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L’attacco a Putin è (quasi) ingestibile

C’è qualcosa di noiosamente ripetitivo nel modo in cui il sistema mediatico europeo tratta le vicende guerra/trattative sull’Ucraina. Ma proprio questa ripetitività rivela un “metodo”, una logica, un intento. E molta cecità.

La vera notizia-bomba degli ultimi giorni è certamente il tentativo di Kiev di colpire una delle residenze ufficiali ed abituali del presidente russo con droni a lungo raggio. 

La prima reazione simultanea ed “istintiva” dei media mainstream è stata quella di negare il fatto, in coda alle dichiarazioni di Zelenskij. Veniva assunta come “prova”  l’assenza di una esibizione immediata di resti dei droni ucraini, sulla falsariga di quanto fatto tempo fa – coprendosi di ridicolo – dai servizi polacchi che avevano mostrato foto di uno pseudo-drone tenuto insieme con nastro adesivo placidamente parcheggiato sulla tettoria di una conigliera.

Inutile ricordare, agli “scienziati” dell’informazione padronale, che nella guerra contemporanea ogni oggetto volante – specie nelle zone di guerra – è visibile ai satelliti dal momento del lancio a quello dell’impatto (sul bersaglio o per l’intercettazione da parte della contraerea). Dunque la “prova regina” stava nei tracciati registrati dai satelliti russi, statunitensi, cinesi, inglesi, ecc.

Poi i russi hanno presentato comunque la foto di un drone abbattuto. La “narrativa” è cambiata – simultaneamente, per tutte le testate: “non conta come prova, perché viene da Mosca” ( da dove altro sarebbe dovuta arrivare?).

A conferma, veniva qualche ora dopo presentata una ricostruzione della Cia – non proprio un “osservatore imparziale”, neanche sotto l’amministrazione Trump – secondo cui molti droni erano effettivamente partiti dall’Ucraina “in una direzione che comprendeva anche la residenza di Putin”, ma non si poteva dire con certezza se aveva come obiettivo la casa oppure un insediamento militare a 50 km. Un’ammissione di “compromesso”, per non dispiacere a nessuno o costringere la Casa Bianca a cambiare la sua impostazione diplomatica.

Fa niente. Basta titolare “la Cia smentisce Putin” e si può continuare come prima.

Siccome però il tentativo di “decapitare” una potenza nucleare con 6.000 testate non è un evento come gli altri, neanche in una guerra, i servizi russi hanno presentato alla controparte statunitense i chip contenenti i file con i piani di volo di uno dei droni abbattuti. Russia Today ha mandato in onda il video dell’incontro in cui il capo del GRU, Igor Kostyukov, consegna il controllore di volo del drone agli addetti militari dell’ambasciata statunitense a Mosca.

Niente dichiarazioni o chiacchiere da girare a piacimento, insomma, solo fatti e atti ufficiali. Sapendo perfettamente che la controparte dispone delle competenze e dei mezzi per verificare se i chip e i file sono stati “manipolati” oppure sono originali.

Naturalmente in una guerra come questa non ci sono “buoni” con cui identificarsi, però dobbiamo registrare che da questo lato della barricata – nel complesso euro-atlantico – c’è una evidente schizofrenia che riflette interessi e strategie diverse.

E se la divergenza di strategia tra “volenterosi europei” e amministrazione Trump è alla luce del sole, all’interno degli Stati Uniti sembra ancora viva una lotta tra parti di apparato ancora legati alla logica della “cordata Biden” (l’establishment democratico-repubblicano poi battuto alle elezioni) e i doveri d’obbedienza comunque dovuti al neo-presidente (right or wrong, my country).

Non perché il tycoon sia credibile come “pacifista” – basta vedere cosa sta combinando al largo del Venezuela, in Nigeria e soprattutto a Gaza – ma per una ragione strategica decisamente più importante: una volta che il contributo economico-militare statunitense all’Ucraina inizia a essere ridotto in modo significativo la prosecuzione “controllata” della guerra a spese dell’Europa può tornare ancora utile a Washington. In fondo può vendere armi, gas e petrolio ai paesi UE e contemporaneamente erodere ulteriormente la potenza di Mosca, obbligata comunque a dirottare una arte rilevante delle proprie risorse umane ed economiche nella guerra anziché su altri obiettivi.

Questa viscosità di interessi su più livelli spiega forse meglio di tanti “complottismi” perché non si prosegua più speditamente nelle trattative di pace. In fondo, il calcolo per gli ucraini – se avessero una leadership credibile – sarebbe presto fatto: meglio fermare la guerra cedendo quel che comunque verrebbe ceduto tra qualche mese, ad un prezzo più alto soprattutto sul piano umano, piuttosto che andare avanti senza più prospettive di “recupero”.

L’idea di provocare Mosca con attacchi “terroristici” tali da scatenare una risposta abnorme, che costringerebbe poi la Nato ad intervenire direttamente, ha un senso – folle – solo per menti non proprio equilibrate.

In pratica gli Stati Uniti ci guadagnano sia che la guerra si fermi, sia che vada avanti senza però arrivare al rischio di conflitto nucleare. I “volenterosi” europei (sempre meno, bisogna notare) spingono stolidamente per la prosecuzione perché non riescono a immaginare un “piano B” che consenta poi di tenere insieme 27 paesi in una quadro mondiale decisamente in trasformazione (gli Usa che privilegiano se stessi e il mondo “emergente” che ormai pesa quanto o più della vecchia Europa).

Sbagliare un titolo o un articolo, in questo guazzabuglio di interessi contrapposti ma contorti, è facilissimo. Chiaro periò che, in una qualsiasi redazione, la cosa più semplice sia andare avanti a raccontar cazzate come si è sempre fatto, senza farsi venire il mal di testa per pensare…

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1 Commento


  • ugo

    Il Corriere, Repubblica e persino Al Jazeera sembrano seguire questa linea: nelle democrazie occidentali è preciso dovere dei cittadini credere che gli asini volino. L’idea che l’attacco sia una bufala dei Russi è talmente stupida che può essere partita solo dal Cottolengo europeo.

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