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Quel che cambia con Trump e l’impotenza dei “tifosi”

Ancora non è entrato alla Casa Bianca, ma sta già destabilizzando il vecchio ordine mondiale, che proprio gli Stati Uniti avevano modellato sulle proprie esigenze egemoniche. Con due interviste – al Sunday Times e alla tedesca Bild – il “Mule” asimoviano eletto presidente ha messo in fila una serie di intenzioni la cui realizzazione, anche solo parziale, metterebbe fine a contesti consolidati. Naturalmente una cosa sono le intervista, tutta un'altra le decisioni governative.

Per capirci: sulla Russia, per esempio, pur ribadendo che "dobbiamo cominciare a fidarci di Vladimir Putin", ha nettamente ridimensionato i suoi precedenti giudizi positivi, visto che la maggior parte dei suoi stessi uomini (oltre a gran parte dei parlamentari repubblicani, la “sua” maggioranza), ha in questi giorni pesantemente attaccato Mosca.

Ma è nei rapporti con l'Unione Europea che Trump minaccia di produrre una destabilizzazione di prima grandezza. Il combinato disposto di approvazione entusiastica della Brexit (“farò un accordo con il Regno Unito”), svalutazione secca della Nato (“è obsoleta, non è attrezzata per combattere il terrorismo islamico e i suoi membri si appoggiano sull'America, non pagano quello che dovrebbero pagare"), limitazione alla libera circolazione dei cittadini europei sul suolo yankee e soprattutto preavvisi di innalzamento di barriere doganali per i prodotti del Vecchio Continente (alla Bmw: "Se costruiranno auto nel nuovo impianto messicano, per importarle negli Stati Uniti dovranno pagare una tassa del 35%") porta i rapporti tra le due sponde dell'Atlantico al punto più basso dal secondo dopoguerra.

E questo ci riguarda da molto vicino, ci sembra. Siamo cresciuti nel "mondo occidentale", egemonizzato economicamente e politicamente dagli Usa, nel mentre si edificava l'Unione Europea (sempre a metà strada tra diventare imperialismo autonomo o restare sotto "l'ombrello Nato").

Nel giudicare le questioni internazionali molta parte della vecchia “sinistra radicale”, e persino larga parti di quella “antagonista”, sembrano incapaci di uscire dai miseri schemi concettuali usati negli ultimi 30 anni (quelli che l'hanno portata al livello attuale). In altre parole, affronta la novità Trump cercando di incasellarla nei vecchi schemi, finendo così per “fare il tifo” (ovviamente contro questo anziano tycoon reazionario, razzista, parafascista e autoritario) invece di ragionare sul possibile mutamento di scenario e derivarne quindi un abbozzo di strategia politica antagonista per i prossimi anni. Se si “fa il tifo”, giocoforza si finisce per appoggiarsi alla parte di establishment che vuol riprendere in mano la situazione.

Trump è un nemico da combattere, ci mancherebbe. Ma l'analisi della situazione geopolitica globale va fatta mantenendo lo stesso atteggiamento dell'entomologo che studia vita, rapporti e movimenti degli insetti. E sarebbe veramente scemo quell'entomologo che facesse "il tifo” per un tipo di insetto o un altro, specie se velenosi (e i rappresentanti politici del capitale restano la specie più velenosa mai apparsa sulla Terra),

Un'analisi insomma oggettiva – che non significa affatto neutrale – di quel che sta accadendo.

Il “trumpismo annunciato” – vedremo presto se e quanto sarà differente da quello “governante” – minaccia la tenuta dell'Unione Europea nel momento di massima crisi attraversato da questa istituzione capitalistica sovranazionale. Punta apertamente a contrapporre paese a paese ("L'Unione europea rappresenta di base soltanto un mezzo per raggiungere gli obiettivi della Germania”), a promuovere l'uscita di altri Stati, quindi anche a far saltare l'euro ("Brexit sarà un successo, presto altri paesi europei seguiranno questa scelta e abbandoneranno l'Unione Europea"). Seguendo la logica dei tifosi acefali, dovremmo dunque rimpiangere Obama, schierarci a difesa della Ue, degli interessi nazionali tedeschi, della Nato (!) e dell'euro, mettendo la sordina o dimenticando l'austerità ordoliberista che sta massacrando i lavoratori di tutta Europa da dieci anni. Chiedendo magari in cambio qualche spazio e un po' di reddito. Geniale, vero? Davvero "antagonista"…

Ovvio che Trump ragiona “nazionalisticamente”. Punta a rilanciare il mercato interno Usa a scapito dei residui di globalizzazione. Bisognerebbe ricordare che negli Stati Uniti i disoccupati effettivi raggiungono ormai una cifra vicina ai 100 milioni, a dispetto di criteri statistici che non considerano “disoccupati” quanto hanno smesso persino di iscriversi alle agenzie del lavoro, disperando di poterne mai trovare uno. Tutta l'enfasi protezionistica sui dazi e i controlli rivela esattamente questa esigenza imprescindibile di riconquistare i consensi di una parte della popolazione che – di questo passo – si avvia a diventare maggioranza.

Trump è dunque il “difensore della buona occupazione”? Domanda stupida… Non più di quanto lo fosse Hitler (che applicava le stesse politiche keynesiane di Roosevelt, su base dittatoriale invece che democratico-parlamentare; ossia espansione a debito della capacità produttiva interna, fidelizzazione dei lavoratori dipendenti "nazionali", protezionismo e aggressività commerciale, che sfocia poi classicamente sul versante militare).

Sta di fatto che lo scenario globale va mutando a una velocità mai vista dai tempi della “caduta del Muro” e questo mutamento trascina con sé – esattamente come avvenuto con il tracollo del Patto di Versavia – modi di ragionare, gruppi dirigenti, interessi sociali differenti, modalità di governance, alleanze internazionali, ecc…

Vogliamo concentrarci su questo e tracciare un minimo di idea politica per il futuro? O restiamo alla tastiera a cliccare "like"?

 

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