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Gaza. Ogni cosa è causa di morte

Sulla soglia di una città dove il dolore della terra si riversa nel mare, le penne tacciono. Cosa si può dire, commentare, analizzare o raffigurare di un bambino sotto le macerie, che dice: “Zio, sono vivo”, prima di svanire nell’oscurità dei cuori, lasciando dietro di sé un dolore tale da annidarsi per sempre in questa regione che non ha conosciuto altro che sofferenza, che ha deciso di diventarne la compagna costante, ricordandogli ogni giorno il suo destino?

Che tipo di morte è questa che si risveglia ogni mattina nelle strade, nelle piazze, nei campi, nelle case e nelle tende, portando con sé tutto il suo arsenale, in agguato per i resti di vita, per un’innocenza che non è ancora sbocciata? Così, i nostri figli muoiono senza altra ragione se non quella di essere palestinesi, il loro destino decretato di nascere in questa regione che l’indovino un tempo predisse sarebbe rimasta maledetta.

Ma la miseria è più grande di ogni maledizione, e le lacrime sono diventate l’unica cosa viva in questa zona di morte. Ogni cosa è causa di morte. La gente muore nelle tende, per insetti, roditori, proiettili, fame, caldo, freddo, cuori e spiriti spezzati. Gaza muore per le strade e negli edifici le cui porte hanno perso il loro cigolio. E noi moriamo per l’oppressione.

Che epoca è questa, dove viviamo così umilmente? Hanno scelto la morte senza rimorsi. Gli era stato detto: “Non vivete negli edifici piegati dai bombardamenti; crolleranno”. Le vittime hanno risposto: “Lasciateci in pace. La morte verrà da noi nelle tende con tutta la sofferenza che la precede. Almeno qui, la morte arriva senza dolorosi preludi”. Oh Dio, quando sai che morirai in un luogo e lo scegli al posto della vita, quale cuore rimane capace di vivere? Quale mente può scrivere una riga sul pianto di un bambino prima di spegnersi?

In una regione il cui destino non ha eguali, le persone dormono nella tragedia e si risvegliano nella catastrofe.

La memoria è impressa sulle madri in lacrime, affranti dal dolore, che abbracciano i corpi dei loro cari prima dell’ultimo saluto, e sul lamento incessante iniziato quando i corvi della distruzione hanno riempito i cieli di Gaza, scatenando la morte da ogni direzione.

Il mare è morte, il cielo è morte, la sabbia è estratta, e la morte emerge dalle macerie e da ogni cosa. Questo è il destino che attende Gaza, come ha ribadito il ministro della difesa Israel Katz: non esiste altro progetto se non l’emigrazione, che rende necessaria l’inarrestabile diffusione della morte con ogni mezzo. Il crollo dell’edificio – uno di tremila strutture simili – è stato solo una delle tante potenziali fonti di morte a Gaza.

A Gaza, le persone hanno perso ogni interesse per la vita, perché da anni essa è indissolubilmente legata alla morte. Entrambe sono simili per le loro caratteristiche e per il dolore che infliggono, ma la morte è leggermente più misericordiosa di una vita che punge i corpi, frantuma le ossa, addolora i cuori e offusca i volti di uomini e donne come se fossero appena tornati da battaglie di polvere e vento senza vittoria, in un luogo destinato a essere sottoposto agli esperimenti di dilettanti e novizi della politica, affinché noi possiamo raccogliere tutta questa morte e distruzione.

La storia con Israele è lunga e dolorosa e rimarrà impressa nella storia. Nessuna risoluzione internazionale o giustizia tardiva, che deve ancora arrivare, potrà cancellarla. La memoria palestinese rimarrà aperta al giudizio, registrando a lungo l’esistenza di uno Stato che ha riversato su di loro ogni sorta di morte e sofferenza, uccidendo i loro figli, demolendo le loro case, distruggendo le loro città e bruciando i loro quartieri e le loro strade. La storia non la proteggerà dalla rabbia che ha messo radici nel profondo dei loro cuori.

Ma che ne sarà di noi? Che dire dell’organizzazione dilettantistica che ha trasformato Gaza in un banco di prova per una serie di credenze ingenue, indegne di essere considerate politica, guerra, conflitto o prova di volontà?

Come ha potuto, con il suo approccio superficiale alla politica e alla guerra, produrre una simile sconfitta per sé stessa, per il suo popolo, per la sua causa, per la sua nazione e per il suo asse, che ora sta pagando il prezzo di aver preso sul serio tale approccio superficiale, senza soffermarsi a considerare dettagli che erano chiarissimi a chiunque volesse formulare politiche o combattere, dettagli sufficienti per chiunque volesse capire? E ora?

Cosa significa maledire il mondo? Maledire le Nazioni Unite, le istituzioni internazionali fallite, l’Europa impotente e lo stato paralizzato degli arabi e dei musulmani? Che dire dei palestinesi che si sono attirati addosso tutta questa distruzione? Che dire di Hamas, che, come tutti gli abitanti di Gaza, ora non ha altro che lacrime? Come potrà Gaza uscire da tutto questo? E se questa situazione dovesse protrarsi a lungo come unica via di fuga? Israele non vuole che Hamas rinunci al potere e alle armi, e questo è chiaro a tutti.

Cosa fare, dunque, quando l’equazione diventa diretta, senza possibilità di manovra? Ciò che resta del dominio e delle armi di Hamas sono strumenti per completare la tortura e lo sfollamento forzato. Cosa fare, quindi? Dopo questa guerra, nulla di ciò che accade nel mondo ha più importanza per gli abitanti di Gaza, che il mondo rimanga in piedi o crolli.

Perché Gaza, con la sua sofferenza, è il centro del loro universo, un universo che incessantemente elargisce loro quotidianamente la morte, replicandone le molteplici forme. Quanto è miserabile il mondo quando un bambino è assediato dalla morte da ogni lato, senza che questo mondo intervenga, insieme a tutti i politici che lo hanno condotto a una fine così orribile… che un intero edificio venga trasformato in una bara di pietra collettiva: quale mente può sopportare questo? Mio Dio, cosa ci è successo? E come?  

(Traduzione a cura di Bassam Saleh)

*Scrittore e Analista Politico

Da Al-Ayyam

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