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Addio a Mario Santella: l’avanguardia tra teatro e politica

«Sono nato a Campobasso poco dopo l’inizio del secondo conflitto mondiale. Degli anni di guerra ricordo poco: ero troppo piccolo. Ma ricordo bene quelli del dopoguerra, anni di fame e di miseria. Malgrado ciò, ho avuto una infanzia felice e libera, in grandi spazi all’aperto, senza traffico e senza automobili, dove ancora si poteva giocare in mezzo alla strada, quando la solidarietà e l’amicizia erano ancora valori importanti.

A Campobasso ho vissuto fino a quattordici anni. Poi mi sono trasferito a Napoli, dove si è compiuta la mia formazione e dove tuttora vivo. Giovanissimo ho iniziato la mia carriera di uomo di teatro: attore, regista, drammaturgo.

Questo romanzo parla anche di questo. E del passaggio dal dopoguerra agli anni del cosiddetto “miracolo economico”, arrivando fino alle soglie della contestazione del ’68.

È anche la storia di una iniziazione. Mi si chiederà se si tratta di una vicenda autobiografica. Rispondo di sì, nella misura in cui è autobiografico l”‘Ulisse” di Joyce o la “Divina Commedia” di Dante.

D’altra parte Flaubert diceva: “Madame Bovary sono io”. Alcune situazioni e alcuni personaggi sono veri, altre situazioni e altri personaggi del tutto inventati. Ma che importanza ha? Quello che conta è che i personaggi e le situazioni vivano di vita propria nelle pagine del libro».

Sono le parole che compaiono sulla quarta di copertina del romanzo “Gli anni del sole nelle vene”. E poi, in una nota che apre il libro si legge: «Prima di dedicarmi al Teatro ero interessato alla letteratura. Ho iniziato a scrivere da adolescente. Più che il teatrante a quel tempo sognavo di fare lo scrittore».

A scrivere è Mario Santella. Poeta, scrittore, drammaturgo, attore. Ma soprattutto uno dei punti di riferimento dell’avanguardia teatrale napoletana negli anni ’70 e ’80. Mario ci ha lasciati ieri e, come scrivono i figli su Facebook: «Non ha sofferto. È rimasto sempre lucido fino all’ultimo, senza mai pensare alla morte. Ha continuato a pensare e a parlare della vita, delle cose quotidiane. Era solo un po’ scocciato e insofferente per la situazione, come spesso gli succedeva. Era come quando in sala d’attesa si innervosiva per il tempo che stava sprecando… Poi si è girato su un fianco e si è addormentato, e dopo pochi minuti se n’è andato».

Chi scrive ha appreso infatti la notizia ieri mattina presto proprio dal figlio, l’amico e compagno Samos, con cui avremmo dovuto partecipare alla presentazione di un libro nel pomeriggio.

Uomo tenero e malinconico quanto schivo e fermo negli ideali, che furono sempre di ascendenza marxista, Mario è stato un comunista mai dogmatico e sempre attento all’evolversi della realtà che lo circondava.

Ho goduto della sua amicizia, della sua ironia e della sua vivacità intellettuale in anni di cui serbo un ricordo appassionato, anche se non lo vedevo da tempo.

L’ho conosciuto nel lontano 1996. Io giovane critico lui figura di spicco del mondo della cultura e del teatro napoletano. Capofila di quella sperimentazione lunguistica, estetica e poetica che ha attraversato il decennio dei rivoluzionari Settanta in Italia.

Insieme alla compagna di allora, Maria Luisa Santella, aprirono il Teatro Ausonia (attuale Teatro Totò) punto di riferimento delle avanguardie artistiche e di una concezione antagonista del teatro. Alternativa rispetto all’istituzionalità drammaturgica e alle formalizzazioni borghesi che ammorbavano le scene patrie.

Ha animato il Gruppo Teatro Vorlensungen insieme a figure come Renato Carpentieri. Ha fondato la storica compagnia Teatro Alfred Jarry, con cui ha diretto e interpretato folgoranti messinscena dove l’umorismo e la risata si coniugavano sempre alla critica feroce contro le strutture del dominio e i vincoli della cultura ufficiale.

Per il cinema Santella ha preso parte a importanti pellicole d’autore, collaborando con registi di rilievo come Ettore Scola “Brutti sporchi e cattivi” , Nanni Moretti “Habemus Papam” , Pappi Corsicato “Chimera”, Gabriele Salvatores Sud” , Mario MartoneMorte di un matematico napoletano” . In televisione lo ricordiamo per la sua partecipazione allo sceneggiato “La vita di Antonio Petito” diretto da Gennaro Magliulo.

Dunque l‘ho conosciuto Mario, dicevo, in un periodo in cui la drammaturgia, la regia, l’attorialità sembravano ancora riuscire a parlare dal palco ad un pubblico attento e affamato di conoscenza e di pensiero critico. Ma erano gli ultimi bagliori di un’eco che risuonava dai già lontani anni ’70.

Il teatro come il cinema, la letteratura e l’arte stavano lentamente mutando patrimonio genetico per consegnarsi gradualmente alle attuali liturgie del profitto e del mercato.

La peste e la crudeltà non rientravano più in quel cerimoniale onirico in cui la realtà trasfigurandosi diventa verità rivelata. L’incubo lasciava il posto al sogno americanizzato di un’estetica artificiale e di un intrattenimento superficiale e senza costrutto

Mario, intellettuale comunista e visionario, queste cose le intuiva. Un pomeriggio stavamo camminando insieme a Renato Carpenteri, Lello Serao e altri per Via Benedetto Croce. Eravamo entrati immediatamente in sintonia per comunanza di idee e per affinità letterarie.

Durante quella passeggiata che per me conserva un alone quasi mitico, Mario mi consegnò un’analisi lucida e disincantata dei tempi che correvamo allora e che ci avrebbero atteso dopo. I futuri processi della storia si preoccuparono purtroppo di non smentirlo.

Sono stato qualche volta a casa sua a Tarsia, in quegli anni, ad intrecciare chiacchierate e disamine politiche sul presente. Gli avevo promesso un’intervista una decina di anni fa. Un’intervista che colpevolmente non gli ho mai fatto.

Gli ultimi scambi sul social non furono dei più felici, per motivi ovviamente politici. Me ne dispiacqui ma era normale. Il confronto e lo scontro tra compagni sono la regola. Il pane quotidiano di una prassi e di un’elaborazione teorica complessa, ancor più in tempi di sconfitta e ricostruzione.

Questo ricordo e questo saluto vogliono essere quindi una ricomposizione postuma e una dimostrazione di affetto. Con Mario perdiamo un compagno e uno degli ultimi intellettuali radicali in un’epoca che ha fatto della compatibilità col sistema l’orizzonte asfittico da raggiungere.

Che la terra ti sia lieve.

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1 Commento


  • Antonio D.

    ..in ricordo ottimo che porta a conoscenza di molti lettori e compagni di una storia; la biografia di un intelligenza fin troppo sottovalutata da attuali “nullità” critiche; morali ed etiche. RIP tranquillo; i “compagni” sorveglieranno i tuoi ricordi e pratiche da regista e teatrali! RIP.

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