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Il fondamentale contributo di Mao al pensiero comunista

Quest’anno ricorre il centotrentesimo anniversario della nascita di Mao Zedong, noto alla mia generazione come Mao Tse-tung. È facile prevedere che su questo anniversario calerà il totale silenzio non solo dei ‘mass media’ borghesi, ma anche, tranne poche eccezioni, delle stesse organizzazioni della sinistra comunista.

Sennonché, tralasciando i primi che, in quanto ‘armi di distrazione di massa’, si limitano a fare il loro mestiere, sarebbe invece opportuno interrogarsi sul comportamento delle seconde per capire le ragioni della debolezza manifestata dalla cultura politica italiana (e dalla cultura ‘tout court’) nei confronti dell’esponente di una delle maggiori esperienze, sia politiche che filosofiche, del Novecento.

In effetti, nonostante per alcuni versi la Cina sia ormai così vicina all’Italia da poter essere considerata (che si aderisca alla “Via della Seta” o che se ne esca) una delle componenti più rilevanti dell’economia del nostro paese, per altri versi, come dimostra la debolezza or ora menzionata, la Cina resta lontana.

Eppure, è difficile negare che se il pensiero di Mao non ha influito a sufficienza sulla cultura politica del nostro paese e non è stato a sufficienza assimilato e discusso dal fragile marxismo italiano, ciò si è risolto in un danno per quest’ultimo.

È infatti sorprendente che le pagine, pur verbalmente celebrate, del magistrale saggio di Mao “Sulla contraddizione” non abbiano trovato l’attenzione e l’approfondimento che ancor oggi esse attendono. Gli stessi comunisti di orientamento marxista avrebbero tutto l’interesse a condurre un’analisi delle classi della società italiana che fosse altrettanto rigorosa e perspicua quanto l’“Analisi” che, esattamente novantasette anni fa, fece Mao.

Né serve come alibi, essendo un simile postulato del tutto falso, affermare, come spesso si sente dire da parte dei sociologi, che la nostra società è più complessa ed articolata, poiché chi reitera questo ‘mantra’ adopera in realtà la complessità, cui si appella, non come un concetto teorico ma come una strategia politica, e quindi mente sapendo di mentire.

Allora, siccome le opere complete di Mao sono oggi disponibili grazie alle Edizioni Rapporti Sociali di Milano che le hanno pubblicate in 25 volumi, l’invito che va fatto a chi si interessa di argomenti come la leniniana dittatura del proletariato e la gramsciana egemonia, è quello, tanto per cominciare, di leggere l’intervento del 1948 “Sulle questioni della borghesia nazionale e dei notabili illuminati”, nonché il fondamentale testo del 1949 “Sulla dittatura democratica del popolo”.

Sennonché il modo più corretto e più proficuo di rendere omaggio al Grande Timoniere è quello di riportare il “Discorso alle Guardie Rosse” tenuto nel 1966 e scandito da un ‘incipit’ formidabile: “Ogni cosa si trasforma”.

Quel discorso, in cui non vi è parola che non sia al suo posto e che non sia connessa ad un preciso sistema di concetti, costituisce una pagina magistrale della dialettica marxista applicata alla lotta di classe sul terreno teorico e politico ed un’illustrazione esemplare dei valori che stanno alla base della rivoluzione socialista, la quale a sua volta si articola in una triplice rivoluzione: economico-sociale, politico-istituzionale e ideologico-culturale.

Contrariamente a ciò che si potrebbe pensare, condizionati dall’immagine vulgata di un grande rivoluzionario quale è Mao Tse-tung, la categoria che si trova al centro di questo discorso e, più in generale, al centro del pensiero di Mao, è la categoria della ‘mediazione’, eredità fra le più importanti di quella “fonte e parte integrante” del marxismo che è la dialettica hegeliana.

Ma vi è di più, poiché nella centralità della categoria della “mediazione” è operante l’influsso potente e onnipervasivo della lezione teorico-politica di Giuseppe Stalin, in cui il materialismo dialettico e il materialismo storico rappresentano, a partire dalla prassi rivoluzionaria e in vista di essa, i due fuochi della stessa ellisse (giacché, come amava notare Feuerbach riferendosi alla “rivoluzione astronomica” dell’età moderna e all’innovazione introdotta da Keplero nella rappresentazione geometrica delle orbite dei pianeti, “la verità è ellittica”).

All’interno di quella ellisse il ‘leitmotiv’ della parte pratico-politica del discorso, che discende organicamente dalla parte teorico-metodologica che lo introduce, ha un rigore algebrico: “Chi non riconosce la mediazione, in campo politico cade nell’opportunismo di sinistra o di destra”.

Da queste premesse tanto lucide quanto rigorose procede quindi, attraverso una corretta mediazione fondata sul carattere asimmetrico delle due deviazioni, la linea di condotta che occorre seguire nel riconoscere, nel combattere e nel superare i due tipi di deviazione dalla corretta strategia rivoluzionaria.

«Ogni cosa si trasforma. Ogni cosa si trasforma secondo le sue proprie leggi. Anche noi siamo oggetti e soggetti delle trasformazioni, ne siamo parte passiva e parte attiva, consapevole, con nostri obiettivi e piani.

Ogni cosa si trasforma in un’altra e questa in un’altra ancora e poi ancora, costituendo gli anelli di una catena. Se prendiamo un anello della catena, esso è attaccato al primo, ma solo attraverso gli anelli intermedi. Se vogliamo comprendere il legame che unisce una cosa ad un’altra da cui proviene, se vogliamo comprendere come sta trasformandosi una cosa, dobbiamo ricostruire nella nostra mente le fasi intermedie attraverso le quali la prima si è trasformata in quella che stiamo esaminando.

Ogni cosa diviene secondo le sue leggi e tramite le circostanze esterne e accidentali che incontra. Se vogliamo comprendere come mai una cosa si è trasformata proprio in quest’altra e non in qualcosa di diverso, dobbiamo non solo conoscere le leggi proprie di quella trasformazione, ma anche ricostruire nella nostra mente le circostanze esterne e accidentali che hanno determinato passo dopo passo quel percorso.

Si dice che una cosa è divenuta un’altra attraverso la mediazione degli anelli intermedi e delle circostanze esterne. La mediazione è un aspetto universale della trasformazione.

Chi non riconosce la mediazione, in campo politico cade nell’opportunismo di sinistra o di destra. La lotta contro gli opportunisti di sinistra (gli estremisti di sinistra) è una lotta interna alle nostre fila. Anche la lotta contro gli opportunisti di destra è una lotta interna alle nostre fila, ma solo fino ad un certo punto. Dove sta la differenza tra i due fronti?

Gli opportunisti di sinistra negano le mediazioni (le fasi, i passaggi, i processi) attraverso cui si svolge ogni trasformazione reale. Essi politicamente sono ostili all’imperialismo e alla borghesia, ma in campo culturale, dell’orientamento e della concezione del mondo si limitano a negare le posizioni della borghesia, non le superano, le conservano rovesciate, vedono il mondo come la borghesia solo dal lato opposto.

Essi quindi subiscono ancora fortemente l’influenza della borghesia e non è strano che ogni tanto alcuni di essi di punto in bianco, sotto l’influsso di qualche evento traumatico, passino dall’altra parte. Gli opportunisti di sinistra possono essere dei discreti combattenti, mentre la loro direzione è rovinosa, sotto la loro direzione la sconfitta è certa. La permanenza di un opportunista di sinistra nelle nostre fila è positiva solo finché riusciamo a contenerne l’influenza e a determinare un processo in cui egli si trasforma e corregge a fronte dei compiti assegnatigli.

Gli opportunisti di destra negano anch’essi le mediazioni dei processi reali, quindi non vedono i passaggi attraverso cui il presente di supremazia della borghesia si trasforma nel domani di supremazia del proletariato, in definitiva vedono un baratro invalicabile tra il presente e gli obiettivi della nostra rivoluzione e restano ancorati alla sponda del presente. Hanno poca fiducia nella nostra vittoria perché non vedono i passaggi del cammino che la rende possibile.

La loro opposizione alla borghesia è debole, sono inclini alla conciliazione, a staccarsi così poco dal presente da aderirvi quasi. A differenza degli opportunisti di sinistra essi hanno però l’appoggio della classe dominante, esprimono l’influenza della classe dominante nelle nostre fila, sono veicolo della sua influenza.

Gli opportunisti di sinistra esprimono un’influenza indiretta della borghesia, un’influenza culturale e di concezione del mondo, attraverso la negazione. Gli opportunisti di destra invece esprimono la cultura e la concezione del mondo dominante, quella più diffusa ed esprimono l’influenza politica della borghesia. I veri e propri portavoce della classe dominante tra le masse si confondono con loro.

Quindi essi usufruiscono della forza che deriva loro dall’appoggio della classe dominante, dal conservatorismo, dalla forza dell’abitudine, dalla rassegnazione, dalla stanchezza, dal servilismo, dal cedimento al ricatto e alla paura. Essi sono più dannosi (degli opportunisti di sinistra) anche come semplici militanti e la loro permanenza nelle nostre fila deve essere strettamente limitata a quelli che stanno trasformandosi.

Gli altri possono essere, devono essere accettati nelle organizzazioni di massa. Qui il nostro obiettivo è determinare l’orientamento generale e controllare saldamente l’apparato, ma non possiamo escludere in linea di principio la partecipazione degli opportunisti di destra alle organizzazioni di massa, perché anch’essi, come gli opportunisti di sinistra, incarnano in modo unilaterale e organico un limite reale delle masse ed escluderli dalle organizzazioni di massa vuol dire rifiutare di trattare e trasformare, di fare i conti con questo limite delle masse, cioè rinunciare al nostro compito e ai nostri obiettivi rivoluzionari

Per finire, mi sembra giusto ricordare che Mao non è stato solo un grande rivoluzionario e un notevole pensatore, ma anche un raffinato poeta. Che questa sua qualità emerga anche dalla sua prosa filosofica è un’altra sorprendente scoperta che riserva, per l’appunto, il suo saggio filosofico “Sulla contraddizione”.

La lettura di questo passo conferma tale scoperta (lo scrivente si è limitato ad inserire gli a capo):

«La nostra pratica dimostra / che le cose percepite / non possono essere immediatamente comprese / e che soltanto le cose comprese / possono essere / ancor più profondamente / percepite».

Stavo rileggendo questo saggio, scritto ovviamente in prosa, e l’attenzione si è soffermata su queste righe, che mi sono sembrate non solo vere, ma anche impressionanti e solenni. Da qui è partita l’idea di suggerirne una rilettura che ponesse in evidenza la forma di quel contenuto.

Che altro dire se non che il contributo di Mao al pensiero comunista è fondamentale e che, in quanto marxisti, non possiamo non dirci maoisti?

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3 Commenti


  • Eugenia Foddai

    Dopo tanto bel ragionare sugli opportunisti di destra e di sinistra, mi chiedo perché la Cina di Mao nel 1973 fu tra i primi stati a riconoscere il Cile del golpista Pinochet. Ecco rispondete a questo e ve ne sarò grata.


    • Redazione Contropiano

      Due punti sono stati decisivi nel determinare la politica estera cinese nei confronti del governo Pinochet: la polemica antirevisionista contro l’Urss, che proprio in quel periodo aveva raggiunto la sua acme politico-ideologica, e il sostegno del governo Pinochet al principio di “una sola Cina” (sostegno che era in contrasto, allora come oggi, con la politica americana del riconoscimento, se non ‘de iure’ ‘de facto’, dell’indipendenza di Taiwan).
      Il problema sotteso a questa vicenda politico-diplomatica è quello, rimasto irrisolto sia nel periodo della Terza Internazionale (1919-1943) sia nel periodo successivo (1944-1991), della coincidenza tra i princìpi dell’internazionalismo proletario e la politica estera degli Stati socialisti. Un problema rispetto al quale, per applicare il metodo dialettico maoista all’analisi delle diverse posizioni esistenti nel movimento comunista, in linea generale le tendenze di sinistra hanno posto l’accento sul primo fattore (l’internazionalismo proletario), anche quando questa scelta poteva pregiudicare la politica estera condotta dallo Stato socialista, e l’opportunismo di destra ha invece privilegiato il secondo fattore (la politica estera e la conseguente necessità di manovre, compromessi ed alleanze sul terreno della politica internazionale).
      In questo senso, un esempio virtuoso di conciliazione tra i due fattori resta il geniale patto di non aggressione tra l’Urss e la Germania (1939), che consentì a Stalin sia di neutralizzare temporaneamente la politica antisovietica condotta dai paesi capitalistici occidentali sia di guadagnare tempo per preparare l’Urss all’inevitabile conflitto con il nazismo hitleriano.
      Eros Barone


  • Fabrizia Di Stefano

    Condivido del tutto questo breve scritto, tanto più che è stato scritto pubblicato proprio nel giorno del compleanno di Mao. Trovo del tutto condivisibile la critica a quelle forze comuniste che si sono astenute da una riflessione adeguata sui contributi decisivi di Mao al pensiero marxista

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