“Oddio hanno assaltato la Feltrinelli! Oddio la cultura non si tocca! Sapesse contessa, quegli screanzati incappucciati non hanno rispetto per nulla. Neanche per i libri e per il pensiero!”
Sui social da qualche giorno non si legge altro. Accuse ai giovani che avrebbero devastato le città (qualche cassonetto rivoltato e qualche sampietrino), rotto vetrine e saccheggiato appunto la Feltrinelli a Torino.
Un geocidio in Palestina. Un rincaro dei prezzi e delle bollette tale da ridurre interi nuclei familiari alla scelta tra il pranzo e la cena.
La benzina e il gasolio alle stelle grazie alle guerre dell’occidente: Ucraina e Iran su tutte. Agricoltori, autotrasporti e classe operaia in agitazione. Circolazione delle merci paralizzata.
Il valore di acquisto dei salari sempre più basso. Affitti per gli studenti fuori sede a mille euro a stanza. Miliardi buttati per il riarmo e sostenere la crisi del debito Usa
Ragazzi di città e giovanissimi delle periferie -i cosiddetti “maranza” come vengono definiti a destra e a sinistra gli adolescenti dei quartieri popolari e marginali: con becero accento razzista dalla prima; e sprezzante tono classista, moralista e paternalistico dalla seconda – ragazzi, si diceva, senza un cazzo di futuro…
E di fronte a questo lugubre paesaggio socio-economico le opulente borghesie reazionarie e l’aristocrazia intellettuale liberal-progressista si preoccupano di due vetrine rotte e della Feltrinelli assaltata.
Come ha scritto un compagno su Facebook (Italo Nobile ndr.): «Ci stanno intellettuali che hanno letto Wittgenstein e si lamentano di fatto che chi abbia rotto le vetrine ieri non abbia portato con sé i libri della Feltrinelli. A parte il fatto che i libri nelle vetrine Feltrinelli sono meno utili della carta igienica. Ma se tu hai letto tanti libri e ragioni così allora questi ragazzi i libri che se li rubano a fare?».
In effetti la domanda è logica e contestuale. Perché quando sento parlare di mancanza di rispetto per la cultura, il pensiero e i libri, spontanei mi si rappresentano alcuni interrogativi. Mi chiedo ovvero:
Quale cultura: quella dei mercanti? Quale pensiero: quello dei padroni? Quali libri: quelli da scaffale Megastore? Perché, se non ve ne foste accorti La Feltrinelli è cambiata. Cazzo, se è cambiata.
Si è trasformata in un anello della catena di montaggio che crea il prodotto colonialista della fabbrica dell’immaginario, nel regno del Capitale.
Nella Feltrinelli di Giangiacomo il commercio del libro era uno strumento di un progetto culturale e politico, per allargare la diffusione della conoscenza e il sapere di classe ai ceti popolari. Anche la politica dei prezzi contenuti era dunque funzionale. E comunque allora i libri venivano rubati anche alla Feltrinelli, perché la fame di sapere eccedeva la capacità delle tasche…
Nella Feltrinelli contemporanea il progetto culturale è subalterno alle esigenze di cassa di un grande gruppo commerciale rivolto a un pubblico vasto, diversificato ma soprattutto omologato e massificato.
Alla Feltrinelli del Giangi marxismo, rivoluzioni, anticolonialismo e conflitti sociali avevano una presenza dominante nel progetto editoriale.
Oggi la politica e la saggistica sugli scaffali rappresentano il mainstream e il pensiero dominante. Accanto ad esse narrativa commerciale, gialli, romance, fumetti, libri per ragazzi e divulgazione.
Nelle librerie del compagno Osvaldo trovavi: “Marxismo, rivoluzione e lotte sociali” , “Cuba, Vietnam e America Latina” , “Letteratura d’avanguardia e controcultura”, “Riviste, arte, cinema e dibattito culturale”.
Oggi trovi De Giovanni, Veltroni, Carofiglio, Elle Kennedy, Felicia Kingsley, Gianluca Gotto e Liala. Insomma le icone stracciate del postmodernismo intellettuale e gastronomico. Deprimenti “miti” del consumo editoriale.
Un tempo quella libreria cercava di formare un lettore capace di interpretare criticamente il mondo. Oggi deve innanzitutto riuscire a parlare a una pluralità di lettori e di interessi. Insomma alla società del Mercato.
La Feltrinelli di Giangiacomo avrebbe accolto a braccia aperte la compagna Barbara Balzerani, guerrigliera, militante, decenno passati in galera per aver creduto al sogno della rivoluzione e aver fatto tremare lo Stato borghese. Poi, una volta fuori, scrittrice dalla letteratura potente: partigiana, politica, sovversiva. Sporca di terra e di sangue. Fatta di ossa e di nervi.
La Feltrinelli del nuovo corso mercantile e dell’intellighenzia liberal-sinistrese, viceversa, la fece espellere dalla casa editrice. Lo scrittore “de sinistra” Antonio Tabucchi – da tempo passato anch’egli a miglior vita – con modalità ricattatorie costrinse la dirigenza a scegliere tra lui stesso, affermato intellettuale, e l’ex brigatista.
Scelta scontata. Il profitto ha le sue regole. E così Barbara rimase fuori dal luna park del consumo. La parola rivoluzionaria era diventata scomoda e pericolosa.
E allora, cari sgomenti moralizzatori da salotto avete voglia di starnazzare. Mettetevelo bene in testa. Se Giangiacomo fosse stato vivo agli incappucciati e ai maranza avrebbe certamente dato una mano. Anzi li avrebbe guidati all’assalto, il compagno Osvaldo. All’assalto della sua stessa creatura. Che lo ha dimenticato e tradito.
Contro l’egemonia culturale delle classi dominanti. Per la controcultura. Con i Riot…
P.s. Per chi non ha potuto conoscere le idee di Giangiacomo, o le ha dimenticate, riproponiamo queste brevi citazioni:
“Disarmo delle forze di polizia e armamento di operai e contadini
«disarmo e scioglimento di tutte le forze di polizia, creazione di un corpo di polizia civile, non militarizzato, disarmato e dipendente dalle amministrazioni locali. In particolare, scioglimento dei reparti speciali dei carabinieri, della polizia, caschi blu, paracadutisti, veri strumenti perenni del colpo di stato che il sistema capitalista tiene in efficienza per supplire alla sempre più effimera consistenza del cosiddetto “consenso democratico”;
disarmo dell’esercito, riduzione immediata nella misura dell’80% delle spese militari, trasformazione del servizio di leva in un periodo di lavoro obbligatorio da utilizzare nei programmi di sviluppo agricolo e in opere di pubblica utilità;
distribuzione delle armi agli operai e contadini e formazione di una milizia operaia e contadina sotto il controllo dei consigli operai e contadini;
denuncia del Patto Atlantico e uscita dell’Italia dalla NATO»
E ancora:
«Se per realizzare queste rivendicazioni, questi obiettivi politici respingiamo la strategia riformista coerentemente espressa da Amendola e la soluzione paternalistica di Agnelli, dobbiamo con altrettanta coerenza e franchezza convincerci che una strategia rivoluzionaria comporta e richiede l’uso sistematico della violenza politica, l’uso politico della violenza a fianco delle lotte di massa: solo così potremo battere e sconfiggere la coalizione delle destre e le oligarchie.
Unire tutte le forze politiche comuniste e le classi lavoratrici intorno a una piattaforma politica avanzata che esprima tutte le esigenze rivoluzionarie, le rivendicazioni economiche e politiche dei lavoratori ci sembra compito urgente e improrogabile per contrastare, respingere e sconfiggere la strategia e la tattica dell’avversario di classe, per battere, sconfiggere la coalizione delle destre e l’imperialismo.
Questo significa affrontare l’avversario di classe sul fronte economico, nella fabbrica e fuori della fabbrica, impedendo la sistematica rapina del plusvalore e l’assalto al salario condotto attraverso la manipolazione capitalista dei prezzi; questo significa affrontarlo sul piano politico smascherando e impedendo tutte le manipolazioni e i tentativi avversari di imporre con la violenza o con la persuasione il consenso verso uno Stato e un sistema antagonistico agli interessi delle classi lavoratrici; questo significa affrontare e sconfiggere le forze di repressione dei padroni e dell’imperialismo»
[Giangiacomo Feltrinelli, Contro l’imperialismo e la coalizione delle destre]
Voi dite, che da lassù è particolarmente affranto?
* Grazie a Lavinia Marchetti per la memoria
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