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Algeria: mobilitazioni popolari e transizione politica

Per il settimo venerdì consecutivo dal 22 febbraio milioni di algerini sono scesi nelle strade.

Le immagini ed i video della capitale e delle altre città mostrano una marea umana esondare per le strade e le piazze.

Ormai è stato coniato un nuovo termine: “vendredir”, cioè “manifesto contro il sistema”.

E la piazza algerina sembra non prendere in considerazione per ora i proclami di chi vorrebbe instaurare uno “stato teocratico” e si scaglia contro la forte presenza femminile nelle mobilitazioni, anche questo venerdì, dopo i tentativi di intimidazione tesi a limitarne la partecipazione e a escludere i contenuti propriamente di genere proposti dalla – fortunatamente inconsistente – galassia dell’islam politico algerino.

Allo stesso tempo la piazza algerina sembra essere vigile nei confronti di chi vorrebbe dare un output politico che accentui le politiche economiche in direzione ancor più liberale, come auspicato da alcuni oligarchi che sostengono strumentalmente la protesta e che temono “una caccia alle streghe” – come ha detto un loro esponente – nei confronti delle figure di spicco che hanno gestito l’economia nell’era Bouteflika.

Le dimissioni di Bouteflika questa settimana, prima annunciate e poi attuate martedì – seguite da un discorso in cui ha pubblicamente chiesto scusa ai suoi concittadini – non hanno fatto scemare le mobilitazioni.

I manifestanti hanno ripreso uno slogan storico: “Ulach smash” cioè: “non ci sarà alcun perdono!” Abbastanza impietoso nei confronti dell’ormai ex presidente che appena un mese e mezzo fa sembrava essere una  figura inamovibile della politica algerina.

Il successo di questo ultimo venerdì di manifestazioni era prevedibile, viste le reazioni all’annuncio del governo fatto la scorsa domenica.

La composizione del governo è stata il frutto di un compromesso tra le alte gerarchie militari e parti dell’entourage Bouteflika, nonostante la predisposizione di mirate azioni giudiziarie contro “gli avvoltoi” che hanno beneficiato del sistema costruito attorno al vecchio presidente dal 1999 in poi.

Ciò che viene richiesto a gran voce è una gestione della transizione che non sia in mano a pezzi di quel “sistema” che ha governato l’Algeria per vent’anni, dopo la fine del decennio nero della guerra civile lungo tutti gli anni Novanta.

Questa volontà che anima gli algerini è simbolizzata dagli slogan contro le “3 B” (Bensalah, Bedoui, Belaiz), tutti esponenti di spicco dell’“era Bouteflika, chiamati a gestire – per i ruoli istituzionali che rivestono – il processo di transizione che dovrebbe portare a nuove elezioni presidenziali, senza lo scioglimento delle due camere del parlamento e senza che venga eletta una Costituente  per dare vita ad una “seconda repubblica”.

Un altro slogan che risuonava per le strade e le piazze questo venerdì è stato infatti “Noi abbiamo detto tutti, è tutto!

Se l’articolo 102 fosse applicato senza alcun cambiamento, sarà Abdelkader Bensalah, presidente del senato – una delle tre B – ad esser designato ad interim per assicurare il posto vacante di Bouteflika per almeno 90 giorni.

È chiaro infatti che anche l’estromissione di queste figure – così come è stato fatto con Lamamra (numero due indicato da Bouteflika era comporre il governo, il numero uno era Bedoui, ora primo ministro, un’altra delle 3B) – non risolverà la crisi politica attuale, anche se contribuirà a “macinare” gli uomini del vecchio establishment.

L’11 marzo era stato il turno di Ahmed Ouyahia, defenestrato da Bouteflika, inviso alla popolazione per avere svolto, come rivendicava lui stesso, il “lavoro sporco” delle riforme neo-liberali.

L’ultima B che compone il trittico è il presidente del Consiglio Costituzionale, Belaïz, messo in quella postazione proprio da Bouteflika.

Le alte sfere dell’esercito – divenute gli unici attori politici in grado di intervenire nell’attuale impasse visto il loro storico ruolo di garante, la crisi che attraversano i corpi intermedi legati al “sistema” (FLN, RND, dirigenza della centrale sindacale UGTA) e la marginalità per ora dell’opposizione politica (compresa la sinistra algerina composta da PT, PST e FFS, comunque chiamata ad un ruolo storico) – sono di fronte ad una nuova opzione dopo il rifiuto della prefigurata modalità di gestione della transizione e davanti all’“assalto” ai vertici politico-sindacali da parte della base, che chiede le dimissioni della dirigenza.

Sabato il Comitato Centrale del Partito dei Lavoratori (PT), riunitosi il 5 e il 6 aprile, ha confermato “la decisione di dimissione irreversibile del gruppo parlamentare del partito presa dal Bureau politico e rifiuta anche al colpo di forza tentato contro la rivoluzione da un Parlamento illegittimo che vuole spogliare il popolo algerino dell’esercizio della sua piena sovranità”.

Louisa Hanoune, leader del PT, aveva dichiarato ad “Al Jazeera” che “Il quarto mandato è stato catastrofico”, facendo appello alla dipartita di tutti i simboli del sistema.

Hocine Bellalloufi, del PST, in una lunga analisi ripresa da “Réflexions et Echanges Insoumis.es”, chiama le forze di sinistra algerina (FFS, PT, PST) alla costituzione di un polo politico che sappia affiancare alla “guerra di movimento” – ingaggiata dal popolo con le mobilitazioni del venerdì – una “guerra di posizione” fatta di scioperi e altre iniziative di protesta, per consentire alla sinistra radicale di accumulare forze, elaborando una strategia di intervento di massa efficace e prefigurando come sbocco politico la formazione di una Costituente. Insomma, facendo si che la mobilitazione trovi delle forme di organizzazione stabili che si pongano l’obbiettivo di un cambiamento radicale.

Le sezioni regionali (Wilayas) di Tlemcem, Saida, Tizi Ouzou e Bejaia chiedono le dimissioni immediate di Sidi Said – segretario storicamente legato a Bouteflika ed ex sostenitore del suo quinto mandato – e fanno appello ad un concentramento nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori di fronte alla sede centrale del sindacato ad Algeri. Qui si sono svolte già manifestazioni per la sua “partenza” che hanno visto violenti scontri, tra chi difendeva la direzione e diversi militanti sindacali, che hanno portato all’arresto di due sindacalisti.

Smain Kouadria, ex sindacalista e membro della direzione del PT, ha accusato Sidi Saïd di avere “venduto agli oligarchi e al potere corrotto l’organizzazione autentica fondata da Aissat Idir”.

La Confederazione dei Sindacati Autonomi (CSA), che organizza alcuni settori importanti della società, ha chiamato ad uno sciopero il 10 aprile.

L’Esercito dovrà scegliere tra due opzioni: da un lato selezionare e tentare di imporre una personalità per la gestione della transizione – tra le varie alternative, torna spesso in questi giorni il nome di Zeroual – o lasciare che il movimento popolare scelga i propri rappresentanti, in linea con la cornice costituzionale che pone la sovranità popolare come perno della Repubblica Algerina. Principio che l’Esercito  stesso aveva ricordato con un comunicato molto duro, nel momento in cui sembrava annunciarsi una collisione con l’entourage di Bouteflika).

Uno slogan popolare esprime bene il sentimento che ha animato quest’ultima mobilitazione: “noi non siamo stati la Siria, noi non saremo l’Egitto”. Ma anche il più prosaico “Sergent Garcia per quindici anni, non potete essere Zorro in un giorno”, in riferimento a “GS”, ossia Gaïd Salah, capo di stato maggiore e ora “numero due” del governo, per lungo tempo molto vicino all’ex presidente.

Il parlamento si riunirà martedì, per ufficializzare la “vacanza” del posto di presidente, con una decisione presa in seguito ad un incontro tra Moad Bouchareb – l’ipotetica 4°B, contestato coordinatore del FLN di cui una parte consistente del proprio partito chiede la testa – e Abdelkader Bensalah.

Ormai tre poli differenti giocheranno un ruolo fondamentale in questo movimento popolare prolungato. Il popolo algerino che con la sua continua pressione sta accelerando la crisi – e la decomposizione – del sistema di potere che ha governato l’Algeria dopo la guerra civile.

L’opposizione politica di sinistra, che deve difficoltosamente riaffermare la centralità della sua funzione politica in questo processo di rottura, mettendo fuori gioco definitivamente le altre ipotesi di “transizione” prospettate dalle oligarchie economiche o dagli esponenti dell’islam politico, e configurare una ipotesi concretamente praticabile di transizione radicale oltre ai mezzi per ottenerla.

L’esercito (che non è riconducibile solo alle alte sfere militari, e si è profondamente trasformato dalla fine della guerra civile), cui il popolo ancora questo venerdì ha rinnovato la sua fiducia simbolizzata dallo slogan “Djeich-chaab, khawa khawa”(l’esercito e il popolo sono fratelli”), che deve svolgere il ruolo di vigile tutore costituzionale di scelte che però non deve imporre, pena l’apertura di una fase che cambierebbe i connotati della protesta algerina ed una pericolosa frattura anche per il ruolo regionale svolto dal paese del Maghreb.

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