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Gli Strokes a Bologna: le contraddizioni del rock nell’epoca del consumo

Il 17 ottobre 2026, all’Unipol Arena di Bologna, gli Strokes sono tornati in Italia dopo quindici anni dall’ultima esibizione nel nostro Paese. L’unica data italiana del tour del nuovo album Reality Awaits aveva registrato il tutto esaurito già all’apertura delle vendite, mesi prima del concerto.

Una corsa al rock, a una musica che ormai trova poco spazio nei media mainstream, se non sporadicamente. Una musica che ha ancora molto da dire e che, tuttavia, costa quanto altri generi oggi più in voga e commerciali.

La musica dal vivo è sempre meno accessibile e i grandi eventi sono diventati ormai proibitivi. Eppure le passioni, a volte, sono indomabili. Si corre, ci si mette in coda sulle piattaforme di vendita e si cerca di accaparrarsi un biglietto che promette emozioni, ma che rischia anche di lasciare addosso una certa rabbia.

Per riuscire a comprarlo bisogna battere sul tempo tante altre persone, magari anche più appassionate, e poi fare i conti con una spesa che costringe a stringere la cinghia per tutto il mese.

Un concerto può così restituirci, ancora prima di cominciare, la consapevolezza delle contraddizioni che attraversano il nostro tempo: la competizione, il consumismo, la speculazione, le ingiustizie sociali, l’alienazione. Eppure gli Strokes, fin dal 2001, anno del loro esordio, ci hanno parlato proprio di questo.

Il protagonista che attraversa gran parte della loro produzione artistica sembra vivere quella condizione di amore liquido di cui ci parlava Zygmunt Bauman. Nella società capitalista, è continuamente diviso tra il desiderio di instaurare legami e il timore che questi possano limitare la sua libertà individuale.

Ha paura di soffrire, fatica a comunicare con gli altri e a sentirsi compreso, sviluppa comportamenti disfunzionali, tendenze manipolatorie e il bisogno di prevalere sull’altro. Intrattiene relazioni sociali, ma continua a sentirsi solo, alienato, insoddisfatto e disorientato.

Negli Strokes, il malessere esistenziale del protagonista sembra riflettere una condizione sociale più ampia. L’individuo non si sente parte di una struttura collettiva, non riconosce un’appartenenza a un gruppo e questa mancanza lo devasta. A compensare, almeno in parte, il disagio restano abitudini dissolutе, capaci di anestetizzare la sofferenza senza risolverla.

Il contesto è quello di una società precaria, popolata da individui costretti a competere gli uni con gli altri. In molti brani si avverte la critica alle istituzioni, individuate come una delle fonti delle insoddisfazioni individuali.

Emerge anche l’impossibilità, o la difficoltà, di costruire un’alternativa collettiva a una condizione di malessere che pure è condivisa. Gli individui rimangono concentrati sulla propria autoconservazione e finiscono per restare prigionieri del consumo.

Manca, dunque, una volontà collettiva capace di tradurre il disagio in un progetto politico conflittuale, fondato sulla solidarietà e sulla ricostruzione dei legami. La reazione possibile rimane dunque prevalentemente individuale. Rifiutare le convenzioni, cercare esperienze alternative, sottrarsi per quanto possibile alle regole imposte.

Non si arriva però a promuovere un cambiamento collettivo, a sovvertire i rapporti che producono disuguaglianze, ingiustizie sociali e alienazione. L’individuo riconosce la propria condizione ma non riesce a fare ciò che sarebbe necessario per liberarsene.

Si arriva così al nuovo album, Reality Awaits, che tanto nello stile, con l’impiego dell’Auto-Tune, quanto nei temi si immerge nelle contraddizioni della contemporaneità. È il mondo in cui la distanza economica tra super ricchi e poveri continua ad allargarsi, la censura e la disinformazione condizionano l’accesso alle informazioni e cresce la dipendenza dalle nuove tecnologie.

Il titolo, Reality Awaits, ci dice che la realtà ci attende, che è in arrivo. Ma siamo davvero coscienti di ciò che sta accadendo? Siamo consapevoli della realtà in cui viviamo o preferiamo ignorarla?

È una realtà cruda, disturbante, sconcertante. Una realtà in cui chi dispone del potere può imporsi sugli altri, prendere ciò che vuole e andarsene, lasciandosi alle spalle soltanto devastazione.

Di fronte a tutto questo ci si arrende, ci si disillude. Il consumismo sembra diventare l’unica strada percorribile, mentre il benessere personale viene anteposto alla solidarietà.

Poi arrivano i rimorsi e la frustrazione per aver accettato passivamente una condizione che si contribuisce a riprodurre. Da questa consapevolezza può però nascere una nuova lucidità. Ribellarsi e resistere diventano le alternative possibili alla rassegnazione.

Dall’inizio della loro carriera fino all’ultimo album, gli Strokes sembrano così compiere un percorso che parte dalla crisi esistenziale dell’individuo e arriva progressivamente a individuare le responsabilità sociali che alimentano quel disagio.

Il malessere personale si rivela legato a un sistema che condiziona i rapporti umani, restringe gli spazi di libertà e rende difficile immaginare un cambiamento condiviso.

Ma è proprio l’esperienza concreta del concerto a Bologna a riportare queste contraddizioni dentro la vita quotidiana.

Per raggiungere l’Unipol Arena bisogna prima cercare di prendere un treno, mentre in stazione si fugge dalle cariche della polizia durante gli scontri legati alle manifestazioni studentesche di quella stessa giornata.

Poi si scopre che il collegamento ferroviario verso il luogo del concerto ha una frequenza di un treno all’ora, nonostante Bologna venga scelta da band di un certo rilievo anche per essere considerata una delle città meglio servite in Italia per eventi di questa portata.

Il treno è in ritardo e, quando arriva, è talmente pieno che alcune persone non riescono nemmeno a salirvi. Bisogna cercarne un altro, che però ferma a mezz’ora di cammino dall’Unipol Arena.

Una volta arrivati, si pagano otto euro per una birra scadente, cercando comunque di rinfrescarsi e di conservare il clima di festa. È il concerto che aspettavi da tempo, quello per cui hai fatto i conti e messo da parte i soldi.

Non vuoi rinunciare all’emozione della serata. Tuttavia i servizi sono scadenti e i costi elevati anche nella città scelta per ospitare un evento di questa portata.

La rabbia che ne deriva non può sorprendere. Le difficoltà negli spostamenti, l’insufficienza dei collegamenti e i prezzi dei servizi contribuiscono a trasformare un momento di condivisione in un’esperienza segnata da ostacoli e disagi.

È difficile non cogliere la contraddizione tra la promessa di una grande festa collettiva e le condizioni materiali in cui quella festa viene resa possibile.

A chiudere perfettamente il cerchio arriva, nel bel mezzo del concerto, Julian Casablancas che canta Bella Ciao. E questo momento assume un significato particolare, alla luce del percorso che attraversa la musica degli Strokes e delle contraddizioni vissute per arrivare fin lì.

Nel corso della sua carriera e durante il concerto all’Unipol Arena, Casablancas sembra suggerire, anche attraverso l’ironia, quanto possa risultare contraddittorio il rapporto tra arte e circuiti commerciali.

La musica che nasce come espressione di un disagio e di un rifiuto rischia di essere assorbita dagli stessi meccanismi di mercato che contribuiscono a produrre quel disagio.

Da qui la necessità dunque di cercare forme alternative, di resistere e di non rassegnarsi a ciò che viene imposto da chi ha il potere di arricchirsi sulle spalle degli altri.

Sostenere l’underground, costruire spazi culturali indipendenti e organizzarsi collettivamente possono diventare altrettante possibilità per sottrarsi, almeno in parte, alla logica dominante.

Il concerto degli Strokes, con tutte le sue contraddizioni, lascia così nella testa alcune domande senza risposta. Se il disagio è condiviso, perché continuiamo a viverlo individualmente?

Se riconosciamo i meccanismi che ci tengono legati al consumo e alla competizione, come possiamo trasformare questa consapevolezza in un’esperienza collettiva?

Forse è proprio qui che la musica può ancora svolgere una funzione importante. Dare voce a un malessere comune, renderlo riconoscibile e aprire uno spazio in cui immaginare altre possibilità.

Perché la realtà ci attende, come suggerisce il titolo dell’ultimo album. Resta da capire se saremo disposti a guardarla in faccia e, soprattutto, a fare qualcosa insieme per cambiarla. Partendo forse proprio dall’underground.

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