuo o il gruppo sociale – come viene giustamente evidenziato da Deleuze e Guattari ne L’Anti Edipo. Capitalismo e Schizofrenia – non sono altro che la risultante di quei rapporti di forza, di quella struttura economica e di quella sovrastruttura culturale e morale dominanti all’interno del Modo di Produzione Capitalistico, il cui potere si fonda sostanzialmente sulla fabbricazione della paura e sul controllo del soggetto desiderante e del desiderio stesso. Per giungere fino alla repressione dei desideri non indotti -ovvero non commerciabili e non mercantili- a scopi di normalizzazione sociale.
Il desiderio però –afferma sempre Deleuze– è una rivendicazione di libertà assoluta e dunque lo si può interpretare nel senso di istanza rivoluzionaria.
Ma se ciò è vero -e io credo che sia vero- cosa c’è di più rivoluzionario allora del desiderio di cambiare il mondo? Di sovvertire quell’ordine costituito e repressivo che da sempre, nell’incessante dialettica dei fenomeni storici, ha visto gli oppressi soccombere ai loro oppressori e alle forme di potere da questi instaurate? Siano essi monarchi, imperatori, aristocratici, oligarchi, dittatori o borghesi.
Tutto è politico – dicono ancora Deleuze e Guattari – e pertanto lo è, a maggior ragione considerando ciò che si è detto finora, il desiderio.
D’altra parte è proprio Lacan – che del desiderio ha fatto lo statuto fondante della sua teoria psicanalitica e filosofic – ad avvertire che il desiderio è per sua stessa natura trasgressivo.
Come indicherà nel 1960 nella “Conferenza a Bruxelles sull’etica della psicoanalisi”, prendendo spunto dall’Epistola di San Paolo ai Romani, il desiderio è il rovescio della legge. Ovvero non c’è desiderio senza legge. È la proibizione che produce il desiderio.
L’imperativo morale kantiano viene dunque trasgredito e fatto a pezzi dalle dinamiche inafferrabili del desiderio sulla catena dei significanti. In altre parole il desiderio sfugge al simbolico, al testo, al discorso del potere e alle sue leggi.
E allora in un presente in cui il desiderare a-finalistico proiettato sul feticcio merceologico è divenuto norma (il dover essere si proietta insomma sull’oggetto/status-symbol imposto dalle regole del mercato) e il godimento mortifero, il desiderio di morte si è trasformato in imperativo morale (Il genocidio a Gaza dimostra platealmente questo assunto) beh allora il desiderio rivoluzionario di sovvertimento dello stato presente delle cose (Marx) diventa esso la necessità trasgressiva. Ovvero diviene l’ Ideale – non la Legge, si badi bene – il veicolo desiderante della trasgressione.
Ma una rivoluzione che voglia essere veramente tale – dunque fondamentalmente politica, nel significato etimologico del termine – non può certo limitarsi ad un singolo soggetto e ad una trasformazione personale ancorché profonda. Ha bisogno di interconnettere soggettività pervase dagli stessi desideri rivoluzionari.
“Cambia te stesso e cambierai il mondo” mi è sempre suonato come un bellissimo concetto ma essenzialmente banale, venato di misticismo ed imbevuto di quell’individualismo che finisce poi per fare il gioco del potere.
Una rivoluzione quindi – così come la si vuole intendere in questa sede – quand’anche guidata da un’avanguardia deve necessariamente coinvolgere le masse consapevoli del loro ruolo di forza rivoluzionaria ed aggredire radicalmente, sovvertendole, le strutture del Potere e dell’ordine costituito contro cui si scaglia e lotta. E questo può implicare e spesso anzi ha implicato, nel corso della Storia, l’utilizzo di mezzi non certo pacifici.
Nel 1977 ad esempio, nei saggi Proletari e Stato e Il dominio e il sabotaggio un ancora apprezzabile Toni Negri – non ancora smarritosi tra rinnegamenti, dissociazioni ed elucubrazioni post operaiste – scriveva: «Dentro lo stabilizzarsi della crisi, la violenza assume infatti una valenza fondamentale. Essa è il corrispettivo statuale dell’indifferenza del comando e, comunque, della sua rigidità. Essa è, di contro, la calda proiezione del processo di autovalorizzazione operaia. Non sapremmo immaginare nulla di più completamente determinato, di più ingombro di contenuti, della violenza operaia. Il materialismo storico definisce la necessità della violenza nella storia: noi la carichiamo dell’odierna qualità dell’emergenza di classe, consideriamo la violenza come una funzione legittimata dall’esaltazione del rapporto di forza nella crisi e dalla ricchezza dei contenuti dell’autovalorizzazione proletaria».
Ebbene, pur senza voler fare qui un’apologia della violenza fine a sé stessa, è un dato di fatto che essa sia stata e sia una presenza costante nello svolgersi dinamico della Storia: nel duplice significato di fattore genetico della società divisa in classi (in particolare di quella borghese) e come forza generatrice di nuove società. Ed è quest’ultimo passaggio che c’interessa in tale contesto. Negarlo, significherebbe negare il dato stesso dell’esperienza che la Storia ci fornisce.
Scriveva Marx a sua volta: «La storia di ogni società sinora esistita è storia di lotte di classe». In queste parole del Manifesto è già ravvisabile la concezione marx-engelsiana di violenza, che parte dalla constatazione della sua esistenza nella società e nella Storia, e più precisamente nei rapporti di produzione.
Essa non dipende – sembra dirci il Moro di Treviri – da una scelta soggettiva o politica ma dal fatto che la società divisa in classi e soprattutto la società borghese, è fondata sull’antagonismo tra forze produttive e rapporti di produzione, tra proprietà privata e produzione sociale. La violenza insomma come «levatrice della storia» è ragione implicita al suo stesso movimento dialettico e materiale.
Ecco quindi che il marxismo, pur ponendosi la pace come obiettivo finale da conseguire, non espelle ipocritamente l’utilizzo della violenza come strumento di realizzazione dei valori di libertà, giustizia sociale, equanimità ed uguaglianza. Essa anzi diventa spesso, e in extrema ratio, l’unica arma nelle mani dei ceti subalterni per opporsi all’autocrazia, alla dittatura, alla teocrazia, al servaggio della gleba, all’oppressione, al dominio di una classe su un’altra, all’elitarismo sociale. Forme di egemonia sottintese, come si accennava già in precedenza, al regime capitalistico.
Fin quando la società sarà dunque divisa in classi ed il Capitale finanziario e monopolistico imporrà le sue regole per permettere sempre più la concentrazione di grandi ricchezze nelle mani di pochi e l’accentramento oligarchico, sussisteranno l’imperialismo – ovvero il capitalismo al suo più alto grado di sviluppo, per citare Lenin – e lo sfruttamento più o meno violento ed autoritario di quello che oggi viene ignobilmente definito “il capitale umano” – formula che sintetizza alla perfezione il concetto mercantile di reificazione – e delle risorse naturali mediante guerre colonialistiche.
Accentramento delle ricchezze, concentrazione del potere, sfruttamento del lavoro e dominio coloniale che le borghesie imperialiste – prime fra tutte quelle statunitensi ed europee – si sono garantite e continuano a garantirsi grazie alla complicità delle cosiddette democrazie liberali e dei loro governi, di cui tra l’altro sono i maggiori azionisti.
Grazie alla repressione feroce del dissenso, specie se di indirizzo marxista, fino a giungere alla criminalizzazione terroristica delle frange più radicali e per loro più pericolose.
Grazie all’attuazione di politiche economiche di modello liberista e neoliberista, manipolate da lobby, comitati d’affari e banche. Grazie alla correità di quegli organismi politico-economici creati d’altronde dalle stesse classi dominanti e aventi dimensione internazionale: Fmi, Banca Mondiale, Bce, Ue, agenzie di rating ecc.
Ed infine, con l’utilizzo mirato di guerre di stampo imperiale, ignobilmente mascherate da missioni di pace o da benèfici processi di esportazione democratica.
Mistificazioni volte a celare il vero ed unico obiettivo: l‘accumulo dei profitti e l’allargamento globale dei mercati con il conseguente iper sfruttamento della forza-lavoro.
Fintantoché saranno questi i principi regolatori delle nostre esistenze non si potrà parlare dunque né di democrazia compiuta né di pace; né in un’ottica internazionale né in seno ai singoli paesi. Ed il conflitto sociale, esteso o circoscritto, non soltanto sarà ineluttabile ma necessario ed imprescindibile.
E’ questo che prima Marx e in un secondo momento Lenin – col suo Il socialismo e la guerra – intendevano circa l’utilizzo della violenza.
Essa può e deve essere esclusivo strumento rivoluzionario di difesa o di attacco contro l’aggressione e l’oppressione classista ed imperialista di quella borghesia che pur di mantenere i propri privilegi, il potere di controllo e accumulare sempre maggiori ricchezze, non disdegna qualunque mezzo.
Dallo sfruttamento generico al più vessatorio schiavismo, ormai tornato di attualità; dalla semplice repressione entro i patri confini, all’allargamento su scala mondiale dei conflitti regionali o della guerra vera e propria.
Di fronte ad una situazione siffatta appare evidente che parlare di pacifismo o di pacificazione sociale risulta quanto meno illusorio, quando non voglia dire perfino tollerare ed assecondare la pratica della violenza statale e padronale.
Il pacifismo, quale moda o epifenomeno culturale dettato dall’omologante ideologia del capitalismo crepuscolare, ha assunto oggi come non mai connotazioni chiaramente di classe e funzionali al sistema.
Viviamo in “regimi democratici” in cui si invoca il pacifismo ad ogni manifestazione ma in cui si accetta e si pratica volentieri l’uso della violenza statuale da parte delle Forze dell’Ordine.
Pertanto, se come si diceva più sopra il fine ultimo del marxismo e di una società comunista deve essere la pace; viceversa non si può invocare il pacifismo quando la violenza dei ceti dominanti si manifesta in tutta la sua spietatezza, non lasciando il più delle volte altra soluzione che una risposta altrettanto violenta. Non fa piacere ammetterlo ma di fatto è così.
Cos’è d’altronde la lotta di classe se non il punto cruciale di un conflitto sociale con cui la classe lavoratrice tenta di conquistare o riconquistare, attraverso ogni mezzo e spesso a prezzo della vita, quei diritti che lo stato liberale e il padronato mirano a sottrargli o quanto meno a limitare, con strumenti legislativi o mediante la violenta repressione delle lotte per l’acquisizione di quegli stessi diritti?
Fatte tali premesse si comprenderà perciò che se rapinare una banca è sbagliato secondo la legge, rapinare una banca responsabile del disastro economico in cui ci troviamo ad arrancare e del massacro sociale in atto -di cui d’altra parte pagano invariabilmente il prezzo i ceti più poveri- può diventare oltremodo giusto se inquadrato in un’ottica rivoluzionaria. Come scriveva d’altronde in Santa Giovanna dei Macelli Bertolt Brecht «è più criminale fondare una banca che rapinarla».
Se non uccidere è o dovrebbe essere, prima ancora che una prescrizione giuridica un imperativo etico e non scritto, risiedente nel nostro sentimento di umanità, uccidere un oppressore, un aguzzino, un tiranno, un criminale affamatore e sfruttatore del popolo può essere giusto, anzi lo è senz’altro in una prospettiva rivoluzionaria.
Il nazismo era legale e legali erano il suo razzismo, i suoi massacri, le sue camere a gas, in base alle leggi vigenti nel III Reich. Ma ciò non vuol dire che fossero giuste e coincidessero con l’idea di Bene, non dico assoluta o ontologica ma neanche con quella empirica e comunemente avvertita.
Va da sé che fosse giusto sovvertirlo quel potere, e ucciderne il Fuhrer. Come giusto fu fucilare Mussolini e i suoi gerarchi.
Si tratta in tutti questi casi, come può essere facile intuire, di gesti rivoluzionari che trascendono la mera categoria politica e affondano le loro radici in qualcosa di ben più profondo come l’istinto di sopravvivenza e la dignità della propria stessa esistenza.
È il sogno necessario e vitale di un mondo diverso, di una società diversa, di un diverso modo di intendere i rapporti umani che s’impone in questi casi.
In tal senso, l’ atto rivoluzionario -per riprendere il concetto di atto elaborato da Carmelo Bene- è un momento sublime di sospensione del tempo storico a favore di un presente immanente, che si condensa nella bellezza seppur terribile e nella purezza, oserei dire quasi fanciullesca, del gesto rivoluzionario.
La Storia e la linearità progressiva del tempo si annullano nel compiersi di quel gesto, lasciando il posto all’ebbrezza del godimento immediato del desiderio sovversivo.
Dice Carmelo Bene «La storia dovrebbe essere costituita da progetti da realizzare, da concretizzare: a un’ideazione, a una certa aspirazione politica, segue un’azione che gli darà corpo. Il Lorenzaccio (di Carmelo Bene, ndr) appartenente al ramo filo-popolare dei Medici, deve uccidere il suo parente Alessandro, signore-tiranno a Firenze di un regime aristocratico. La realizzazione dell’ideale repubblicano, l’instaurazione di uno stato di diritto (o comunque di qualcosa che politicamente gli si avvicina) è il movente che spinge Lorenzaccio a compiere il tirannicidio, ovvero il gesto della pugnalata che rivolgerà ad Alessandro.
Ma affinché il suddetto gesto riesca nel suo intento, la progettualità (l’ideale che lo spinge) deve venire del tutto dimenticata nella pura esecuzione delittuosa dell’affondo della lama: l’atto – in tal caso, dunque, omicida – per riuscire, per non fallire, non deve neanche minimamente curarsi del beneficio politico che arrecherà al popolo fiorentino (o comunque alla maggior parte di esso). L’atto, il gesto è allora del tutto gratuito, è fine a sé stesso, è compiuto per il solo intento di compierlo. Nella mentalità dell’atto –ovvero di chi agisce davvero– vi è piena equivalenza tra l’uccidere senza motivo un poveraccio e l’eliminare (mettiamo) Nerone».
Insomma l’atto rivoluzionario nel momento stesso del suo compiersi è storico e astorico insieme. Lo stesso dicasi per il soggetto che lo compie: cosciente della sua fattualità ma dimentico della sua Storia. Una frattura del Tempo. Uno strappo nella tela della Storia scritta dai padroni. Tale è il gesto, l’ atto rivoluzionario.
Si badi bene ovviamente che qui non si parla di una qualunque forma rivoluzionaria ma esclusivamente di quella di matrice marxista. Ci troviamo insimma in una dimensione simile a quella che Bataille nella postfazione di Lettera al padre definisce: «L’universo gioioso di Kafka».
In un tale universo l’innocenza del desiderio ed il sogno fanciullesco della rivoluzione –la borghesia lo definirebbe romantico- coincidono fatalmente con il desiderio di morte. Perché chi intraprende quel cammino finisce per assecondare, consapevolmente o meno, quell’intimo desiderio tanatoico che pervade ogni essere umano.
Ma lo fa, a differenza di Kafka, ponendosi un duplice obiettivo: la distruzione del potere borghese ed oppressivo, e la liberazione personale e di altri esseri umani.
Diceva Che Guevara: «Il guerrigliero è un riformatore sociale, che prende le armi rispondendo alla protesta carica d’ira del popolo contro i suoi oppressori, e lotta per mutare il regime sociale che mantiene nell’umiliazione e nella miseria tutti i suoi fratelli disarmati». E ancora: «Lasciami dire, a rischio di sembrare ridicolo, che il vero rivoluzionario è guidato da grandi sentimenti d’amore».
Negli anni ’70 un gruppo di compagne e di compagni, giovani donne e giovani uomini, assunse su di sé questo arduo compito e questo sogno rivoluzionario.
Lottarono, come altri in altri paesi nello stesso periodo, per la liberazione di un popolo –nel loro caso quello italiano- dalle avvilenti catene del capitalismo, dalle sue logiche mercantili, dallo sfruttamento e dalla riduzione a merce degli stessi esseri umani.
Furono sconfitti, probabilmente prima ancora che dallo stato liberal-borghese da un loro stesso errore di valutazione politica –non certo di analisi- e dalla mancanza di prospettiva di chi avrebbe dovuto seguirli (e che loro speravano li seguissero): il proletariato, la classe operaia e perché no quel gruppo dirigente del PCI che intendevano ridestare dal torpore in cui era piombato.
Con tutta evidenza non ci riuscirono. La giustizia “democratica” li gettò in galera: “democraticamente” li processò, li torturò e li bollò come terroristi. Termine ambiguo se a pronunciarlo sono governi e uomini che del terrorismo e della paura hanno fatto la prassi del loro dominio.
La speranza era di annientarne la forza e di cancellarne addirittura la memoria, strumentalizzando quegli eventi per controllare il presente e per destituire di fondamento l’idea stessa di conflitto sociale, di lotta di classe, di opposizione e di alternativa al sistema.
Bisognava sradicare una volta e per sempre quei concetti e quelle pratiche sovversive facendo passare l’equazione dissenso/conflitto uguale terrorismo. Comunismo uguale barbarie.
Fu la stessa Barbara Balzerani a dichiararlo più o meno esplicitamente nell’intervista citata all’inizio. Mentre noi ne abbiamo un esempio quasi tutti i giorni, con la repressione di ogni contestazione, manifestazione, sciopero.
Basti considerare cosa sta accadendo in questi tempi di guerra con la Palestina, con l’Iran con l’introduzione del reato di antisemitismo, con il nuovo Ddl sicurezza. Le parole d’ ordine sono normalizzazione. Imposizione del silenzio. Legge e Ordine.
Siamo difronte a un tentativo di annichilimento totale messo in atto dal potere “democratico” nei confronti di chiunque osi solo criticare o manifestare il proprio antagonismo.
Nei confronti di chiunque, come l’Angelo della Storia di Benjamin, osi solo pensare di riconnettersi ad una tradizione di lotte e conflitti, ridestare i morti e ricomporre le macerie del passato contro i venti di un progresso che promette guerra e atomiche.
«Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato», scriveva George Orwell in 1984. Ma fortunatamente c’è ancora chi a questo controllo non vuole sottostare. E parla, scrive, lotta, scende in piazza.
In questo tragico tornante della Storia c’è chi ancora decide di rifiutare il sistema del consumo, del mercato, dello scambio ineguale. Il sistema di dominio dell’impero a Stelle e Strisce e dei suoi vassalli a danno di una galassia di colonie saccheggiate.
C’è ancora chi pensa di poter combattere l’imperialismo mafioso e di rapina i cui unici totem sono il dollaro, i grafici di borsa e i profitti. E in cui noi stessi siamo ridotti a pura merce di scambio.
Si rassegnino lor signori. C’è ancora chi pretende di essere libero. Libero di vivere, di scrivere, di parlare, di esigere diritti. E c’è ancora, incredibile a dirsi, chi sogna di cambiare il mondo con un atto rivoluzionario capace di fare a pezzi la lurida morale borghese del potere
Perché come scriveva Majakovskij: «Nostra arma sono le nostre canzoni. Nostro oro sono le voci squillanti».
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