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Libia, una questione tribale

 Nessun analista, sulla base di dati economici e sociali che differenziavano il paese maghrebino da Tunisia ed Egitto, avrebbe creduto ad un epilogo del genere. Il ‘fattore Facebook’ e l’emulazione in tutto questo sono stati relativamente marginali, come il ruolo giocato dalle opposizioni all’estero. Il colonnello Gheddafi poteva evitare tutto questo se solo avesse dato preventivamente spazio alla corrente riformista presente all’interno della Jamahiriya.
E’ almeno dal 2005 che Seif al-Islam Gheddafi, il volto più spendibile a livello internazionale ed interno, tra i tanti (otto) figli del Colonnello insieme a quello di Aisha Gheddafi, stava cercando di trovare una nuova strada per svecchiare la ‘rivoluzione verde’, ormai impantanata in logiche di potere e cristallizzata intorno ad una casta di tecnocrati cresciuti all’ombra dei pozzi petroliferi. La Fondazione Gheddafi, presieduta da Seif, si era specializzata sulla questione dei diritti umani, pubblicando un libro bianco sulle condizioni delle carceri e delle libertà nel paese per due anni, l’ultimo nel novembre 2010. L’altro fattore di rinnovamento era la stampa, gestita dalla compagnia privata al Ghad, con sede a Londra e che possiede i quotidiani Qea, Quryna e l’agenzia Libya Press, chiusa a fine 2010. La rivoluzione antimperialista, anticolonialista, panarabista e panafricana che ha liberato la Libia dalla sudditanza del colonialismo militare ed economico occidentale, quella rivoluzione che ha infiammato i cuori, non nascondiamolo, anche delle sinistre italiane, si è trasformata nel corso degli anni in un vuoto simulacro retorico, quello della democrazia diretta, che rappresentava solo un’eco lontana dell’ideologia dello Stato delle masse e della sua terza via tra comunismo e capitalismo. Nel 2004 il Paese si risveglia dall’embargo, vengono riaperti i mercati, si riattivano i canali internazionali, calano le multinazionali. Rimane sempre il concetto di non sudditanza economica: chi vuole aprire aziende, deve avere un partner libico: così fa anche Unicredit Libia, che avrebbe dovuto aprire i battenti nel luglio 2011. I suoi uffici si affacciano proprio su quella Piazza Verde, simbolo della passata rivoluzione e oggi teatro di efferati scontri. Il commercio al minuto è vietato agli stranieri. Il paese, nonostante una disparità nella redistribuzione delle rendite petrolifere sia territoriale che tribale, ha comunque reinvestito miliardi di dollari in infrastrutture e in un sistema di stato sociale che ha fatto sì che comunque, il reddito pro capite fosse sui 14mila dollari, cifra considerevole in un paese africano. Sono le tribù ad essersi sollevate in Libia, non i giovani intellettuali né le masse operaie, che nel Paese sono perlopiù composte da lavoratori stranieri, e l’esercito, vero artefice nella caduta di Mubarak e di Ben Ali, in Libia si è in parte polverizzato, in parte sostiene i ribelli e in parte, come l’aviazione, sta manifestando fedeltà al Colonnello.

Gheddafi ha perso la Cirenaica ma non è ancora fuori dai giochi. La sua tribù al momento controlla Sirte e la capitale è sotto copertura militare. L’ovest per il momento tiene, lo testimonia il fatto che il confine con la Tunisia è sotto controllo, mentre le oasi a sud apparentemente non prendono posizione. Ma, quella che sembra profilarsi all’orizzonte. Mentre la Libia crolla tornano fuori, come nei Balcani dopo Milosevic, i legami di sangue, le appartenenze, la famiglia. E’ alla tribù il richiamo fatto da Gheddafi nel suo discorso, è alla tribù quello fatto dal principe ereditario Idris Al Senussi o dallo sheik Akram Al-Warfalli dell’omonima tribù dei Warfalla. Sono le tribù che si sono dichiarate pro o contro Gheddafi. E non sono bastati i preventivi miliardi di investimento infrastrutturale dichiarati dal Qaid poco tempo prima della tempesta: 150 miliardi di dollari da destinare alla costruzione di 300mila alloggi residenziali e destinati alla costruzione di porti, aeroporti e il rinnovamento di 41 città.

* da www.peacereporter.net

 

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