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Erdogan ha le mani sporche di sangue

Quella che ha colpito sabato attivisti della sinistra curda e turca e semplici manifestanti arrivati ad Ankara per protestare contro la guerra scatenata da Erdogan a fini elettorali non può non essere definita una ‘strage di stato’. “Katil devlet”, stato assassino, gridavano sabato sera migliaia di persone scese in piazza ad Istanbul sfidando la paura di morire per il solo fatto di partecipare ad una manifestazione.
Che a farsi esplodere siano stati due kamikaze dello Stato Islamico o che a provocare la carneficina siano stati due ordigni piazzati dagli agenti del Mit turco cambia poco. Erdogan e la sua banda hanno le mani sporche di sangue. Ankara ha da anni scelto di sostenere, e strumentalizzare, un vasto arco di organizzazioni e gruppi jihadisti, nel tentativo di mettere le mani sulla Siria. E che due membri di Daesh o di qualche costola del movimento che sta spargendo il terrore in tutto il Medio Oriente siano stati usati per dare una lezione ai nemici del ‘sultano’ è nell’ordine delle cose.
Che il partito islamista turco, dopo aver perso le elezioni del 7 giugno e in un clima di crescente isolamento internazionale – aggravato dall’intervento russo in Siria – avrebbe puntato a scatenare il caos per proporsi come unica alternativa esistente era chiaro da tempo. Ora il ‘sultano’ può proporsi agli occhi di una gran massa di cittadini spaventati dalle bombe e dall’instabilità come l’uomo forte in grado di ristabilire l’ordine e la sicurezza, anche se a costo di una ennesima stretta alle minime libertà che il regime turco, prima nella sua veste nazionalista ma laica e poi islamista e oscurantista, ha garantito ai ‘bravi e onesti’ cittadini. 
Parte dei quali, quelli avvelenati da una rinvigorita propaganda razzista e sciovinista che ha sempre individuato i curdi, gli armeni, gli aleviti come un bubbone da estirpare, da annichilire, hanno trovato ora in Tayyip Erdogan il loro (forse insperato) campione. 
In un paese qualsiasi, dopo l’orrenda strage di sabato, sarebbero scese in piazza milioni di persone. Ma la Turchia democratica, progressista, colpita al cuore e alla mente dalle bombe di Ankara, è impietrita, immobilizzata dalla paura e dallo sconcerto. E’ vivissimo il ricordo di come la protesta corale che si impossessò delle città turche ai tempi di ‘Occupy Gezi’ fu stroncata nel sangue.
A scendere in piazza sono i  curdi che si riconoscono nell’Hdp e in altre formazioni legate al movimento di liberazione, e qualche migliaio di attivisti e militanti dei partiti della sinistra radicale turca, alcuni dei quali hanno fatto la scelta di integrarsi nella coalizione guidata da Selahettin Demirtaş. Curdi, socialisti, comunisti, anarchici e poco altro, alcune decine di migliaia di manifestanti, hanno tentato di prendersi le strade di Istanbul, Ankara e qualche altra località. Tenuti a bada da un enorme schieramento di polizia in tenuta antisommossa. 
Nelle città curde dell’est e del sud le strade sono occupato dai blindati e dal filo spinato dell’esercito, e i manifestanti che mettono il naso fuori provando a sfidare il coprifuoco devono vedersela con le pallottole e i lacrimogeni. In molti, nelle loro case, sperano che le elezioni del primo novembre infliggano un’altra sconfitta, anche più netta di quella del 7 giugno, agli islamisti e al loro regime, anche sull’onda della rabbia e del dolore sparsi dal sangue che ancora macchia il selciato dell’incrocio vicino alla stazione ferroviaria di Ankara dove le bombe hanno ucciso 130 persone inermi.
Ma Erdogan non ha indetto nuove elezioni anticipate per perdere anche queste. Il bavaglio alla stampa è stato stretto, e ai media turchi è stato assolutamente vietato di mostrare ai cittadini le immagini del massacro, mentre giornalisti e direttori di numerose testate sono finiti in carcere o sono stati denunciati nei mesi e nelle settimane scorse solo perché critici nei confronti del regime. I media ufficiali, embedded, elogiano la ‘fermezza’ del capo dello stato e – come d’altronde fa anche il nostrano Corriere della Sera – insinuano il sospetto che dietro le bombe lanciate contro la folla ci sia la guerriglia curda, magari in combutta con l’Iran o la Siria o qualsiasi altro potere straniero interessato a destabilizzare la ‘grande nazione turca’. Al massimo qualche giornalista più “obiettivo” si domanda se non ci siano state perlomeno alcune falle nel sistema di sicurezza tali da permettere la carneficina.

Proprio in concomitanza con la mattanza di sabato il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, che a luglio era tornato a fare la guerra al regime turco quando a Suruc una bomba uccise trentatrè giovani socialisti curdi e turchi che si preparavano a partecipare alla ricostruzione della città martire di Kobane, ha dichiarato un cessate il fuoco unilaterale. Un gesto scattato per minare la strategia del terrore del regime dell’Akp, che punta a escludere dal voto grandi aree del paese a maggioranza curda per falsare il risultato delle elezioni e magari far scendere l’Hdp sotto la soglia del 10%, sbattendo così le odiate sinistre fuori dal parlamento e recuperare la maggioranza assoluta.
Ma il regime turco ha reagito alla mossa del Pkk lanciando nuovi massicci bombardamenti sulle postazioni della guerriglia, e provocando decine di morti tra i combattenti. Che hanno risposto – l’autodifesa è contemplata nella dichiarazione di cessate il fuoco – attaccando esercito e polizia in diverse aree e uccidendo alcuni poliziotti e militari di Ankara.
Finché qualcuno, o qualcosa, non li fermeranno, Erdogan e i suoi continueranno a spargere il sangue dei popoli della Turchia, facendo strage di curdi e di militanti di sinistra e mandando al macello i propri soldati.
Su quello versato sul selciato di Ankara è vietato depositare fiori, biglietti e bandiere, ha ordinato il regime che non esita ormai a mostrare il suo volto più feroce. Le ‘democrazie occidentali’ guardano altrove, sperando che Erdogan risolva i suoi problemi il prima possibile e possa così cessare di mettere in imbarazzo gli spregiudicati partner del leader le cui mani grondano sangue. Per la Nato, l’Unione Europea e gli Stati Uniti, la Turchia di Erdogan, nonostante i suoi capricci e le sue pretese egemoniche spesso incompatibili con i progetti occidentali, rimane un baluardo troppo importante a difesa dei propri interessi in Medio Oriente. A maggior ragione dopo che Mosca ha deciso di intervenire direttamente nella regione mettendo in discussione i piani di Washington e Bruxelles.

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