Siamo andati a vedere Naza, il film più atteso e più importante del concorso veneziano, pensando che il titolo fosse un gioco di parole fra “Gaza” e “Nazi”. Sapevamo, come tutti, che è diretto da due registi che avevano già lavorato al documentario No Other Land (vincitore dell’Oscar), Yuval Abraham e Rachel Szor. E sapevamo che nel film parlano 24 esponenti dell’esercito e dell’Intelligence israeliani, nelle modalità che ora vi descriveremo.
Abbiamo scoperto dalle primissime battute del film che il termine “naza” è invece un acronimo che indica in ebraico i “danni collaterali”, le persone innocenti che potrebbero essere uccise nel momento in cui viene colpito un “obiettivo”, ovvero un militante (o presunto tale) di Hamas attivo nella striscia di Gaza.
Ma può darsi che il gioco di parole da noi ipotizzato, sotto sotto, ci sia: e il fatto che l’IDF e il Mossad definiscano così i morti palestinesi rende il tutto doppiamente sinistro.
No Other Land era un documentario sulla Cisgiordania, sulle violenze dei coloni. Era diretto da quattro registi: oltre ai due citati, Basel Adra e Hamdan Ballal, palestinesi. Era dunque un raro e coraggioso esempio di collaborazione fra cineasti israeliani e palestinesi.
Naza è firmato dai soli Abraham e Szor ed è facile capire perché: solo degli israeliani, probabilmente, potevano convincere dei militari a sbottonarsi in quel modo.
Prima di ogni altra cosa crediamo sia giusto riportarvi le loro parole, dal catalogo della mostra: “Abbiamo realizzato questo film spinti dal dovere di usare la nostra posizione di israeliani per analizzare i sistemi dietro all’uccisione di massa di civili palestinesi di cui il nostro Paese è responsabile. Durante le riprese negli ultimi tre anni, ci siamo trovati a porci le stesse domande della generazione dei nostri nonni e di tutto il Novecento: come può un gruppo di persone permettere la totale disumanizzazione di un altro? Come funziona dall’interno un sistema del genere?”.
È inoltre fondamentale aggiungere alcune informazioni sulla produzione. Le interviste montate negli 80 minuti di film sono già state pubblicate sul quotidiano britannico The Guardian, che co-produce il film e che le ha realizzate in collaborazione con due organi di stampa indipendenti, +972 Magazine e Local Call.
Fra i produttori figura Jonathan Glazer, il regista di La zona d’interesse (il film su Auschwitz), e magari può essere interessante sapere che Glazer, nato a Londra, è un ebreo ashkenazita.
Il Guardian è per così dire il “garante giornalistico” del film. È importante dirlo perché vedendo il film potrebbe sorgere il sospetto della messinscena: una didascalia iniziale ci informa che i volti dei testimoni sono volutamente invisibili e le loro voci sono state digitalmente alterate, per renderli non identificabili. Per cui qualcuno potrebbe alzare il ditino e chiedere: chi ci assicura che siano veri? Lo assicura il Guardian, uno dei giornali più seri del mondo.
Naza è tutto girato di notte. I volti degli intervistati sono sempre al buio. Le interviste avvengono sul tetto di un palazzo di Tel Aviv: si vede tutta la città, i televisori accesi nelle case, il traffico, l’edificio dove ha sede il comando dell’IDF, l’esercito israeliano.
Tel Aviv fa da controcanto alle dichiarazioni. Che sono spaventose. A un certo punto Abraham – che invece è riconoscibile come intervistatore – chiede a uno dei tecnici dell’IDF se pensa che a Gaza sia in corso un genocidio. “Ovviamente sì”, è la risposta.
Poi l’uomo, che è un tecnico video, di quelli che osservano Gaza attraverso i droni, racconta di quando i palestinesi sono accorsi a migliaia a una distribuzione di cibo. “C’era questa fiumana di persone, e ogni tanto qualcuno usciva dallo spazio prestabilito dove potevano camminare, e i nostri cecchini avevano l’ordine di abbatterli, chiunque fossero, anche bambini. Ne avranno ammazzati a decine”.
E tu cosa provavi a vedere queste cose? “Beh, era divertente. Sembrava un videogioco. Era incredibilmente divertente”.
Vanno dette due cose. Nessuno degli intervistati è un soldato che lavorava – diciamo così – sul campo. Sono tutti addetti alla sorveglianza video e audio, alle intercettazioni, all’individuazione del “nemico”. E questo è importante: non è gente che ha ammazzato qualcuno, e gli va riconosciuto il coraggio di testimoniare.
Ma l’altra cosa da dire è che nessuno di loro sembra particolarmente sconvolto da ciò che ha visto e che ha contribuito a fare. Tre o quattro di loro lo dicono chiaramente: “Io sono un tecnico. Io individuo un terrorista nel suo appartamento e dico all’autorità militare che intorno a lui ci sono dieci, venti, cento naza, possibili vittime collaterali. Poi è l’ufficiale che decide se sparare o no. Sono le regole. Io obbedisco alle regole”.
Più o meno quello che diceva Eichmann nel famoso processo raccontato da Hannah Arendt.
Uno dei passaggi più impressionanti, ma anche più illuminanti del film è la descrizione dell’operazione Lavender – l’hanno chiamata così, “lavanda”, come un profumo. È una pura operazione di Intelligence. IDF e Mossad, secondo questi testimoni, controllano TUTTI i telefoni cellulari attivi a Gaza. Possono entrarci, vedere le foto, leggere i messaggi. Basta che un telefono comunichi una volta con il telefono di un militante di Hamas perché quella persona diventi a sua volta un potenziale terrorista.
Ovviamente i telefoni sono localizzati. Quando si decide di eliminare un esponente di Hamas, lo si individua attraverso il cellulare, possibilmente a casa, di notte, mentre dorme: “È più sicuro”.
Uno dei testimoni racconta che una volta si sono assicurati che il cellulare fosse nello stesso punto da un po’ di tempo, poi hanno colpito: “Il giorno dopo abbiamo scoperto che l’uomo era uscito e aveva dimenticato il telefono a casa. Abbiamo ammazzato tutti i suoi familiari e i suoi vicini e lui se l’è cavata. Dal punto di vista professionale è stato uno smacco”.
Un altro confessa che Lavender funziona all’85%. Quindi – chiede Abraham – nel 15% dei casi ammazzate gente che non c’entra nulla. “Sì”. Il testimone non lo dice, ma si capisce chiaramente che – dal punto di vista dell’esercito israeliano – a Gaza non esistono persone “che non c’entrano nulla”.
Naza è il film più terribile e spaventoso che abbiate mai visto. Perché è “freddo”. Non gioca sull’emotività. Questa gente non piange né si emoziona raccontando queste cose. È il loro lavoro. Sono i volonterosi carnefici di Netanyahu.
* da Strisciarossa
- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO
Ultima modifica: stampa
