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Rottamare Rheinmetall, gigante degli armamenti

Nel lussuoso Hotel Maritim di Berlino ha luogo, martedì 8 maggio, anniversario della fine della II Guerra mondiale, l’assemblea degli azionisti della Rheinmetall, N°10 per la produzione di armamenti in Europa, con un giro d’affari di 5,896 miliardi di euro e 23.726 dipendenti (2017). Davanti all’albergo, l’angelo della morte cammina sui corpi che giacciono al suolo. Un cappuccio gli copre il viso. Sono dozzine a torcersi sotto i suoi piedi, molti hanno macchie di sangue sui vestiti. Fra “i morti”, molti deputati della Die Linke. Sirene, spari, esplosioni rimbombano.

Naturalmente, i cadaveri non sono veri. Ma il messaggio rivolto martedì mattina dai manifestanti agli azionisti di Rheinmetall è chiaro: le mani di manager e grandi azionisti del gruppo sono piene di sangue. L’aggressione turca ad Afrin, nel nord della Siria, e la guerra dell’Arabia saudita in Yemen sono gli esempi più attuali dell’uso mortale di armi tedesche. E, proprio in Yemen, sui resti di una bomba è chiaramente leggibile la provenienza: RWM Italia, i cui stabilimenti servono al loro proprietario, Rheinmetall, ad aggirare le restrizioni tedesche all’esportazione di armi. La protesta è organizzata dai collettivi berlinesi «Mettiamo la catena al leone» e «Fermiamo il commercio di armi».

Alcuni militanti tentano di dispiegare all’ingresso dell’albergo delle bandiere della milizia curdo-siriana YPG ed uno striscione con la scritta «Rottamare Rheinmetall». La polizia li blocca con brutalità. Ad una finestra del Memoriale della Resistenza tedesca, di fronte all’Hotel Maritim, compare uno striscione: «Accusiamo Rheinmetall ed il governo federale tedesco di collaborare all’assassinio di migliaia di persone».

Anche nella cittadina di Unterlüss (Bassa Sassonia) ha luogo martedì una protesta contro la locale fabbrica di armi e munizioni di Rheinmetall. Al mattino presto il gruppo Sigmar (Intervento solidale contro guerre di aggressione contrarie al diritto dei popoli e l’esportazione di armi) blocca con un telaio metallico l’accesso alla fabbrica. Sugli striscioni si legge «Solidarietà con Afrin» e  «Bloccare l’esportazione di armi». Dopo sei ore, la polizia procede allo sgombero.

Rheinmetall non si limita a partecipare ai crimini di guerra di oggi ma tace sui crimini commessi dal gruppo nel corso della I e della II Guerra mondiale. «Oggi, 8 maggio, nel giorno della liberazione dal fascismo, vogliamo ricordare che le aziende tedesche, che facevano buoni affari con i nazisti, continuano a farli sostenendo regimi fascisti. Facciamo appello a resistere contro l’industria tedesca degli armamenti mediante leggi più restrittive, scioperi o azioni dirette come questo blocco», scandiscono i militanti.

 

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