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La guerra scatenata da Israele nei Territori Palestinesi. Testimonianze

Arrivano ormai numerose corrispondenze e testimonianze su quanto sta accadendo nelle città palestinesi a seguito della punizione collettiva scatenata dalle truppe israeliane dopo il “rapimento” di tre ragazzi israeliani studenti di una scuola rabbinica a Hebron. In realtà il governo di Tel Aviv sta sfruttando questo pretesto per far saltare l’accordo di unità nazionale raggiunto tra Al Fatah e Hamas e far crollare il fragile castello di carte e aspettative messosi in moto. Ma quanto accade sta mettendo a dura prova anche le relazioni interpalestinesi. Due giorni fa gruppi di giovani palestinesi, nella capitale Ramallah, hanno reagito contro i raid dei blindati israeliani ma anche contro la polizia dell’Anp accusata di troppa disponibilità a collaborare con le truppe israeliane invece che difendere la popolazione palestinese dalla brutalità dei soldati di Tel Aviv.A Roma è stato convocatp per mercoledi un sit in di denuncia e solidarietà con i palestinesi a Montecitorio, mentre circolano in rete diversi appelli alla mobilitazione solidale.

Ci sono pervenute di due corrispondenze di italiane che vivono, studiano, lavorano nei Territori Palestinesi occupati e che raccontano quanto sta accadendo.Eccole:

Quel che accade in Palestina
di Federica Pitoni
Di quanto sta accadendo in Palestina dai media non si viene a sapere nulla. Cosa ci raccontano i media? Ci dicono che sono stati rapiti tre adolescenti israeliani, ci dicono che sono stati quelli di Hamas, ci fanno vedere la grande preoccupazione dell’intero mondo per loro. Ma nessuno sta raccontando quel che accade veramente in questi giorni in Palestina.
Andiamo con ordine e proviamo a ricapitolare alcuni ultimi fatti, che possono sembrare slegati tra loro, ma proverò a spiegarvi perché invece tutto è collegato.
Agli inizi di questo mese, dopo una serie di difficili colloqui e un lavorio diplomatico interno, in Palestina si è dato vita a un nuovo governo di riconciliazione, comprendete le due fazioni palestinesi più grandi: Fatah e Hamas. Lavorio diplomatico difficile, in quanto ormai da anni le due fazioni si guerreggiavano, militarmente e politicamente, senza esclusione di colpi. Questo governo dovrebbe portare a breve termine, qualche mese al massimo, a nuove elezioni. Cosa non da poco, dato che da anni ci si trovava di fronte a una situazione per cui Hamas di fatto impediva lo svolgersi di elezioni, rifiutandole, e giustamente l’Anp non voleva, andando a elezioni solamente in Cisgiordania, porre nei fatti quella impossibile e scandalosa divisione del territorio palestinese, tanto cara al governo di Tel Aviv, ma che nessun palestinese può accettare. E questo creava una situazione di stallo inaccettabile ormai.
Questo nuovo governo di riconciliazione stava ridando delle pur labili speranze al popolo palestinese, e soprattutto aveva incassato un risultato non da poco: il riconoscimento da parte di tutte le nazioni, Stati Uniti compresi. Israele, quindi, si era per la prima volta forse, trovato in un momento di grave isolamento politico, con gravi difficoltà di politica interna e nudo davanti al mondo che cominciava a vedere come la politica degli insediamenti illegali, per esempio, aveva minato nel profondo ogni possibilità di colloqui di pace. Persino l’amministrazione statunitense dava segni di imbarazzo per la protervia nella politica degli insediamenti del governo Netanyahu.
C’era poi stata la visita del Papa nella regione, una visita da molti sottovalutata, ma che ha avuto un peso politico non piccolo. Innanzitutto la scelta del Vaticano di andare sia in Israele che in Palestina: praticamente una dichiarazione politica. La Palestina riconosciuta ufficialmente come Stato dal Vaticano. E poi dei segnali, apparentemente piccoli, ma di grande importanza: in visita in Palestina, il Papa, dovendo raggiungere Betlemme per la messa, ha fatto saltare ogni protocollo e ha voluto fare una visita al muro di divisione israeliano. Una presa di posizione politica, se la si sa leggere: fermarsi lì, farsi fotografe di fronte al muro simbolo dell’occupazione della Palestina, far vedere al mondo intero quello che normalmente non viene visto, portare l’intera stampa mondiale a dover raccontare del muro e a parlare di Palestina. Tutto il resto del viaggio, le visite, gli incontri, fanno parte di un protocollo strettissimo cui non ci si può sottrarre. Quel passaggio, no. Per questo anche ha valore. Ha messo Israele di fronte alle sue responsabilità. Senza dire parole che non avrebbe potuto pronunciare, ha trovato una modalità di condanna dell’occupazione. Bene, questo è lo scenario in cui si trovava Israele fino a qualche giorno fa: politicamente difficile, con un isolamento che non aveva mai vissuto.
Cosa è accaduto poi? E’ notizia questa che avete certamente letto su tutti i giornali: tre adolescenti israeliani, tre coloni, sono scomparsi nel nulla. Immediatamente Israele ha gridato al rapimento. Immediatamente. La cosa singolare in questa vicenda è che tutte le notizie che si hanno in merito, anche le presunte rivendicazioni, vengono da fonte israeliana. Infatti non ha tardato ad arrivare una rivendicazione da parte di Hamas. O per lo meno così ci hanno raccontato gli israeliani.
E ora la parte che meno si conosce, perché nessuno l’ha raccontata. In tutta la Palestina si è scatenato l’inferno. Qui non si tratta di normali ricerche di presunti rapiti, ma di deliberati atti di terrorismo. No, non parlo di guerra, perché una guerra è dichiarata e si combatte almeno su due fronti. Qui ci troviamo di fronte a raid, rastrellamenti, perquisizioni, devastazioni, limitazioni di movimento, giacché le principali città e moltissimi villaggi sono stati immediatamente dichiarati zona militare chiusa. Spostarsi in Palestina è divenuto impossibile. E la notte si trema, perché è di notte che si scatenano nelle loro rappresaglie.
Un po’ di numeri per capire l’entità di quel che sto raccontando: dall’inizio della campagna israeliana, neanche dieci giorni, sono stati uccisi 5 palestinesi e ne sono stati arrestati ad oggi 529 (mentre scrivo è questa la cifra, ma cresce sensibilmente di ora in ora, soprattutto di notte in notte): 179 a Hebron, 87 a Nablus, 75 a Betlemme, 52 a Jenin, 49 a Ramallah, 36 a Gerusalemme, 23 a Tulkarem, 13 a Qalqilya, 7 a Tubas, 7 a Salfit e uno a Gerico. Già questi numeri ci danno un’idea della sproporzione della reazione israeliana. E’ straziante vedere ogni giorno quel che accade: il conteggio degli arrestati, gli assassinati (sì, assassinati, perché un ragazzino di 13 anni che stava vendendo dolci per le strade di Hebron, o un ragazzo che si accingeva ad andare al lavoro, o un altro ragazzo che pascolava le pecore, uccisi con colpi da distanza ravvicinata, fanno più pensare a veri e propri omicidi che ad altro), e le foto delle devastazioni delle case perquisite, delle città messe a ferro e fuoco, e ancora dei funerali dove partecipano sempre migliaia di persone, e i volti delle madri e dei figli, il dolore e la rabbia. E’ difficile spiegare cosa si prova di fronte a tutto questo. La sensazione e la paura, che tutti hanno, soprattutto in Palestina, è che Israele, come sua consuetudine, voglia attuare di nuovo la politica del fatto compiuto: annettersi tutta la Palestina e mettere il mondo di fronte a questo fatto. Il pretesto? La sicurezza dei propri confini, che sempre più si allargano.
Ecco, dietro alla vicenda dei tre coloni sionisti scomparsi (e che ci auguriamo, ovviamente possano tornare a casa, mentre purtroppo non torneranno a casa i palestinesi assassinati da Israele), c’è tutto questo e molto altro ancora. E c’è il dolore e la rabbia di un popolo che lotta da più di 66 anni per veder riconosciuti i propri diritti.

Palestina, una guerra ignorata dai media italiani

di Anna*

Ho visto le foto di alcune case del campo profughi di New Askar dopo le incursioni militari israeliane di martedì. Porte sfondate, beni personali distrutti o rubati, persone impaurite e stanche. Un ragazzino che balla la Dabka, danza tipica palestinese, presso l’associazione locale Keffiyeh Center, viene ferito.

Nel frattempo, un’escalation vertiginosa di violenze continua a far tremare tutta la West Bank e la Striscia di Gaza, nuovamente bombardata. Eppure, viene terribilmente ignorata dai media italiani.
Il centro medico Al Sadaqa di Bethlehem viene attaccato da un gruppo di coloni ebrei. Vengono distrutti ambulatori e apparecchiature sanitarie, rubati computer e archivi.

La sera, Ramallah continua a riempirsi di sirene, spari e adesso anche qualche aereo. Di giorno invece un’incursione presso l’agenzia tv Al Aqsa News e un altro arresto.
Continua a salire spaventosamente il numero di palestinesi arrestati, ad oggi se ne contano circa 300, in soli 6 giorni. Tra cui i 51 ex detenuti politici che Israele aveva rilasciato nel 2011 nell’ambito dell’accordo Shalit di scambio di prigionieri tra Israele e Hamas.

I checkpoints di Nablus vengono chiusi. Lo apprendo da un ragazzo palestinese che per ritornare a casa è costretto a fare delle strade secondarie.
È stata chiamata “Brother’s keeper” l’operazione israeliana che avrebbe per obiettivo il ritrovamento dei tre coloni ebrei. Attualmente lo scopo non è stato raggiunto e gli unici risultati evidenti sono stati un perpetuarsi di abusi e violenze in una West Bank assediata e in una Gaza bombardata. Nel frattempo, Netanyahu si aspetta che Abu Mazen s’impegni nel ritrovamento dei tre coloni e nella cattura dei rapitori, spingendolo quindi a sganciarsi da Hamas e interrompere l’accordo di riconciliazione raggiunto due mesi prima, dopo ben 7 anni.

Sono impegnata in attività di ricerca presso l’Università Birzeit. Giovedì mattina leggo che durante la notte, per la prima volta, i soldati israeliani assediano l’università. Proprio il giorno prima un collega mi aveva risposto escludendo categoricamente questa possibilità. È evidente che nessuno ha più delle certezze. Verso le 2 di notte circa, 15 jeeps israeliane invadono il campus. I soldati confiscano telefoni e chiavi alle guardie di sicurezza all’ingresso dell’università. Si recano presso gli appartamenti studenteschi, buttano giù porte, iniziano a distruggere a caso (recando seri danni) e portar via foto e poster di martiri (studenti dell’università). A questo punto i ragazzi iniziano a lanciar loro pietre e bottiglie di vetro. I soldati rispondono sparando.
Hanno iniziato a distruggere tutto selvaggiamente e sai perché non vengono in pieno giorno? Perché è pieno di studenti ed hanno paura.
Il giorno dopo, come se niente fosse successo, sono tutti a lavoro. Gli studenti a far esami, i professori nei loro uffici ed io, investita da questo flusso di inquietante normalizzazione e al contempo di eroica resistenza, inizio a prepare la mia prossima lezione.

Tutto ciò non intaccherà il nostro modo e la nostra voglia di lavorare; anzi, non farà che accrescere la nostra dedizione ai valori di libertà, giustizia e democrazia. Ci vorrebbero ignoranti ma i nostri studenti continueranno ad essere persone ben istruite e leader all’interno delle loro comunità.

Lo stesso professore che il giorno prima mi aveva detto di non preoccuparmi, adesso mi racconta alcune sue esperienze vissute durante la seconda intifada.
Vedere per capire. #TicketToPalestine

*Ricercatrice presso l’Istituto di Studi Internazionali dell’Università Birzeit, in Palestina

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1 Commento


  • Paolo Macchi

    Sara ‘ posta la parola “”Fine””al martirio del popolo palestinese . Israele dovra’ cercsrsi un ‘ altra terra.

    GATTO ROSSO

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