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13 agosto, Fidel vive!

Oggi, 13 agosto, ricorre il compleanno di Fidel. Il Comandante en jefe, nato nel 1926, avrebbe compiuto 94 anni. L’eredità che ci ha lasciato è enorme. Il FarodiRoma ha deciso pertanto di intervistare sia l’economista e professore universitario della Sapienza Luciano Vasapollo, che ha collaborato a più livelli con Fidel – sia la direttrice del CESTES, Rita Martufi.

Entrambi coordinano il Capitolo italiano della Rete di intellettuali, artisti e movimenti sociali in difesa dell’umanità, che Vasapollo ha contribuito a fondare a Caracas nel 2004 proprio con i due Comandanti Eterni, Fidel e Hugo Chavez. Vasapollo e Martufi hanno organizzato innumerevoli convegni, sia in Italia che a Cuba, sulla figura del Comandante.

Recentemente, Vasapollo ha scritto insieme a Ramon Labañino, uno dei cinque eroi cubani reclusi nelle carceri dell’impero, “YO SOY FIDEL!”. Inoltre, ha redatto la prefazione per la biografia del Comandante Fidel Castro di Katiuska Blanco Castineira, dal titolo “Guerrigliero Del Tempo. Conversazioni con il leader storico della rivoluzione cubana” (Zambon).

Vasapollo, delegato del Rettore per l’America Latina e il Caribe, inoltre è anche docente all’Università de L’Avana e all’Università Hermanos Salz Montes de Oca di Pinar del Rio, sempre a Cuba. Come membro d’onore dell’ANEC, Asociación Nacional de Economistas de Cuba, ha avuto modo di presiedere importanti convegni nell’isola caraibica, sui temi attuali della globalizzazione e del riscatto dei Sud.

Insieme a Roberto Verrier, presidente dell’ANEC, infatti, ha organizzato oltre dieci congressi internazionali, a cui ha sempre partecipato Fidel Castro. Sul Comandante e sul Che, Vasapollo ha curato anche altri importanti volumi, tra cui vanno almeno ricordati “Vámonos…nada más! Camminando con il Che e Fidel” e “Soldati delle idee. Allerta che cammina! La scuola di Fidel e del Che per l’America Latina”.

Vasapollo ha, inoltre, partecipato agli incontri tra il Comandante eterno e i tre Papi: Papa Giovanni Paolo II nel 1998, Benedetto XVI nel 2012 – incontro da cui ha tratto, insieme a Padre Antonio Tarsia, il libro “Una settimana a Cuba con il papa, Raul, Fidel e molti altri”- Papa Francesco nel 2015.

A quattro anni dalla morte, che cosa ci ha lasciato Fidel?

Il patrimonio ideale e pratico è immenso. Si tratta di una domanda cui difficilmente si può dare una risposta. Dopo quasi quattro anni dalla morte fisica del Comandante en Jefe, sono accaduti moltissimi eventi che hanno scosso gli assetti globali, in ultimo la crisi approfondita dalla pandemia globale.

Cionostante, la visione di Fidel rimane quanto mai attuale perché ci ha mostrato la possibilità concreta di una via alternativa al capitalismo. Sappiamo ormai quanto il modello di sviluppo fondato sullo sfruttamento dell’uomo e della natura sia insostenibile. Stiamo vivendo una crisi di civilizzazione, segnata dalla crescita delle diseguaglianze e dalla mancanza di prospettive per gran parte dell’umanità.

Anche se Fidel era ed è il popolo cubano, come abbiamo sottolineato altre volte, la sua eredità ha una valenza universale: in lui si riconoscono tutti gli ultimi e gli sfruttati; i Sud del mondo che, badate bene, non vanno intesi come un’etichetta geografica, ma un termine con cui si indicano gramscianamente tutti i popoli subalterni. Quando ci ha lasciato, solo fisicamente – ci teniamo a ribadirlo – il 4 dicembre 2016, YO SOY FIDEL è stato il grido corale del popolo cubano. Siamo tutti noi Fidel, tutti coloro i quali credono nelle sue idee e sono convinti che un’alternativa non solo è possibile ma indispensabile se non vogliamo soccombere a livello sociale, ecologico, ma anche etico.

Per questo l’epopea della rivoluzione cubana ha una risonanza globale perché ha parlato, con il linguaggio degli sfruttati, a tutti i popoli dipendenti. Le figura di Camilo Cienfuegos, di Che Guevara, dei fratelli Fidel e Raul Castro hanno un valore esemplare, con le loro peculiarità e sensibilità. Sono stati rivoluzionari, certo, ma anche uomini di governo, che si sono posti il tema della transizione, impegnandosi in prima persona nella gestione economica.

Fidel ha guidato un popolo in lotta contro la fame e il sottosviluppo – termine comunque orrendo e eredità del regime neocoloniale sostenuto dagli Stati Uniti – ma anche contro le mire dell’imperialismo, attraversando il codardo assalto di Playa Giron e la crisi dei missili. Cuba ha resistito e continua a resistere a sessant’anni di blocco criminale perché Fidel e Raul hanno coinvolto il popolo, in un processo di mutuo insegnamento. Per questo, tutti a Cuba si riconoscono nel coro YO SOY FIDEL!

Voi avete avuto la grande opportunità di conoscerlo personalmente. Che cosa potete dirci?

Vasapollo: Fidel mi ha insegnato tanto. Standogli vicino, ho ammirato la grande apertura mentale del Comandante. Abbiamo organizzato insieme diversi incontri internazionali di economisti, invitando esponenti di diverse scuole di pensiero. Fidel parlava con tutti, con marxisti e non, proprio perché sapeva dialogare. Una qualità che tutti coloro i quali hanno avuto modo di conoscerlo gli hanno riconosciuto. Di questo sono testimone.

Fidel era inoltre un lavoratore instancabile al servizio del popolo, da cui ho potuto imparare tantissimo di economia, di politica, ma anche del vivere quotidiano. Ho avuto modo di vivere la quotidianità e l’amicizia di Fidel, collaborando anche con Abel Prieto, che è stato ministro della cultura per tantissimi anni. Sono esperienze che mai potrò dimenticare.

Soprattutto, da Fidel e da Cuba ho potuto comprendere come la pratica sia l’unico criterio valutativo della verità. Nei lunghi e intensi momenti in cui sono potuto stare insieme al Comandante, ho imparato ad affrontare sicuramente le grandi come le piccole cose. Ho ricordato in altre occasioni il pertinente giudizio, che ho potuto verificare personalmente, dato da Gabriel Garcia Marquez.

Fidel dava fiducia a chiunque incontrava. Il grande premio Nobel per la letteratura, raccontava proprio questa fiducia seducente. Egli “cerca i problemi dove sono. La sua pazienza è invincibile. La sua disciplina è di ferro. La forza della sua fantasia spinge ai limiti dell’imprevisto”. 

Quello che Fidel ci ha lasciato, è soprattutto un sentiero, fatto di gesti, passioni e incontri, che il Comandante ha percorso con trasparenza e spirito di sacrificio. Un sentiero che porta a un mondo migliore, fatto di giustizia e libertà. Un sentiero in cui si incontra l’uomo nuovo, quello della futura umanità.

Che cosa ha rappresentato José Marti, cui avete dedicato importanti studi, per FIdel?

Come abbiamo avuto già modo di sottolineare, la rivoluzione di Fidel è stata profondamente martiana. Non è un’esagerazione sostenere, come fece il Comandante, che fu Marti l’autore morale dell’assalto alla Moncada. La figura dell’apostolo dell’indipendenza cubana ha avuto un’impronta fortissima sul Comandante. Fidel aveva interiorizzato a fondo gli ideali martiani, antimperialisti, anticolonialisti e profondamente democratici.

Il marxismo venne dopo, anche se fu un incontro determinante. Dall’apostolo, inoltre, Fidel aveva imparato l’ardente patriottismo e la fiducia nel popolo, ma anche un senso altissimo della dignità dell’uomo. Un messaggio sia politico sia spirituale. Marti, che aveva combattuto contro la Spagna per dare la libertà a Cuba, aveva altresì intuito la minaccia rappresentata dagli Stati Uniti, le cui aspirazioni imperialiste sull’America Latina cominciavano ad essere evidenti già sul finire del XIX secolo.

L’ideale di Nuestra America Afro Indiana fu un altro lascito importante: Fidel fu tanto martiano quanto fu bolivariano. Qui vorremmo aprire una parentesi per spiegare quanto Castro sia amato nei paesi africani, segnatamente in Sudafrica e dai neri degli Stati Uniti. Fidel ha lottato sempre per la libertà dei popoli, aiutando in Africa chi lottava contro l’oppressione colonialista, dando dignità a chi l’aveva perduta per colpa delle mire imperiali.

La lotta di Fidel fu decisiva anche per Nelson Mandela, che combatté il regime di apartheid e ricordò come Fidel, a differenza di altri, fu sempre solidale con la lotta contro il regime segregazionista. Si potrebbe aprire il capitolo sulla questione palestinese, ricordando come il Comandante abbia sempre incarnato un ideale internazionalista, nel senso della cooperazione e della solidarietà.

Marti e Bolivar: due giganti di Nuestra America come lo sono stati nel novecento, ma anche nel XXI secolo, Fidel e Chavez.

Abbiamo assistito all’incontro tra i due Comandanti eterni, da cui nacque l’Alba e un nuovo momento nella storia di Nuestra America Afro Indiana. Cuba inviò i propri medici in Venezuela e la Repubblica bolivariana, da poco nata, offrì il proprio aiuto a Cuba.

Con la caduta dell’Unione Sovietica, la piccola isola caraibica si trovava in una situazione pericolosa. Quegli anni sono ricordati a Cuba come il Periodo Especial en tiempos de paz.

Con la nascita dell’Alba, non fu data solo un’opportunità a quei paesi che avevano saputo resistere all’imperialismo, ma anche a tutto il continente latinoamericano. La vittoria di Evo in Bolivia, l’esperienza dei governi Lula in Brasile, ma anche Kirchner in Argentina e Mujica in Urugay, per citare alcuni casi, ridiedero linfa a questo continente ribelle, pronto a sottrarsi alla dipendenza e allo sfruttamento.

Abbiamo assistito ad un vero cambiamento dei rapporti di forza, con l’inaugurazione di una nuova fase di cooperazione. La solidarietà e la cooperazione sono diventati gli elementi chiave in luogo della competizione e della sottomissione all’Azienda Mondo, per utilizzare la cogente espressione di Hosea Jaffe.

L’Alba, lanciata da Fidel e Chavez, ha dimostrato come anche le riforme, le lotte e tutto quanto ne consegue possano portare grandi cambiamenti in un’ottica di superamento delle storture e delle ingiustizie causate dal capitalismo. Fu da questo incontro tra Fidel e Chavez che nacque tutto. I due Comandanti seppero ridare dignità agli ultimi della loro patria, agli sfruttati, agli emarginati, agli indios – smantellando la struttura etno-razziale del colonialismo, che l’imperialismo voleva perpetrare tanto a Cuba quanto in Venezuela.

Con loro, abbiamo vissuto un’esperienza autentica di internazionalismo. Questo diede un’importantissima spinta anche ad altre realtà e movimenti sociali, che con i loro limiti e le loro peculiarità furono in grado di offrire un orizzonte di sviluppo ai rispettivi popoli.

Ma intendiamoci: non stiamo parlando di uno sviluppo meramente quantitativo, benché anche gli indici della ricchezza crebbero in quei paesi che seguirono strade diverse da quelle loro imposte dall’imperialismo– così come a Cuba e in Venezuela si svilupparono tantissimo settori strategici al servizio della persona – ma di uno sviluppo che mette al centro il bienestar delle persone.

Il recupero e la valorizzazione delle pratiche indigene, pensiamo alla Bolivia, la grande importanza data all’alfabetizzazione, alla cultura e alla sfera spirituale della persona, sono tutti elementi fondamentali di questa rivoluzione che ripercorre le impronte di Che Guevara – ma lasciatecelo dire- ma anche di Gramsci.

Fidel e Gramsci? Che cosa lega il rivoluzionario cubano al rivoluzionario e filosofo italiano?

Entrambi misero al centro la filosofia della prassi. Da Fidel, come ho detto prima, abbiamo avuto in dono una certa forma di dedizione che veniva dalla responsabilità di guidare una rivoluzione vittoriosa. Gramsci morì in carcere e assistette alla rivoluzione passiva delle classi dirigenti italiane che avevano nutrito e sostenuto, quasi fino alla fine, il fascismo.

Nell’epopea della rivoluzione cubana, che ad alcuni dà tanto fastidio proprio perché fu vittoriosa, Fidel fece spesso riferimento, quantomeno implicitamente al pensiero di Gramsci. Possiamo indicare alcune idee base: la battaglia delle idee e la mobilitazione continua del popolo, cui Fidel e il Che insegnarono ad essere classe dirigente.

L’importanza data allo studio e all’organizzazione. Esperimenti continui di democrazia di base. L’importanza data all’educazione, come elemento imprescindibile per la partecipazione popolare alle decisioni strategiche in chiave politica ma anche economica. Altrove, abbiamo richiamato il gran debate di Che Guevara sulla pianificazione, da cui si possono scorgere da parte del rivoluzionario argentino importanti intuizioni sull’importanza della partecipazione del popolo e del sacrificio per il bene comune.

 

Qual è stato il lascito più grande di Fidel?

Anche questa è una domanda cui si può rispondere solo con difficoltà. Fidel c’ha insegnato tante cose; il senso del momento storico come definiva lui la rivoluzione. Egli ha aperto il campo a una prassi politica e spirituale che realmente si pone sulla via del cambiamento. In un mondo in cui le disuguaglianze enormi e le guerre, in atto e in prospettiva, minacciano la stessa civilizzazione, la lezione di Castro va lontana.

Cuba ha saputo resistere alle imposizioni del mercato, ovvero alle leggi imposte ai popoli dalla finanza e dalle multinazionali che oggi, più che mai, nel cosiddetto occidente controllano le nostre vite. Come ha ricordato anche Papa Francesco, non è più tempo di riforme proprio perché abbiamo perso il senso.

Oggi miliardi di persone languono nella povertà e nel sottosviluppo. Ai Sud non è data nessuna prospettiva se non quella di servire all’arricchimento non tanto delle nostre società, che stanno sempre più diventando a loro volta Sud – come è avvenuto in passato – ma piuttosto dei monopoli e delle corporation che sono controllati da pochi individui.

Gli Stati, in questo contesto, come gli Stati Uniti, sono soltanto dei dispositivi che garantiscono, con la sopraffazione delle armi, questi processi. Per questo, paesi come Cuba e il Venezuela, ma anche l’Iran, il Nicaragua e la Siria, vengono colpiti da sanzioni e blocchi criminali. Sanzioni che l’impero vuole applicare ormai anche a alleati fedeli come la Germania, per le sue aperture alla realizzazione del Nord Stream, il gasdotto che dovrebbe collegare la Russia all’Unione Europea, per fare un esempio.

Ecco, Fidel c’ha insegnato come resistere, resistendo insieme al suo popolo a sessant’anni di blocco, sviluppando delle eccellenze nel campo della ricerca e dell’istruzione. Questo lo abbiamo visto con il protagonismo delle brigate mediche Henry Reeve, che sono venute in soccorso di tantissimi popoli, tra cui in Italia, durante i giorni più neri della pandemia globale. Per questo il Capitolo italiano della Rete di intellettuali, artisti e movimenti in difesa dell’umanità si unisce alla campagna del Comitato pace e giustizia, coordinato da Graciela Ramirez, perché il premio Nobel della pace sia assegnato ai medici cubani.

Avete ricordato il magistero di Papa Francesco? Che cosa lega Fidel al Papa?

Tra Fidel e Papa Francesco, vediamo senz’altro un sentire comune. Certo, Francesco – che ci ha ricevuto in udienza più volte: recentemente gli abbiamo donato il testo “Rosa Blanca” sull’eredità di Marti e Bolivar nella rivoluzione bolivariana – non parla di lotta di classe e ovviamente non condivide l’eredità marxiana del Comandante, che del resto incontrò nel settembre del 2015 sull’isola della rivoluzione.

L’opzione preferenziale del Santo Padre e della Chiesa per i poveri e per gli umili è sicuramente in accordo con il messaggio che Fidel c’ha lasciato. La lotta contro la tirannia del denaro, che regna e tiranneggia anziché servire, e l’importanza data alla dignità e al riscatto degli sfruttati, sono altri elementi di un comune sentire. Ma un’altra linea di pensiero, cui Francesco e Fidel sono solidali, è quella della cura della Casa Comune.

Abbiamo letto e meditato l’enciclica Laudato sì e la Querida Amazonia, due documenti profetici del nostro tempo, in cui Francesco ha posto il problema tanto della cura quanto della salvaguardia dell’ambiente. Il conflitto tra capitale e ambiente, tra capitale e natura, è senz’altro diventato fondamentale. Così come i diritti della madre terra, della Pachamama, violentata e sporcata dall’ideologia del denaro e della crescita quantitativa.

Anche Castro, soprattutto nell’ultima parte della sua esistenza fisica – quella ideale e spirituale rimane intatta – aveva ben compreso l’importanza di questo conflitto. Eppure, Fidel ammoniva contro le risposte superficiali, comprendendo le radici economiche e sociali della distruzione dell’habitat e dell’inquinamento.

Il Comandante era consapevole come fosse impossibile ridare dignità agli ultimi, ai popoli originari di Nuestra America India Africana, entro le compatibilità capitalistiche. Il capitale è nemico dell’uomo. E in questo giudizio, per nulla scontato oggigiorno, in cui le sirene del mercato e della falsa efficienza continuano a ammaliare tanti sedicenti intellettuali e politici, troviamo una fertile convergenza tra il pensiero di Fidel e il Magistero di Francesco, attento più che mai ai dannati e ultimi della terra.

Che cosa rappresenta Fidel Castro oggi?

Fidel è un patrimonio dell’umanità: non si tratta di una frase retorica perché oggi l’imperialismo continua a minacciare i popoli che hanno avuto la forza di cercare la strada dell’indipendenza economica e l’autodeterminazione politica. Esso commina sanzioni pesantissime a chi non segue le sue regole – che vanno di pari passo con l’imposizione delle ricette neoliberiste, le quali hanno provocato solo miseria economica e esistenziale.

Cuba, il Venezuela, il Nicaragua, ma anche la Siria, l’Iran e il Libano subiscono un blocco pesantissimo, che causa fame e malattie. Ciononostante, continuano a resistere. Non bisogna cadere nell’errore di monumentalizzare Fidel, anestetizzandolo relegandolo al passato, come l’industria culturale ha fatto con altre figure epiche del novecento.

Se è una perdita di tempo rispondere alle accuse, pretestuose e sconvolgenti per la loro superficialità, di chi accusa Castro di essere un dittatore, è necessario difendere e appropriarsi del patrimonio ideale e pratico che il Comandante eterno ha lasciato ai popoli e ai lavoratori. Ieri come oggi, la lucha sigue! 

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