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I Balcani nella contesa tra UE, USA e Cina

La notizia della caduta del governo di Albin Kurti in Kossovo, il 25 marzo, durante l’emergenza pandemica e la formazione di una nuova maggioranza, a fine aprile, è passata inosservata sui nostri media. Il governo è durato appena una cinquantina di giorni, dopo la sua travagliata formazione il 3 febbraio, ed è caduto per una mozione di sfiducia votata anche da LDK – ex componente della maggioranza governativa.

Pochi giorni fa l’LDK di Isa Mustafa e l’AKK di Ramush Haradinaj – insieme a partiti minori come la lista della minoranza serba, Srpska – hanno dato vita ad una nuova maggioranza con Avdullah Hoti che dovrebbe esserne il Premier, mentre Esteri, Giustizia ed Economia dovrebbero andare alla formazione del due volte premier Haradinaj.

La priorità della nuova coalizione dovrebbe essere far ripartire il processo di dialogo con la Serbia. Un dialogo fortemente voluto dagli Stati Uniti, per cui i Balcani sono tornati ad essere un aspetto importante della propria politica estera dopo l’“Era Obama”.

L’amministrazione Trump aveva infatti incaricato di occuparsi della questione balcanica, l’altro anno, a due “pezzi da novanta” della politica statunitense con la nomina dell’ambasciatore statunitense in Germania – nonché esponente di alto profilo dell’intelligence nel gabinetto presidenziale – Richard Grenell e Matthew Palmer.

La pesante “intromissione” statunitense nella politica kosovara – Kurti parla di un vero e proprio “golpe” – ha determinato il corso del processo politico cui l’Unione Europea si è limitata a fare per ora da spettatrice, con una dichiarazione congiunta franco-tedesca che si limitava a non approvare la sfiducia al governo uscente – “Il Kossovo ha bisogno di un governo stabile e pienamente in funzione per confrontarsi con questa crisi”, sono state le loro parole – mentre gli Stati Uniti si sono rallegrati della caduta del governo.

È chiaro che un accordo tra Serbia e Kossovo prima delle elezioni presidenziali di Novembre sarebbe un ottimo biglietto da visita per Trump, che risulterebbe agli occhi dell’elettorato più efficace dell’azione della UE, e darebbe del filo da torcere alla Cina.

Nei calcoli di Washington non sembra trovare considerazione il fatto che una ridefinizione dei confini attraverso criteri etnici e lo scambio di territori possa avere un effetto ulteriormente “destabilizzante” per l’intera regione. Lo scambio in questione sarebbe tra la zona di Preshevo, nella Serbia meridionale, a maggioranza albanese “contro” le municipalità serbe del nord del Kosovo.

La formazione del governo uscente era avvenuta dopo le “storiche” elezioni dell’ottobre precedente, in cui la formazione “populista” Vetëvendosje (letteralmente “autodeterminazione”) – insieme alla LDK – aveva ottenuto la maggioranza dei voti, mentre il PDK solo il 21% e Il Partito “Alleanza per il Futuro del Kossovo”, del premier dimissionario Ramush Haradinaj, il 12%.

Una rivoluzione elettorale” l’aveva definita lo stesso Kurti, intervistato dal Financial Times a dicembre. Kuti, in chiave elettorale, aveva anteposto la lotta alla corruzione e alla disoccupazione – ufficialmente al 30% – alle storiche rivendicazioni che hanno caratterizzato il suo curriculum politico, come l’annessione all’Albania ed una “linea dura” nei confronti delle trattative con la Serbia, che lo vedevano “prudente” – per usare un eufemismo – rispetto al reciproco riconoscimento.

Allo stesso tempo aveva ribadito al prestigioso quotidiano economico-finanziario britannico l’indisponibilità ad una modificazioni degli attuali confini. ridisegnandoli secondo le linee della composizione etnica, in realtà perché non disposto ad abdicare all’integrità territoriale del Kosovo.

Nessun dialogo con le mappe”, aveva detto al “FT”.

E più esplicito era stato di recente con il quotidiano francese Le Monde, affondando l’attacco al presidente Hashim Thaçi – denominato “il serpente” ai tempi del conflitto serbo-kosovaro – dipingendolo come “un monarca del medio-evo. Con un animo autoritario e patriarcale.”

Nella visione d’insieme, aveva riaffermato le sue priorità all’interno della politica continentale: “abbiamo bisogno di welfare state, costruire solidarietà contro i fascisti, sicurezza dalla Federazione Russa, che era tenuta lontana dalla NATO”.

Una declinazione “socialdemocratica” del tradizionale sciovinismo kossovaro-albanese, che si opponeva all’impronta più neoliberista di chi aveva fino ad allora governato il Paese, ma con cui condivideva la comune matrice nazionalista e la stessa filiazione politica: l’UCK.

Non certo anti-americano, ma non così filo-americano come desiderava Washington, pronta a “sacrificare” alcune istanze storiche del suo alleato nell’area per tornare ad essere l’attore principale nella riconfigurazione dei Balcani secondo le proprie priorità.

L’ex premier Ramush Haradinaj, al suo secondo mandato, si era dimesso il luglio scorso in seguito all’ennesima – la terza – indagine della Corte Penale Internazionale dell’Aia per i “crimini di guerra” dell’ex combattente dell’UCK, soprannominato “Rambo”.

Il suo esecutivo era stato al centro della politica di ritorsione economica contro la Serbia – e anche contro la Bosnia-Erzegovina – fissando le tariffe per i prodotti importati dai due paesi della ex-Jugoslavia al 100%, in seguito all’ostruzionismo serbo rispetto all’entrata del Kossovo nel Consiglio Europeo e nell’Interpol.

Il rinfocolarsi dello scontro aveva portato ad un stop del dialogo tra i due Paesi sotto l’egida dell’UE e quindi ad un impasse della funzione mediatrice dell’Unione. La scelta del “nuovo” premier di resistere alle pressioni nord-americane, spalleggiato dalla UE, per una graduale e non totale ritiro delle tariffe, aveva fatto infuriare Washington, ed inasprito il conflitto tra l’Unione e gli Stati Uniti, nonché polarizzato le posizioni tra il Presidente allineato agli USA e critico verso l’UE e Kurti.

Bisogna ricordare che il Kosovo – ufficialmente “protettorato” ONU fino al 2012 – aveva dichiarato unilateralmente la sua indipendenza nel 2008. È attualmente riconosciuto solo da 100 Paesi – meno della metà di quelli che compongono l’ONU – , ma ben 5 Paesi della UE non l’hanno ancora riconosciuto, così come Russia e Cina. Bosnia e Serbia sono gli unici Stati della ex-Jugoslavia a non riconoscerlo.

Gli Stati Uniti premevano e premono quindi per un accordo che ridisegnerebbe i confini di Kossovo e Serbia – cui il premier uscente non era favorevole – e lo hanno defenestrato di fatto grazie al loro tradizionale “uomo di fiducia”, il presidente ed ex membro del capo della “guerriglia” dell’UCK, Hashim Thaçi.

Il sostegno dell’Unione Europea, contraria a questo tipo di risoluzione, “non è andato oltre a qualche dichiarazione d’intenti”, come ha scritto l’inviato di Le Monde Remy Ouran il 27 marzo.

Un precedente che gli attori politici del Kosovo dovranno tenere in considerazione.

Senza informare il Premier, il Presidente – che non avrebbe queste perogative – è volato insieme a Vucic a Washington, dove è stato pre-confezionato un accordo e preparato il terreno alla sua defenestrazione dopo tre settimane.

La manovra è attuata in due tempi”, scrive il corrispondente del quotidiano parigino. “In un primo momento, una dichiarazione della LDK a favore dell’accordo diplomatico in preparazione a Washington; in un secondo tempo, il sostegno della LDK alla proclamazione di uno “stato d’urgenza” proclamato dal presidente Thaçi. in risposta alla pandemia provocata dal coronavirus. Kurti si è opposto a tale misura, che avrebbe conferito a Thaçi dei poteri eccezionali. La sua maggioranza parlamentare è logicamente saltata” 

Le pressioni degli USA per ritirare le tariffe protezioniste nei confronti di Serbia e Bosnia si erano fatte insistenti, fino a  paventare una doppia minaccia: il congelamento di milioni di dollari di aiuti e la possibilità di far rientrare i 650 peace-keeper nord-americani presenti in Kossovo.

Una “Rambo Diplomacy”, l’ha definita l’ex inviato della UE in Kossovo, W.Petritsch, intervistato dal New York Times.

L’UE sta avendo un ruolo secondario, nonostante le dichiarazioni del neo capo della diplomazia, Josep Borrel, sulla “priorità” che l’Unione attribuirebbe ai Balcani.

La Cina sta intanto acquisendo nei Balcani un ruolo sempre più di prim’ordine grazie alla Serbia. Ruolo ribadito anche nel corso dell’attuale emergenza sanitaria. Le parole di Vucic di metà marzo, che ha fatto esplicito appello a Pechino (“l’unico paese che può aiutarci è la Cina”), confermano un rapporto che si è andato affermando nel tempo.

Come dice la ricercatrice di Oxford Tena Prelec, la Cina “ha fatto della Serbia l’hub della ‘Nuova Via della Seta’ in Europa centrale ed orientale. Ma il paese balcanico è destinatario di importanti investimenti diretti soprattutto nel settore industriale e tecnologico. L’anno scorso sono stati approvati ben 16 investimenti “green field”, per un totale di 625 milioni di dollari.

Dopo la Francia, con 711 milioni di dollari nel 2018, era la Cina il primo investitore diretto in Serbia, con 650 milioni; 1/5 di tutti gli Investimenti Esteri Diretti proveniva dalla Repubblica Popolare. Nel 2016 la Cina ha comprato proprio in Serbia la prima acciaieria nel continente, mentre Huawei è presente da tempo e sono previsti investimenti nel 5G.

Il Balcani si trovano nuovamente e pericolosamente su una linea di faglia.

È per questo che abbiamo tradotto questo articolo pubblicato su “Mediapart” sul ritorno di Washington nei Balcani di J.-A. Dérens e L.Geslin.

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Kosovo: Washington fa il suo ritorno nei Balcani

E’ stato nel bel mezzo dell’epidemia di Covid-19 che il governo di coalizione che governava il Kosovo nelle ultime settimane è andato in frantumi sotto la pressione diretta degli Stati Uniti. Quest’ultimi vogliono concludere un accordo “definitivo” tra Belgrado e Pristina il più presto possibile.

Questo non era mai stato visto prima. Il primo ministro del Kosovo ha pubblicamente accusato gli Stati Uniti di aver ordito la sua destituzione. Leader carismatico del movimento sovranista di sinistra Vetëvendosje (“Autodeterminazione”), Albin Kurti aveva assunto la guida dell’esecutivo kosovaro il 3 febbraio, prima di essere spodestato dal suo partner della coalizione e destituito dal Parlamento sei settimane dopo, il 25 marzo.

Il 20 aprile, Albin Kurti ha risposto in videoconferenza alle domande della stampa estera denunciando l’interferenza di Washington nella vita politica del Kosovo. “È deplorevole che l’ambasciatore Grenell si sia schierato con i politici corrotti che sono stati respinti dal popolo durante le ultime elezioni”, ha detto, indicando l’inviato speciale per i negoziati tra Serbia e Kosovo.

L’obiettivo, Richard Grenell, è un uomo potente nell’amministrazione Trump. In qualità di ambasciatore in Germania, dove mantiene relazioni notoriamente tese con la cancelliera Merkel, all’inizio dell’anno è entrato a far parte del gabinetto presidenziale anche come direttore dell’intelligence nazionale.

Gli Stati Uniti, che sembravano perdere interesse per il Kosovo e l’Europa sudorientale sotto il presidente Obama, stanno ora facendo un ritorno fragoroso. All’inizio di settembre, il diplomatico Matthew Palmer, considerato un buon conoscitore della regione, è stato nominato inviato speciale nei Balcani. Qualche settimana dopo, Richard Grenell ha preso in mano il dialogo tra Belgrado e Pristina, teoricamente condotto dal 2011 sotto l’egida dell’Unione Europea, ma che era entrato in una fase catalettica.

L’obiettivo: raggiungere al più presto un accordo definitivo tra Serbia e Kosovo, anche se questo significa “aggiustamenti di confine”, cioè scambi di territorio e di popolazioni, con la Serbia che recupera il nord prevalentemente serbo del Kosovo, che riceverebbe un “risarcimento” per una parte del comune prevalentemente albanese di Preševo, nella Serbia meridionale.

Questa ipotesi, che agita le cancellerie dall’estate del 2018, è stata respinta dagli europei, in particolare dalla Germania, che teme il rischio di un precedente che potrebbe distruggere la Bosnia-Erzegovina, o addirittura l’ancora fragile Macedonia settentrionale.

La gestione del “dialogo” tra Belgrado e Pristina è diventata oggetto di un tiro alla fune tra Stati Uniti e UE, tanto più che Bruxelles ha accumulato delusioni dopo il fallimento del vertice di Berlino di fine aprile 2019 e la cancellazione di quello previsto a Parigi nel luglio successivo, che ha posto fine al tentativo di mediazione franco-tedesca.

Con la formazione della Commissione Van der Leyen, la questione delle relazioni serbo-kosovare è ricaduta sul nuovo capo della diplomazia europea, il socialista spagnolo Josep Borrell, mentre nel marzo 2020 l’UE ha nominato anche un inviato speciale per il dialogo, nella persona del ministro degli Esteri slovacco Miroslav Lajcak. Quest’ultimo è un eccellente conoscitore dei Balcani ma, come Josep Borrell, proviene da un Paese che non riconosce il Kosovo come Stato indipendente, il che non aumenta la sua credibilità con Pristina.

Allo stesso tempo, Richard Grenell sta guidando la carica a un ritmo costante. Alla fine di gennaio ha raggiunto un accordo teorico sulla ripresa dei collegamenti aerei e ferroviari tra Belgrado e Pristina, sospesi dal 1999.

I treni non sono in procinto di circolare e gli aerei ancor meno di volare, ma questi accordi hanno contribuito a imporre l’immagine di una diplomazia di successo altamente personalizzata, poiché i negoziati sono stati condotti direttamente dall’inviato americano con i presidenti serbo e kosovaro, Aleksandar Vučić e Hashim Thaçi, senza che i governi o i parlamenti dei due Paesi fossero nemmeno informati dei negoziati in corso.

Albin Kurti, appena formato il suo governo, il 5 febbraio, potrebbe aver detto di aver preso personalmente la guida del dialogo con la Serbia, un’area che non è affatto di competenza istituzionale del presidente della Repubblica, ma questa dichiarazione è rimasta lettera morta.

All’inizio di marzo, Aleksandar Vučić e Hashim Thaçi si sono succeduti alla Casa Bianca, dove sono stati accolti in particolare da Jared Kushner, genero e consigliere del presidente Trump, e si è speculato molto, sia a Belgrado che a Pristina, sulla determinazione di Washington ad ottenere la firma di un accordo “storico” nella primavera del 2020, per poterlo sfruttare politicamente durante le elezioni presidenziali americane.

“La presidenza Trump vuole usare il conflitto tra Kosovo e Serbia per fare una dimostrazione, provando che è in grado di risolvere un grande conflitto internazionale senza ricorrere alla guerra, ma anche che un buon accordo può essere raggiunto anche ridisegnando i confini”, dice Belgzim Kamberi dell’Istituto Musine Kokalari, un think tank socialdemocratico di Pristina.

Il messaggio sarebbe particolarmente valido per il Medio Oriente, dove la Casa Bianca vuole imporre un “piano di pace” attraverso un nuovo taglio territoriale.

La tempistica dell’agenda americana non è stato necessariamente messa in discussione dalla pandemia di coronavirus, ma prima di tutto è stato necessario eliminare uno degli ostacoli alla ridefinizione dei confini della regione, ovvero il governo di Albin Kurti, molto legato al rispetto dell’integrità territoriale del Kosovo. E categoricamente opposto a tutte le opzioni di modificazione delle frontiere.

Il movimento Vetëvendosje, che si è imposto nelle elezioni del 6 ottobre, dove attivisti di estrema sinistra e nazionalisti albanesi convivono in modo complesso con elementi più moderati – anche se il movimento è stato indebolito dalla scissione alla fine del 2018 della sua ala ufficialmente socialdemocratica, che comprendeva il sindaco di Pristina, Shpend Ahmeti – incarnava un’immensa speranza di cambiamento.

Per molti cittadini del Kosovo si trattava di voltare finalmente pagina, dopo 20 anni di presa del potere, degli anziani comandanti corrotti della guerriglia dell’Esercito di liberazione del Kosovo (UCK) e di promuovere politiche sociali che consentissero di fermare una volta per tutte l’esodo di massa della popolazione all’estero.

Combinazioni politiche

Ma il movimento Vetëvendosje non ha una maggioranza sufficiente per formare il governo da solo. Alla fine, non ha altra scelta che allearsi, dopo cinque mesi di negoziati, con la Lega Democratica del Kosovo (LDK). Il “vecchio partito” fondato da Ibrahim Rugova (1944-2006), che si colloca ufficialmente al centro-destra.

Questa improbabile coalizione non ha resistito a lungo di fronte alle pressioni americane. Tutto ruotava intorno alla questione della tassazione al 100% delle merci importate dalla Serbia, una misura introdotta dal precedente governo come risposta alle “lobby anti-Kosovo di Belgrado”, e che la Serbia ha usato come pretesto per rifiutare di riprendere i colloqui con Pristina.

In segno di buona volontà, Albin Kurti aveva parzialmente abolito la tassa, sostituendola con “misure di reciprocità”, gesto accolto con favore dagli europei ma considerato insufficiente da Richard Grenell. Quest’ultimo sta mettendo tutto il suo peso dietro il suo totale e immediato sollevamento. E sfuggirvi è diventato “un gesto antiamericano”, un’accusa molto grave in Kosovo, americanofili fin dai bombardamenti del 1999.

I media vicini al presidente Thaçi e al suo Partito democratico del Kosovo (PDK) hanno immediatamente ripreso a lavorare, riportando vecchie accuse di “antiamericanismo” contro Albin Kurti, mentre il LDK ha scelto di obbedire senza esitazione alle obiezioni di Washington e ha presentato una mozione di sfiducia al primo ministro, facendo cadere il governo di coalizione il 25 marzo.

Da allora, Albin Kurti assicura l’interim dell’esecutivo, assistito dai ministri dai ranghi del suo movimento, in particolare da quello della sanità, Arben Vitia. Una posizione che non è esattamente sicura per la pandemia.

Il sistema sanitario del Kosovo non è stato oggetto di investimenti da tre decenni e soffre della costante partenza di operatori sanitari verso i paesi dell’Europa occidentale; non sarebbe stato in grado di far fronte a un’ondata epidemica su larga scala. Attualmente è contenuta (800 persone infette e 22 decessi al 30 aprile), grazie a severe misure di contenimento, generalmente ben rispettate dalla popolazione, che è pienamente consapevole dello stato dei suoi ospedali.

È in questo contesto che l’LDK ha scelto un’inversione di alleanza, con diverse piccole formazioni, per formare un nuovo governo, che dovrebbe avere la benedizione dell’emissario Grenell.

Vetëvendosje ha denunciato un colpo di stato e ha chiesto di indire elezioni anticipate alla fine dell’isolamento. Albin Kurti intende anche contestare la sua dichiarazione davanti alla Corte costituzionale. Concerti di pentole e padelle nelle finestre e nei balconi della confinata Pristina sono già scoppiati a sostegno di Albin Kurti.

Mentre le misure iniziali di deconfinamento sono previste per il 4 maggio, i sostenitori del Primo Ministro deposto possono scegliere di scendere in piazza per protestare contro questo “colpo di stato”. Interrogato dal sito web in lingua inglese “Pristina Insight”, Albin Kurti ha negato in anticipo di essere all’origine di una tale mobilitazione, difficile da giustificare in tempi di pandemia, ma ha detto che non avrebbe fatto nulla per evitarla, sottolineando che i cittadini del Kosovo “non sono mai stati così arrabbiati”.

Vetëvendosje sarà quindi in attività solo da poche settimane e, senza voler essere citati, diversi analisti kosovari fanno notare che probabilmente Albin Kurti ha moltiplicato le provocazioni per spingere l’LDK a sciogliersi, licenziando il ministro dell’Interno Agim Veliu il 19 marzo, probabilmente perché non ha avuto la possibilità di allineare l’LDK ad un progetto politico diverso da quello che gli Stati Uniti volevano imporre.

L’ex leader carismatico delle proteste studentesche contro il regime di Slobodan Milošević negli anni ’90, un deciso oppositore della “tutela” internazionale sul Kosovo e sui Balcani, Albin Kurti non sarà riuscito a incarnare un “diverso” esercizio di potere? L’esperto di politica sociale Artan Mustafa osserva che il programma della coalizione di governo non ha infranto i “dogmi neoliberali seguiti dal Kosovo dalla fine della guerra”.

Secondo lui, le misure di emergenza decise dal governo per far fronte all’arresto dell’economia “non sono uscite da questa camicia di forza”, in particolare non fornendo alcun aiuto ai molti lavoratori non dichiarati… Per questo docente dell’università privata UBT di Pristina, Albin Kurti ha scelto deliberatamente di tornare a una postura “populista” dell’opposizione, più comoda da tenere, tanto più che la crisi ha spinto la sua popolarità a nuovi livelli nei sondaggi d’opinione.

In un momento in cui la crisi del coronavirus ha devastato l’economia balcanica, facendo saltare i fragili meccanismi di protezione sociale, è in un paesaggio di rovine che gli Stati Uniti potrebbero essere tentati di imporre un nuovo equilibrio regionale, basato su questo “storico” accordo tra Belgrado e Pristina, atteso da tanti anni…

Le misure di quarantena e di censura imposte in tutti i paesi della regione stanno attualmente imbavagliando le società civili. Ma le società civili potrebbero presto riguadagnare voce.

https://www.mediapart.fr/journal/international/010520/kosovo-washington-fait-son-retour-dans-les-balkans

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