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Il Medio Oriente dopo Tripoli

Michele Giorgio
RIFLESSI ARABI Le mire diverse di Israele
Egitto, Qatar e sauditi: tre interessi diversi

IL CAIRO
«La Nato si faccia subito da parte e lasci la Libia al suo popolo». Ahmed Maher e gli altri giovani del Movimento 6 aprile, protagonista della rivoluzione egiziana, hanno le idee chiare sulle mire e gli interessi dei Paesi occidentali, mascherati da intervento «militare-umanitario», nella Libia del dopo-Gheddafi. E ieri sono intervenuti per chiarire di nuovo la loro posizione, dopo aver applaudito cinque mesi fa alla ribellione anti-Gheddafi.
Il governo di Essam Sharaf invece ha rotto gli indugi e l’altra sera il ministro degli esteri Mohammed Kamel Amr ha riconosciuto il Cnt, sottolineando che l’Egitto ha contribuito, attraverso la frontiera di Sallum, a far arrivare nei mesi scorsi a Bengasi e alla Libia orientale aiuti vitali alla popolazione civile. «Forse anche equipaggiamenti militari» spiega al manifesto Ziad Akl, analista del Centro Ahram per gli Studi Strategici, esperto di relazioni tra Libia ed Egitto. «Il Cairo post-rivoluzionario ha guardato subito con favore alla sollevazione libica, ma ha preferito mantenere una posizione di basso profilo, a differenza di altri paesi arabi e della stessa Lega araba (che ha coperto l’intervento militare occidentale e Nato, ndr), per evitare che i tanti egiziani in Libia venissero coinvolti nel conflitto interno». Cautela che non è piaciuta a tre futuri candidati alle presidenziali – Abdel Monem Abul Fotouh, Hamdin Sabah e Mohammed el Baradei – che, peraltro, l’altra sera hanno subito applaudito alla «liberazione» di Tripoli.
Sono quasi un milione gli egiziani che vivevano e lavoravano in Libia prima della rivolta. «Molti hanno fatto ritorno a casa e sperano di ripartire presto, tanti altri sono rimasti nella Libia occidentale nonostante i pericoli», prosegue Akl. «Il loro lavoro era importante per il mantenimento di tante famiglie nel nostro paese e i governi egiziani che si sono succeduti in questi mesi hanno scelto di rimanere in silenzio per non esporre quei lavoratori a possibili rappresaglie». Secondo Akl, il premier Sharaf si augura che le future autorità di governo libiche confermino i permessi di lavoro agli egiziani. «In queste ore tante parti internazionali guardano alla Libia con evidenti interessi economici riguardanti petrolio, gas e ltre risorse; l’Egitto invece spera di poter continuare a guardare a Tripoli e Bengasi come una valvola di sfogo per la disoccupazione e una fonte di reddito per tante famiglie», conclude.
Se l’Egitto, vicino orientale della Libia, e quello occidentale, la Tunisia, hanno optato per la linea della prudenza, altri paesi arabi, in particolare quelli del Golfo, chiedono ora la loro porzione di «torta» avendo appoggiato – in qualche caso anche con la partecipazione diretta – le operazioni militari dei «Volenterosi» e della Nato. E’ il caso del Qatar che ha subito investito economicamente, militarmente e con la copertura giornalistica della tv satellitare al Jazeera, nella guerra civile seguita alle prime proteste anti-Gheddafi. Doha è stata fondamentale nell’avviare i rifornimenti di armi ai «twar», i ribelli armati, senza le esitazioni di altri paesia violare la risoluzione 1973 dell’Onu. Ha scelto la strada delle forniture segrete, poi percorsa da altri, passando al Cnt di Bengasi armi ricevute da Francia, Usa e altri Stati occidentali che, contratto alla mano, non avrebbe potuto rivendere o regalare.
Ma Parigi ha chiuso un occhio, anzi tutti e due, visto che Nicolas Sarkozy è stato il più interventista dei leader occidentali. Filmati circolati in questi mesi hanno mostrato ribelli libici a bordo dei blindati Ratel per il trasporto delle truppe con i simboli delle forze armate qatariote. Ora Doha è certa di poter presentare il conto al tavolo dei «vincitori». Ma una fetta della torta riusciranno ad averla anche gli emiri di Dubai e Abu Dhabi e re Abdallah dell’Arabia saudita, che in un solo colpo ha visto sparire lo storico avversario Gheddafi e aprirsi un’autostrada davanti ai suoi piani di diffusione del wahabismo – con generosi finanziamenti a moschee e gruppi più radicali – nel mondo islamico. Dopo l’Egitto e la Tunisia, ora è il turno della Libia. In futuro, chissà, della Siria.
Ma la fine della «rivoluzione verde» e degli oltre 40 anni di potere di Gheddafi hanno una importanza notevole anche per altri protagonisti nella regione. A cominciare da Israele. Certo il colonnello libico, specialmente negli ultimi anni, non era stato uno dei critici più accaniti delle politiche israeliane verso i palestinesi – da anni guardava più all’Africa che al mondo arabo – ma la conquista del potere da parte del Cnt offre a Tel Aviv possibilità di intervento nel Nordafrica impensabili appena sette mesi fa. Mustafa Abdul Jalil, presidente del Cnt, ha mostrato il nuovo corso invitando a partecipare al futuro processo politico del paese Rafael Luzon, ex cittadino libico e attuale leader della comunità ebraica in Gran Bretagna.
E’ azzardato affermare che dietro il possibile rientro di una parte degli ebrei libici nella loro terra d’origine – furono costretti a lasciare dopo la rivoluzione nel 1969 – sia già pronto il riconoscimento di Israele da parte della Libia post-Gheddafi. Ma potrebbe ricrearsi una situazione simile all’Iraq post-Saddam: apertura a Israele (e ai suoi servizi segreti) senza un riconoscimento ufficiale. Per i palestinesi le aspettative sono minime. Per il leader dell’Anp Abu Mazen e il governo di Hamas a Gaza sarebbe già sufficiente instaurare rapporti costanti con Tripoli. Per la popolazione dei Territori occupati, poco interessata in questi mesi alla guerra civile libica, è importante che i 150mila palestinesi che lavorano in Libia possano continuare a farlo.
da “il manifesto” del 24 agosto 2011

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L’opposizione è sempre più divisa
Il nuovo gruppo annunciato ieri da Istanbul si aggiunge a una proliferazione di sigle senza molto peso all’interno del paese

Anziché unirsi sembra sfaldarsi sempre più il fronte delle opposizioni siriane, proprio nel giorno, ieri, in cui è stata annunciata la creazione del Consiglio nazionale, già delegittimato prima ancora di vedere la luce dalle critiche di attivisti e dissidenti in Siria. Mentre l’Unione europea ha approvato un nuovo pacchetto di sanzioni economiche (contro altre 15 personalità e 5 società legate al regime) e il Consiglio dell’Onu per i diritti umani ha approvato (33 voti a favore, contrari Russia, Cina, Cuba, Ecuador) una risoluzione di condanna della sanguinosa repressione in corso da metà marzo, a Istanbul – dopo 4 giorni di dibattiti – i rappresentanti di alcune correnti del sunnismo siriano hanno annunciato la nascita del Consiglio nazionale. «La nuova Siria ha bisogno di tutte le componenti della società rivoluzionaria, dai giovani ai politici, dagli accademici ai tecnocrati. Tutti segmenti della società rappresentanti nel Consiglio nazionale», ha detto ad al Jazeera Wael Mirza, portavoce del Cn. I «Comitati di coordinamento» locale, la principale forza di mobilitazione anti-regime, ieri mattina avevano già annunciato di non avere nulla a che fare con l’incontro di Istanbul. I Comitati si erano dissociati anche dalla creazione, nei giorni scorsi, del «Consiglio generale della rivoluzione siriana» (Cgrs, 44 sigle di movimenti di protesta all’interno del paese). Dal Cairo era giunta lunedì sera la notizia della nascita dell’ «Unione dei siriani liberi», formazione ispirata al partito Wafd egiziano, mentre ieri sera si sono dissociati dalla riunione di Istanbul i membri della «Conferenza di Antalia», il raduno di oppositori in patria e all’estero svoltosi nella località balneare turca tra maggio e giugno e finora il più significativo. A illustrare le ragioni di tanto scetticismo nei confronti delle iniziative «straniere», ci ha pensato da Damasco Michel Kilo, decano dei dissidenti: «L’opinione pubblica siriana è convinta che quel che non accade qui sia marginale». E alla domanda sul perchè le opposizioni non abbiano «ancora formulato un programma chiaro per il post-regime» come richiesto dall occidente, Kilo risponde: «Non abbiamo bisogno di comitati di transizione. Per noi la sfida non è tanto capire cosa fare dopo la caduta del regime, quanto capire cosa bisogna fare ogni giorno per rimanere in piedi».
Sul terreno, ieri, altri morti e l’ambasciatore Usa a Damasco Robert Ford che si è recato a sorpresa a Jassem, regione meridionale di Daraa, uno degli epicentri della protesta. Già a luglio, Ford era andato a Hama, provocando la reazione del regime e l’assalto all’ambasciata Usa.

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