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Dal Mes ai migranti, passando per le “Zee”: l’isolamento dell’Italia nel Mediterraneo

Dimmi con chi vai “in politica estera”, e ti dirò chi sei. Si potrebbe parafrasare così il famoso proverbio popolare, adattandolo a massima utile per la comprensione del portato ideologico di un partito, della forza di uno Stato, della collocazione di una regione.

Su questo per esempio cadrebbero tante illusioni, a dir la verità alimentate ad arte dai mass media di casa nostra, sulle reali ambizioni della Lega o del Movimento 5 stelle, a più riprese e a vario titolo inquadrate come forze antieuropeiste o progressiste.

La prima infatti in “Europa” sta da tempo negoziando l’entrata nel Partito popolare europeo (Ppe), quello per intenderci della Cdu della Merkel in Germania o del Fidesz di Orban in Ungheria (per la verità sospeso, ma non espulso, a fine 2019), non proprio esempi di antieuropeismo.

I secondi invece non hanno mai trovato un posto al sole nello scacchiere dell’Unione, respinti prima dall’Efdd di Farage poi dall’Alde di Macron, non certo due noti progressisti, sintomi delle lotte intestine che stanno esacerbando la discussione interna al Movimento, anche nei passaggi critici odierni.

Ma in questo tornante di grande rilevanza storica che segnerà, crediamo, molto del futuro dell’ordine mondiale, l’Italia sembra scivolare lentamente in uno stato di isolamento nei confronti del resto dell’Ue che non fa ben sperare per il futuro socio-economico (sul politico, le ombre primeggiano da decenni) del paese.

Gli elementi emersi nelle ultime settimane sono tre, e riguardano l’attivazione del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) per l’accesso al credito relativo alle spese sanitarie legate all’emergenza, lo schieramento internazionale sulla guerra in Libia e le conseguenze in campo migratorio e commerciale per l’accaparramento delle risorse del Mar Mediterraneo.

Sul Mes, in questi giorni Portogallo, Spagna e Grecia hanno fatto sapere che non ricorreranno al fondo salva-Stati per finanziare un pezzo della ripresa economica dei rispettivi paesi. Il Fatto parla di “stigma da evitare”, ma quando ci sono in ballo i soldi, la morale difficilmente riesce a dare una spiegazione esauriente.

La realtà è che il prestito per una somma del 2% del Pil (per l’Italia, circa 37 miliardi) per spese legate esclusivamente all’emergenza sanitaria, da restituire a un tasso d’interesse dello 0,1%, sarebbe una condizione finanziaria più favorevole rispetto a quella che si incontrerebbe sui mercati obbligazionari, dove il rendimento dei titoli di debito dei tre paesi è superiore al tasso garantito dal Mes (in Italia, il decennale oscilla intorno al 2%).

Ma il problema è che questi soldi sarebbero vincolati al giudizio di a una commissione che dotrebbe avallare o meno l’indirizzo (dove, come, per cosa) della spesa nel rispetto dei criteri stabiliti a Bruxelles (sui quali per ora vige una cortina di fumo), sottraendo de facto un altro pezzetto di autonomia decisionale nella politica economica del paese interessato.

Ora, la questione che a noi interessa è che il premier Conte aveva giustificato il mancato veto in sede negoziale col “blocco del Nord” al Mes-nuova-versione per non fare «un torto alla Spagna», la quale tuttavia ha dichiarato per voce del ministro dell’Economia Nadia Calvino che il Regno ricorrerà invece ai mercati.

La paventata “alleanza mediterranea” emersa poche settimane fa si è dunque già sciolta (se mai sia realmente esistita) in mancanza di una valida alternativa al volere tedesco sul futuro dell’Unione, e ora l’Italia si ritrova con un governo schiaffeggiato dagli esiti delle contrattazioni degli ultimi due mesi, nonché egemonizzato dall’ala più ciecamente europeista del paese, Pd e Confindustria, con il resto del Mediterraneo che si sfila dal suo fianco.

Guardando sull’altra sponda, le cose non vanno meglio. Due dati su tutti, incastonati sulla crisi libica, centro insieme alla Siria su cui si stanno riscrivendo le filiere delle alleanze geopolitiche: la Francia rompe gli indugi e prende parola ufficialmente contro la Turchia per proteggere i suoi interessi petroliferi in Cirenaica e sul gas a largo delle coste di Tripoli.

L’Italia invece non trova supporto in nessun paese sulla fallimentare operazione “Irini” e scende a patti con il Governo di accordo nazionale (Gna) di Fayez al Serraj, supportato militarmente da Ankara, per contenere i flussi migratori direttamente in Libia.

Andando in ordine, la Francia ha firmato una dichiarazione congiunta assieme a Grecia, Cipro, Egitto ed Emirati arabi uniti contro l’ingerenza della Turchia nella crisi libica. Giova ricordare che la Francia è membro delle Nazioni unite, le quali sostengono ufficialmente il Gna, ma come sempre di fronte a interessi non convergenti, gli Stati membri dell’Ue preferiscono proteggere i propri.

Infatti, in ballo nella guerra in Libia ci sono i ricchissimi giacimenti petroliferi presenti soprattutto nella Cirenaica controllata da Khalifa Haftar (la Libia è il settimo paese mondiale per riserve di petrolio) e il controllo delle Zone economiche esclusive (Zee) nel Mediterraneo.

Secondo la Convenzione del diritto del mare, una Zee è la zona marina di massimo 200 miglia in cui uno Stato costiero esercita i diritti di protezione e sfruttamento delle risorse.

Ebbene, proprio queste zone sono oggetto della contesa visto che negli ultimi anni sono venute alla luce importanti riserve di gas nelle “faglie di confine”, su cui la Turchia vuole imporre una serie ipoteca proclamando (cosa vietata dallo stesso diritto) la congiunzione tra la Zee turca e quella libica. È su questa condizione che è scesa in campo la Francia, difendendo gli interessi della Total (multinazionale “francese”) sui mari nordafricani.

Il governo Conte invece risponde picche alle richieste della Grecia che assieme a Cipro cercava una sponda politica per delimitare le ingerenze turche nell’area, rifiutando la firma del comunicato emesso dal vertice de il Cairo (con Egitto e Francia) a inizio gennaio proprio contro la proclamazione della Zee turco-libica

Né, in un ottica di “mero interesse nazionale”, difende gli interessi dell’“italiana” Eni, che nell’Egitto del golpista al-Sisi vanta partnership strategiche per l’estrazione delle risorse naturali, pressoché assenti nel nostro territorio.

La risposta a queste mancanze si trovano, oltre che nel nanismo politico della nostra classe dominante, nell’“ossessione da migranti” in cui sembra intrappolata la politica estera degli ultimi governi.

Con l’intervento in Libia, Receyp Erdogan ha piazzato infatti una potenziale bomba migratoria, acuita dal propagarsi del coronavirus, ai confini sud dell’Unione europea, così come aveva già fatto con i profughi siriani in quelli della Germania e più recentemente della Grecia.

Il controllo delle tratte che vanno dall’Oriente fino al Nordafrica, assicurate dalle milizie dell’Isis sostenute da Ankara in Siria prima, e al supporto dell’altrimenti debole governo di Serraj poi, mette nelle mani di Erdogan un fattore negoziale decisivo per le meschine ambizioni degli ultimi governi del nostro paese, impegnati da Minniti in avanti (accordo rinnovato lo scorso 2 novembre) a far sì che i dannati della terra vengano fermati prima dello sbarco nelle coste meridionali, a qualsiasi costo umano.

E così il sostegno “dovuto” al governo di Serraj, in quanto l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale, si scontra con il tentato protagonismo nell’operazione “Irini”, fallimentare tentativo annunciato il 29 marzo, ma rimasto un pesce d’aprile perché mai decollato, di porre un freno al commercio di armi via mare in Libia, bocciato da Germania, Francia, Tripoli e persino dalla piccola Malta.

Operazione che da una parte non ha il minimo controllo degli spostamenti aerei (con cui la Turchia rifornisce di miliziani il fronte tripolino) e terrestri (armi emiratine per Haftar passando per l’Egitto), e dall’altra avrebbe il solo risultato di porre un freno al rifornimento militare di Ankara a Tripoli, ossia il governo che il governo appoggiato dall’Italia. Un disastro.

Il risultato, di nuovo, è che non si curano gli interessi non diciamo di classe, ma neanche strategico-capitalistici nazionali, e il posizionamento raggiunto non coincide con nessun altro paese euromediterraneo, lasciando il futuro dello stivale in balia della tempesta che verrà.

Su questo, gli scenari per ora appena scorgibili in lontananza sembrano ridursi (in queste condizioni, il condizionale è d’obbligo) o al cappio al collo europeista buono per ingrassare le traballanti casse del “blocco del Nord”, o a un atlantismo guidato dall’anglosfera vecchio stampo.

Su questo, Nato e Stati uniti infatti, dopo tanto sonnecchiare, virano verso l’appoggio a Serraj in Libia; il Regno unito si espone con l’acquisto di importanti quantità di debito pubblico italiano; il Qatar, unico alleato di Ankara nel Golfo, è in affari con la privatissima sanità lombarda da un paio di anni; l’Esercito italiano intensifica il rapporto in tema di sviluppo con l’Us Army e Israele; Israele annuncia la ripresa delle relazioni diplomatiche con la Turchia visti i comuni interessi in Siria.

Insomma, peggio del da soli”, rimane solo il “male accompagnati”.

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