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Trump firma il ritiro da 66 organizzazioni internazionali: fine dell’ordine “globalista”

Il 7 gennaio Donald Trump ha firmato un memorandum presidenziale per il ritiro degli USA da 66 organizzazioni internazionali, di cui 31 facenti parte del sistema delle Nazioni Unite. La motivazione è indicata nella “agenda globalista” che, secondo Washington, si sarebbe imposta sugli interessi stelle-e-strisce, facendo inoltre spendere in maniera sbagliata i soldi dei contribuenti.

Tra gli enti o panel più in vista tra quelli “abbandonati” c’è l’UNFCCC (Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici) e l’IPCC (Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico). Gli USA usciranno anche dal Fondo ONU per la Popolazione (UNFPA), dall’Agenzia Internazionale per le Energie Rinnovabili (IRENA) e da vari organismi il cui scopo va dal sostegno allo sviluppo alla difesa dei diritti umani.

Il 22 gennaio, passato l’anno di notifica previsto, diventerà ufficiale anche l’abbandono dell’Organizzazione Mondiale della Sanità da parte di Washington. Inutile dire che qualsiasi finanziamento all’UNRWA, l’agenzia che si occupa tra l’altro dei rifugiati palestinesi, continua a essere bloccato, ma è giusto ricordare che questo divieto era già stato implementato a inizio 2024 da Joe Biden (insieme ai governi di un’altra dozzina di paesi), seguendo le accuse israeliane di “infestazione” dell’organizzazione da parte di Hamas.

Questi esempi spingono a fare una valutazione più attenta della mossa della Casa Bianca. Il multilateralismo, inteso in sostanza come la cornice costruita dall’ONU, nella sua capacità esprimere un quadro comunemente legittimato di decisioni è stato ridimensionato da un bel po’ di tempo.

Proprio la riflessione fatta un anno fa, all’annuncio dell’addio all’OMS, poneva in evidenza come il multilateralismo, per il tycoon, fosse uno strumento non più rispondente alle scelte da prendere per questa fase storica. E questi segnali erano già emersi stati durante il suo primo mandato.

Questo, certo, perché l’architettura delle Nazioni Unite non è più consona a esprimere la dialettica di un mondo assai diverso da quello di 80 anni fa. Ma soprattutto perché sono almeno 25 anni che l’ONU viene continuamente scavalcata, e le decisioni vengono imposte di fatto dagli interventi militari occidentali.

È successo nella ex Jugoslavia, è successo in Libia, è successo continuamente in questi anni con Israele che ignora l’ordinanza della Corte Internazionale di Giustizia che gli imporrebbe di fermarsi a Gaza, con paesi come il nostri che fanno tranquillamente passare Netanyahu sui propri cieli, nonostante il mandato di cattura della Corte Penale Internazionale, organismo non ONU ma comunque multilaterale.

Sono sempre esistite “eccezioni” nell’ordine multilaterale (ad esempio, non firmare lo Statuto di Roma che ha istituito quest’ultima Corte). Ma l’ordine multilaterale è stato eroso e reso simulacro di una dialettica mondiale quando l’unipolarismo occidentale a guida USA ha trattato il mondo come trattava le Americhe ai tempi della dottrina Monroe.

Ora, la seconda amministrazione Trump vuole “mettere l’America al primo posto sullo scenario globale“: il famoso America First tradotto in un provvedimento, che da molti commentatori è stato giustamente indicato come la pietra tombale del multilateralismo “ordinato”. Ma il nodo da mettere in evidenza non è tanto una generica fine del multilateralismo, quanto quello storicamente determinato nella “agenda globalista“.

The Donald ha messo fine all’ordine economico-politico post-caduta dell’Unione Sovietica, quello che associava – quasi avessero lo stesso DNA – “globalizzazione” economica e “democrazia”. L’ordine dell’unipolarismo a guida statunitense, per capirci, era finito di fatto per la crescita delle economie emergenti e per la capacità di altre potenze di proporre modelli di governance internazionale.

Trump ha semplicemente “constatato” questo fatto, rifiutando il ridimensionamento che implicava per gli Usa. Ora gli Stati Uniti dicono una cosa chiara a tutti gli altri attori globali, o aspiranti tali come la UE: persino l’era della propaganda è finita, perché inutile. Le contraddizioni del capitalismo a livello mondiale sono tali che è una guerra tutti contro tutti, di spartizione e di rapina. Nessun quadro regolatorio comune, perché non c’è più modo di sfruttarlo. Con chi ha la forza tratteremo, dossier per dossier. Per chi non ce l’ha, armi o accordi svantaggiosi.

Gli States salutano lo European Centre of Excellence for Countering Hybrid Threats (Hybrid CoE), ad esempio, che si occupa di minacce nel dominio UE-NATO, e anche il Forum of European National Highway Research Laboratories (FEHRL), tramite il quale venivano coordinate le ricerche sulle infrastrutture stradali tra laboratori europei.

Washington abbandona quel multilateralismo che era già stato messo da parte da anni, e chiude definitivamente la porta in faccia ad accordi sui quali non ha mai fatto molte promesse, come quelli sul clima. Ciò che c’è di nuovo è che questa rottura oggi avviene definitivamente anche con gli ‘alleati’.

Ora gli europei sono da soli. Cercheranno di certo di approfittarne per ergersi a unici paladini dell’ordine internazionale, ma è un po’ difficile farlo, sia per il  passato che si portano dietro, mentre sostengono un genocidio, e mentre nelle patrie galere sbattono persone con un uso arbitrario delle legislazioni antiterrorismo; sia per il voltafaccia del principale campione dei “buoni”

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