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Il Donbass sotto le bombe ucraine e la tragedia del Boeing malese

Il 18 febbraio delegazioni delle Repubbliche popolari di Donetsk e di Lugansk hanno ricordato insieme il quinto anniversario della conclusione grossa operazione Debaltsevo-Černukhino, con cui le milizie congiunte di entrambe le Repubbliche impartirono alle truppe ucraine e ai battaglioni neonazisti una delle più cocenti sconfitte – se non la più forte, insieme a quella precedente a Ilovajsk – nella storia di un conflitto di cui oggi, purtroppo, ci si ricorda solo allorché Kiev intensifica più del solito gli attacchi aggressivi al territorio del Donbass.

E infatti, proprio in questi giorni, sono tornati ad accentuarsi i tiri di artiglierie e mortai ucraini, in particolare su Frunze, Stakhanov e su gran parte della linea di contatto tra le parti, ricorrendo tra l’altro – Kiev non ha mai smesso di farlo! – ai grossi calibri, proibiti dagli accordi di Minsk del 2015. Proprio il 18 febbraio, un reparto di sabotatori ucraini è finito su un campo minato, sulla linea di contatto con la LNR, nell’area di Golubovskoe, mentre si intensificava il martellamento ucraino su Novotoškovskoe, Orekhovo, Krymskoe. Da parte sua, ovviamente, il comando delle Operazioni delle Forze riunite (OOS) ucraine, ha accusato Mosca di aver attaccato le forze di Kiev in quegli stessi punti del fronte.

Appena quattro giorni fa, alla conferenza di Monaco sulla “sicurezza”, il vice Ministro degli esteri russo, Aleksandr Gruško, aveva ribadito la necessità del rispetto da parte ucraina di tutti gli accordi raggiunti, aggiungendo di considerare “oltremodo dubbi” i benefici degli incontri al vertice internazionali sul Donbass, se poi le intese non vengono rispettate e Kiev rifiuta apertamente di trovare un accordo con le Repubbliche popolari.

Il politologo Aleksandr Šatilov ha dichiarato a Novorosinform che la Russia, a suo tempo, “contribuendo alla conclusione degli accordi di Minsk, aveva fatto enormi concessioni all’Ucraina: ha sostenuto l’integrità territoriale in cambio di alcune riforme, decentralizzazione e smilitarizzazione”. Nonostante questo, Kiev, una volta ripresasi dalle sonore sconfitte del 2014-2015 (Ilovajsk e Debaltsevo, appunto), ha voluto “ignorare gli accordi di Minsk e oggi sta facendo di tutto per rimescolare i diversi punti degli accordi, rifiutare il dialogo diretto con Lugansk e Donetsk e cercare di arrivare militarmente alle frontiere di LNR e DNR con la Russia”. Il che significherebbe, per le Repubbliche popolari, la fine della Krajina serba.

A dispetto delle apparenze, nulla è cambiato a Kiev, rispetto all’era Porošenko. E non potrebbe essere altrimenti, dato che poco è sinora cambiato, da parte delle forze che spingono l’Ucraina a fare da cuscinetto ai confini con la Russia e che, già molto prima del 2014, avevano cominciato a foraggiare i futuri golpisti con miliardi di dollari, attraverso USAID e strutture di George Soros, con la diretta partecipazione dei vari Obama, Clinton, Biden, Kerry, McCain, Nuland & Co.

Nessuna inversione di politica, nonostante i media, anche nostrani, vogliano mostrare un Vladimir Zelenskij portatore “di novità”, fino a presentarlo “mattatore” alla Conferenza di Monaco; nonostante addirittura l’ex presidente Viktor Janukovič abbia aperto un credito fantasioso al successore di Porošenko, scrivendo, nel sesto anniversario della carneficina di majdan perpetrata dai cecchini georgiani, lituani, ecc. il 20 febbraio 2014, che “i primi passi di V. Zelenskij infondono speranza nella pace, nella giustizia, nel ristabilimento della pace nel nostro paese”. Se lo dice lui!

Intanto, quasi nelle stesse ore, – sarà un caso? – si sono riaccesi i riflettori anche sul Boeing malese MH-17 abbattuto sopra il Donbass nel luglio 2014 e, scrive iarex.ru, citando il canale Bonanza Media, vien fuori che, sin dall’inizio del lavoro della “commissione congiunta d’indagine”(JIT), i servizi segreti olandesi sapevano che non c’era un singolo sistema missilistico “Buk” nell’area dell’incidente e nel 2016 ne avevano anche informato la Procura generale, evidenziando che tutti i sistemi di difesa aerea, sia ucraini che russi, erano dislocati a una distanza di circa 70 km, che le milizie popolari non disponevano di sistemi “Buk” e che nessun “Buk” russo aveva attraversato la frontiera col Donbass.

La cosa, però, non aveva impedito alla JIT di dichiarare che un “Buk M1” russo sarebbe entrato in Donbass, sparato il razzo che avrebbe abbattuto il Boeing con 298 persone a bordo, e se ne sarebbe tornato in Russia. Stessa cosa, con il testimone oculare, mai ascoltato dalla JIT, che aveva dichiarato alla polizia olandese – i passeggeri erano in gran parte olandesi – di aver visto in cielo, oltre al Boeing civile, anche due caccia, dopo di che aveva udito una forte esplosione, aveva visto una colonna di fumo e poi l’aereo che cadeva.

Ora, scrive tsargrad.tv, quando mancano poche settimane all’inizio del processo a L’Aja, la tragedia del Boeing rischia di trasformarsi in farsa. L’olandese NRC Next, ad esempio, dà notizia del licenziamento di tutti e sei i funzionari della Procura generale ucraina che si occupavano del caso: con uno spoils system sui generis, Zelenskij ha prima licenziato tutti i 1.339 procuratori del paese, per poi, previo esame, riassumerne 710: tra i non ammessi all’esame, i giudici che si occupavano del Boeing. Dunque, chi sarà presente a L’Aja per l’Ucraina?

D’altronde, la JIT non ha mai tenuto conto di altre “quisquilie”, quali: Vladislav Vološin, il pilota del Su-25 ucraino in volo al momento della tragedia, suicidato; la ragazza controllore di volo ucraina, scomparsa; per non parlare del rifiuto USA a mettere a disposizione i dati satellitari e del rifiuto della JIT di prendere in esame i rilievi di Almaz-Antej, costruttore del sistema “Buk”.

E che diamine, simili “quisquilie” non servono a incolpare le milizie; dunque, perché tirarle fuori?

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