Se si esce dalla nebbia delle dichiarazioni di principio o di bon ton diplomatico si vede subito che l’area euro-atlantica sta diventando ex. Al punto che la testata POLITICO ha individuato un indipendence moment per l’Europa. Un momento che racchiude necessità impellenti, dipendenze da eliminare, alternative da trovare. Quasi impensabile solo un anno fa, quando la fedeltà euro-atlantica era un presupposto per essere ammessi in società, assunti nei media, candidati alle elezioni, rilevati nei sondaggi e anche essere inclusi tra gli “umani”…
Già limitandosi a questa nuova consapevolezza, senza neanche entrare nel merito delle diverse questioni, appare evidente che l’Unione Europea, così come è stata costruita, non è in grado di affrontare la realtà. Costruita su trattati influenzati da una teoria economica fasulla secondo cui la spesa pubblica è sempre sbagliata e “il mercato” va lasciato agire in libertà, anzi favorito e “non disturbato” (Meloni dixit) in quanto spazio “neutro”, si ritrova improvvisamente in una congiuntura in cui l’economia e il commercio sono utilizzati come strumenti di forza e sopraffazione, rispondendo ad input decisi politicamente. Fuori gioco e fuori fase, insomma.
La dirigenza europea selezionata in base a quella impostazione, e abituata ad adottare decisioni già preconfezionate da un “pilota automatico”, non può neanche elaborare un piano organico di lunga durata che prevede competenze da “statisti” (visione, progetto, gestione del rischio, immaginazione creativa, ecc).
L’allontanamento deciso degli Stati Uniti ha lasciato in piedi molte dipendenze senza più compensarle con altre politiche “di favore”.
Per esempio. Dopo aver troncato l’importazione di idrocarburi dalla Russia, sostanzialmente a buon mercato, si ritrova ora a dipendere dall’importazione di gnl costosissimo dall’America. E contemporaneamente deve occuparsi dei costi dell’appoggio all’Ucraina continuando a comprare armi statunitensi e senza più godere della certezza di una “copertura nucleare” fornita da Washington.
Peggio ancora. Scopre che anche molti armamenti che sono costati un occhio della testa, come gli F35, sono inutilizzabili senza il consenso operativo statunitense. In pratica, non si accendono i motori se il software non viene sbloccato da uno yankee. Il che, diciamo così, li riduce a pezzi di ferro nel caso di un contenzioso sulla Groenlandia o in Medio Oriente che possa vedere gli europei non allineati con Washington. E ancora di più in caso di divergenza duratura e strategica tra le due rive dell’Atlantico.
Ma è sulle innovazioni tecnologiche che l’Europa filo-americana si scopre nuda. Intelligenza artificiale e chip sono settori pressoché inesistenti nell’apparato industriale del Vecchio Continente. Per non dire dei “materiali critici” come le terre rare, dei farmaci generici, ecc.
Soprattutto nell’AI il problema ha diversi aspetti. Da un lato quello relativo al software e dall’altro ai data center “fisici” necessari per elaborare l’immensa quantità di dati che fa da base alle “risposte”. Al momento, sul lato software, c’è solo la francese Mistral (non proprio il top, a livello mondiale). Ma c’è anche da scegliere quale tipo di modello AI si privilegia: se quello closed source statunitense (ChatGpt, Gemini, ecc) oppure quello open source offerto dalla cinese Deepseek ed altre.
Il modello closed crea e consolida una dipendenza, perché non solo si paga per utilizzarla ma anche per ottenere la possibilità di programmare applicazioni su misura per le proprie necessità. Il che significa lasciare al “fornitore” libero accesso ai propri dati senza poter né sapere né decidere del loro utilizzo.
Nello schema open source avviene ovviamente l’opposto, e la paura della dipendenza viene spostata dall’immediato – non si paga nulla, si può programmare qualsiasi app – a un indeterminato futuro in cui, acquisita la “clientela” europea le società AI cinesi potrebbero chiudere il cerchio trasformandosi in closed e appropriandosi così dei dati europei.
Chiaro che, in una logica tutta “competitiva” e mai “collaborativa” con nessuno (il capitalismo e il colonialismo sono del resto nati in Europa…) si tratta di “contare solo su se stessi” e creare una propria AI. Resta il problema di sapere quale dei 27 paesi aprirebbe per primo un’opa, in modo da fregare tutti gli altri.
Idem per i data center – l’hardware dell’AI – dove, al momento, tutta l’Europa non raggiunge metà della capacità computazionale presente nella sola area di Pechino. In pratica meno del 4% a livello globale.
Sommando tutti i comparti in cui l’Europa risulta arretrata o quasi assente vien fuori che per costruire “l’indipendenza da ritrovare” servono non solo una capacità di progettazione strategica perduta per strada, ma anche alcune migliaia di miliardi. Che gli Stati non possono investire – “sarebbe contro le regole europee”, che diamine! – e, in fondo, neanche la UE nel suo insieme. Se non cercandoli “sui mercati”, ossia facendo quel “debito pubblico comune” che fa venire l’orticaria a Germania, Olanda, e gli altri “virtuosi” dell’austerità.
Bel rebus, vero? Per ora le uniche vere mosse “indipendenti” sono i due accordi firmati con il Mercosur (ma non ratificato dal parlamento UE, quindi bloccato) e l’India, chiarendo che l’alternativa agli Usa – che restano comunque il principale partner commerciale – viene cercata in queste direzioni, piuttosto che verso la Cina. Dove peraltro è invece volato il premier britannico Keir Starmer per cercare di riallacciare rapporti economici che la stessa Londra aveva semidistrutto accusando Pechino di qualunque nefandezza (dallo spionaggio al “putinismo”).
Sul piano degli investimenti tecnologici, invece, non si va per ora oltre il “comprate europeo”, poco più di un consiglio (se non ci sono prodotti continentali per soddisfare un certo bisogno, cosa si fa?), che si traduce nella stesura di appalti “riservati” esclusivamente a produttori europei. Per esempio quello, recentissimo, del colosso franco-tedesco dell’aerospazio Airbus per i servizi digitali.
Una strada un po’ contorta e stretta – tra necessità impellenti, investimenti fermi, voglia di “indipendenza” e vincoli posti dai trattati – che prefigura tempi di realizzazione secolari per il raggiungimento dell’obiettivo geostrategico voluto.
E come il saggio scriveva già un secolo fa, “nel lungo periodo saremo tutti morti”. O, almeno, lo sarà la UE…
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