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Sahel: punto di caduta dell’imperialismo dell’Unione Europea?

Il colonialismo non cede se non con il coltello alla gola

Frantz Fanon

Negli ultimi mesi abbiamo assistito ad una accelerazione delle tensioni diplomatiche, politiche ed anche militari tra alcuni Stati dell’Africa Occidentale e l’Unione Europea, in particolare attraverso il suo pivot militare rappresentato dalla Francia, la quale conta poco meno di 5.000 militari in tutto il Sahel.

Mali, Guinea e Burkina Faso sono entrati in “rotta di collisione” con quelli che erano i piani decisi per loro a Bruxelles e Francoforte, ed in parte a Washington.

Il Mali, in particolare, che era il centro della strategia militare francese, nonché il paese che “ospitava” più della metà di tutti i suoi effettivi nell’area, è venuto ai ferri corti con Parigi , ma non solo, dopo il secondo “colpo di stato” avvenuto l’estate dello scorso anno.

In altri Paesi lo status quo neo-coloniale scricchiola a causa delle macerie prodotte da un modello di sviluppo che ha devastato i paesi divenuti la periferia integrata alle catene del valore occidentale già prima della fine del mondo bipolare e la “vittoria” della globalizzazione neo-liberista.

L’intero edificio politico costruito sulle fondamenta dell’ “Africa Francese” mostra delle crepe evidenti anche nei perni della “nuova” strategia Europea.

Questa dinamica ha avuto precisi riflessi sulla diaspora africana che si è attivata, anche in Italia, in sostegno del popolo del Mali. I momenti di piazza a Roma a Milano, di qualche settimana fa, hanno aperto in nuce anche qui in Italia la possibilità di un sostegno più organico a quello che succede in Sahel.

Anche per questo come Rete dei Comunisti abbiamo deciso di organizzare due differenti iniziative una a Roma, l’altra – per così dire “virtuale” a Parigi -, che cerchino di fare il punto su un processo che nel nostro Paese è visto più per le sue conseguenze geopolitiche che nella sua valenza emancipatrice.

Mentre a Roma, alla Casa della Pace, ci confronteremo il 26 febbraio, con differenti esponenti della diaspora africana per cercare di iniziare un lavoro militante, a Parigi daremo spazio a due importantissime voci di intellettuali militanti che hanno rimesso – anche con la loro prolifica ricerca – il “panafricanismo” al centro della propria riflessione politica: Amzat Boukari-Yabara e Saïd Bouamama.

Si tratta della prima tappa di un percorso che vogliamo approfondire e per il quale abbiamo cercato di sistematizzare, selezionandoli articoli, traduzioni e prese di posizione  sul Sahel apparsi prevalentemente su Contropiano dal 2018 fino ad oggi, realizzando un Dossier omonimo che funga da bussola per iniziare ad orientarsi in un quadrante su cui la riflessione, anche tra le file della sinistra radicale, è stata scarsa e frammentaria.

Un attento, e puntuale lavoro di contro-informazione svolto in questi anni che è stato una importante base di comprensione per potersi relazionare con ciò che inizia con forza ad esprimersi anche all’interno della metropoli imperialista.

L’Esagono attraverso il sistema politico, economico e monetario della Françafrique è stato infatti il vettore degli interessi neo-coloniali europei in Africa, dove l’Unione Europea sta non solo sperimentando quella “autonomia strategica” a cui anela sul piano militare, ma anche una delle sue principali direttrici di espansione economica attraverso il nuovo piano di investimenti europei con il “Global Gateway”.

I due giorni di vertice tra UE ed i paesi dell’UA svoltisi il 17 e 18 febbraio a Bruxelles hanno infatti confermano la volontà europea di investire 150 miliardi in Africa in alcuni settori strategici, con un modus operandi che si poggia prevalentemente sui traballanti leader politici filo-occidentali nell’area.

Leader che nel senso comune delle popolazioni africani sono considerati per quello che sono: traditori.

Parigi è stata per così dire l’ariete nei territori del suo antico dominio coloniale – su cui non ha mai voluto mollare la presa della sua grandeur – per conto della UE, ma anche gli altri Stati europei – compresa l’Italia – hanno contribuito con gli “stivali sul terreno”. Recentemente, il ministro della Difesa italiano, Lorenzo Guerini, ha dichiarato che il Sahel rappresenta “il vero confine meridionale dell’Europa”, sostanziando di fatto le pretese espansionistiche e le influenze politiche dell’imperialismo dell’Unione Europea.

L’Italia, è sempre bene ricordarlo, impiega 250 uomini e otto elicotteri, nella task-force Takouba, la missione multinazionale di truppe speciali prevalentemente europea a guida francese che conta all’oggi circa 900 effettivi, pensata in piena crisi della missione Barkhane.

Tale missione aveva all’inizio trovato la disponibilità di 5 Paesi (Belgio, Danimarca, Estonia, Olanda, Portogallo) per poi allargarsi, comprendendo una quindicina di Stati, tra cui il nostro, senza che ci fosse da noi nemmeno lo straccio di un dibattito politico pubblico sul senso della missione.

Il senso di queste iniziativa è anche quello di rompere il muro di omertà che circonda questa missione e la presenza italiana, e porre con forza il tema del ritiro delle truppe italiane da questa missione dallo squisito sapore neo-coloniale.

In realtà, più che a difesa delle popolazioni civili minacciate e vittime delle violenze perpetrate da gruppi armati jihadisti nella regione l’obiettivo dell’UE è stato fin da subito la tutela dei suoi interessi economici e la prosperità dei profitti delle sue oligarchie.

Sotto il profilo prettamente militare se qualche dirigente jihadista è stato eliminato, l’insorgenza islamica si è diffusa a macchia d’olio e lambisce ormai gli Stati del Golfo di Guinea (Benin, Togo e Costa d’Avorio, Ghana), e sembra saldamente ancorata in luoghi dove non era mai riuscita a impiantarsi prima.

Quello che sta passando per una ritirata francese, è chiaro che si tratta di una “swing mission” per la Francia e l’UE, che ne ampia il raggio d’azione e ridefinisce le modalità operative, per così dire “rendendola invisibile”

Ma il ritiro dal Mali non sarà certo una passeggiata di salute per l’UE, così come lo sarà lo spostamento della sua base operativa in Niger – ricco di materie prime strategiche – già teatro di vivaci proteste contro la presenza straniera nel Paese. Potrebbe essere addirittura l’ennesimo boomerang per un altro uomo politico filo-occidentale come il Presidente del Niger Mohamed Bazoum.

Insieme al Niger, è la Costa d’Avorio il presunto punto di forza franco-europea nella regione, con la sua base militare più grande di tutta la regione, che ospita un migliaio di soldati francesi ed ha fornito un supporto logistico fondamentale alla regione e dove è stata recentemente inaugurata l’Accademia Internazionale della Lotta Contro il Terrorismo.

Una Accademia dove troveranno spazio le strategie della guerra contro-rivoluzionaria per cui la Francia vanta una lunga tradizione e che si adatterà alle condizioni esistenti attraverso lo sviluppo dell’apparato militar-industriale europeo: si pensi alla ricognizione satellitare a fine d’intelligence, all’uso di droni armati, alle vari tecniche di guerra ibrida che hanno ricadute evidenti anche in campo della sistematica falsificazione della realtà come ci hanno confermato la marea di fake news anglo-americane nell’attuale crisi ucraina.

Pensiamo che ciò che sta avvenendo in Africa pone con forza la questione di una alternativa politica che prefiguri una configurazione di relazioni tra popolazioni che rompa con la logica neo-colonialista. Una logica che vorrebbe imporre il nascente polo imperialista europeo.  La prefigurazione di questa alternativa – abbandonando un deleterio “eurocentrismo” – deve comprendere il valore del riemergente di un forte sentimento di indipendenza e la ripresa di un discorso pan-africanista specie tra le giovani generazioni.

Pensiamo che il contenuto della citazione iniziale di Frantz Fanon sia tutt’ora valido e richiama alla necessità di un internazionalismo degno di questo nome.

 

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